Le vecchie “pietruzze”

I sassolini nelle scarpe di Pietro de Angelis

Mara Cagol celebrata in un libro…e De Gasperi si rivolta nella tomba

“Figure femminili degne di nota e considerazione…”. Lo si legge nella prefazione di un libro della Provincia di Trento, “Trentatre Trentine”, destinato alle scuole medie.
Lo sfogliamo e leggiamo che una di queste donne “da celebrare” è Mara Cagol, moglie di Renato Curcio, una delle fondatrici delle Brigate Rosse e colei che creò la prima bandiera, inizialmente con stella gialla e la scritta “Portare l’attacco al cuore dello Stato”.
Allucinante! De Gasperi si rivolterà nella tomba che, per sua fortuna, non è a Trento ma a Roma, nella Chiesa di San Lorenzo fuori le Mura.
Alcune osservazioni:

  1. Con la Cagol, con Renato Curcio e con Alberto Franceschini cominciò la storia più sanguinosa dell’Italia repubblicana.
  2. L’iniziativa è stata annunciata nello stesso giorno in cui si è celebrata la Giornata della Memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi.
  3. Grave che Il libro sia stato realizzato con soldi pubblici e da un’Università italiana.
  4. Della Giunta provinciale di Trento fa parte la Lega che ha contribuito a far vincere la Provincia agli autonomisti locali (Patt) e alla SVP.
  5. Tra le riforme necessarie vogliamo gettare un occhio a talune “autonomie” di Regioni e Province?     
    (PdA – 11 maggio 2021)   

Toh! Chi si rivede: Veltroni e Santoro!
Walter Veltroni e Michele Santoro escono dalla naftalina, si danno una spolveratina e indossano l’abito buono per le grandi occasioni. Il primo per “vestirsi” da petalo ed essere “visibile” quando tra qualche mese cominceranno a “fiorire” le rose per il successore di Mattarella alla Presidenza della Repubblica. Santoro, dopo un paio di anni di assenza, per “tastare” la possibilità di un suo nuovo “talk”.  Stavolta le voci lo accreditano in corsa per La 7.
Non sono passate inosservate, infatti, le ospitate a stretto giro a “Non è l’arena” di Massimo Giletti e, pochi giorni prima, ad “Otto e Mezzo”, il programma di Lilli Gruber. L’occasione, il suo ultimo  libro: “Nient’altro che la verità”. Si tratta di due grossi calibri del giornalismo italiano che evidentemente “faticavano” a restare ancora nell’ombra; e non era neppure giusto, visti gli …eredi!
Per la verità, Veltroni dalla politica non si è mai ufficialmente ritirato, come invece annunciò – salvo immediato e chiacchierato ripensamento – Matteo Renzi,  scrivendo libri, firmando sceneggiature e regie anche se non di non grandissimo successo, programmi televisivi, commemorando magistralmente la scomparsa di Gigi Proietti nel suo “Globe Theatre”, oltre a  sporadici ma importanti articoli sul “Corriere della Sera”.  Ultima un’intervista a Guido Bodrato su Moro. E proprio la figura dello statista democristiano ucciso dalle Brigate Rosse è lo spunto che Veltroni coglie per presentare il suo ultimo saggio: “Il caso Moro e la Prima Repubblica”
Siamo in maggio, il lavoro letterario dell’ ex segretario PD sarà per qualche mese nelle recensioni di giornali e nelle ospitate di varie trasmissioni televisive. A fine luglio scatta il semestre bianco di Mattarella, che più volte ha detto di non voler essere rieletto, e nei sei mesi che seguono sarà tutto un fiorire di rose per il nuovo inquilino del Quirinale.
Come non considerare allora la candidatura di un personaggio illustre come Veltroni, che il libro su Moro riproporrà all’attenzione di un mondo politico che, ad oggi, non sembra avere candidati spendibili?
Vero, c’è Draghi impegnato però a Palazzo Chigi con l’attuazione di un programma di “ricostruzione” da far tremare le vene dei polsi e per il quale si è fatto garante con l’Europa.
Ecco quindi, se Mattarella non recederà dal suo proposito di “lasciare”, che la candidatura di Veltroni potrebbe avere qualche chance.
E verrebbe così confermata la massima di un altro grande democristiano, non proprio amico di quel Moro di cui scrive Walter: “A pensar male si fa peccato ma…”.
(PdA – 3 maggio 2021)

Draghi avverte: no a miopi visioni di parte
Nel 1943 – quando i partiti antifascisti si allearono nel Comitato di Liberazione Nazionale – Alcide De Gasperi, regista della ricostruzione postbellica, scriveva che “l’opera di rinnovamento fallirà se non sorgeranno degli uomini disinteressati pronti a sacrificarsi per il bene comune”.
Un concetto che il Presidente del Consiglio ha voluto espressamente riprendere nel presentare in Parlamento il Piano da 248 miliardi per il rilancio dell’Italia. Un civettuolo parallelismo con lo Statista trentino? Affatto. Draghi non ne ha bisogno. Ma solo la volontà di mandare un messaggio chiaro e forte a chi sembra sia entrato nel Governo del “tutti dentro” con “miopi visioni di parte”: lucrarne i vantaggi senza però pagarne i costi.
Non è un mistero che il segretario della Lega veda con preoccupazione il crescente consenso a sue spese di Giorgia Meloni, restata all’opposizione ad intercettare, da sola, un malcontento trasversale per le “chiusure” e il “coprifuoco” imposti dalla pandemia.
Draghi insomma, senza troppo scomporsi, ha dato un avvertimento a chi pensa di giocare con un piede nel governo e l’altro nell’opposizione inseguendo “tatticismi di piccolo respiro”.
Evidentemente non è stato dimenticato il precedente dell’astensione in Consiglio dei ministri “imposta” dall’esterno ai tre rappresentanti leghisti su di un decreto fondamentale per l’azione di governo. E non è la prima volta che il Presidente del Consiglio in soli due mesi ha dovuto riprendere, sia pure riservatamente, l’uomo del Papeete e del mojito.
Che Salvini sia un furbacchione è noto. Prendiamo il caso delle “riaperture” e del “coprifuoco” a partire dalle 22 alle 5. Bene, già nella conferenza stampa che ha riportato gran parte dell’Italia in giallo è stato detto che a metà mese si sarebbe fatta una verifica e, se i dati scientifici lo avessero permesso, si sarebbero potute prendere misure ancora meno restrittive: sia per bar e ristoranti, sia per gli orari di chiusura.
Che fa Salvini? “Annusato” che si potrebbe andare verso questa soluzione, propone, lui, la metà di maggio per “riaprire e tornare a vivere” e lancia a supporto una raccolta di firme. Un modo per intestarsi il merito di aver ottenuto, quando sarà, misure meno rigide. Con tanti saluti all’opposizione della Meloni e a tutti gli altri partiti. Questo è il Salvini, di governo e di opposizione, che Draghi – per non rallentare il Piano di ricostruzione del Paese e per non creare problemi alla coalizione – non intende accettare.
Ha quindi fatto bene a ricordare in Parlamento il monito di De Gasperi. Ma non va neppure dimenticato che l’Italia cominciò il suo rilancio con il successo elettorale del 1948 dopo che sempre lo Statista trentino aveva mandato a casa il blocco socialcomunista.
Come dire: insieme sì, ma non a qualsiasi prezzo.

(PdA – 27 aprile 2021)

Chi di Grillo colpisce, di Grillo perisce
Sicuramente ha il merito (ma forse non è il termine più appropriato) di aver fatto nascere dal nulla – insieme a Gianroberto Casaleggio – il Movimento dei 5 Stelle ma ha anche la colpa di averlo improvvisamente azzoppato.
Ma tutto questo Beppe Grillo non lo ha fatto da solo. La responsabilità va equamente suddivisa fra quanti, soprattutto nei primi tempi, ne hanno favorito la genesi, salutando come anni di svolta i 108 seggi ottenuti dal Movimento alle politiche del 2013 e nel 2016 la conquista di città come Roma e Torino.
Da allora, l’Italia ha vissuto un momento di ubriacatura generale: piazze stracolme e paginate di giornaloni a dare ampio spazio ai “vaffa” del comico genovese e televisioni impazzite nel fare da cassa di risonanza alle sue “prediche”. Il tutto senza un’ombra di critica, con direttori e famosi opinionisti che qualcosa, anche allora, l’avrebbero potuta dire. Per esempio, sui toni virulenti del suo co-fondatore.
Ed è nel plauso pressoché generale che il 4 marzo 2018, al grido di “Parlamento pulito” e di “uno vale uno”, un’orda di candidati – molti senza alcuna esperienza e del tutto impreparati – si riversa in Parlamento avendo stravinto le elezioni del 4 marzo 2018 con il 32,66 per cento alla Camera e il 32,22 al Senato e diventando così il primo partito politico.
Soprattutto all’inizio sembravano studenti, alcuni anche molto  ignorantelli, in gita scolastica. E i risultati della loro non conoscenza dei fondamentali della politica sono sotto gli occhi di tutti.
Ed è proprio mentre il Movimento è da tempo in crisi – senza un’adeguata guida politica, lacerato da contraddizioni e gelosie interne e dall’assenza di una qualsiasi strategia – che Beppe Grillo di fatto gli assesta un colpo mortale intervenendo a gamba tesa su una squallida vicenda giudiziaria familiare.
Le conseguenze politiche dell’orrendo video postato in difesa del figlio, in termini di futuri consensi, sono dietro l’angolo e presto i sondaggi ci diranno quale sarà la sorte dei 5 Stelle.
Nel frattempo però televisioni e Giornaloni, sempre con direttori e famosi opinionisti, tornano a farsi sentire e di colpo si accorgono della “vacuità” di un  Movimento  che solo qualche anno fa avevano  “incensato” e che oggi si trova in pieno caos e nel mezzo di un’ennesima mutazione con l’arrivo di Giuseppe Conte.
Ma, in questa situazione, l’ex presidente del Consiglio se la sentirà di andare avanti?

(PdA – 24 aprile 2021)

Fermare Giorgia Meloni è l’imperativo di Salvini
Matteo Salvini – che dai sondaggi al 38 per cento nell’estate del Papeete è sceso al 21/22 per cento – ha oggi un solo obiettivo: bloccare l’ascesa di Giorgia Meloni che sta capitalizzando la decisione di restare, da sola, all’opposizione.   Il segretario della Lega si sta rendendo conto che non è stata una buona idea quella di andare al governo consentendo a Fratelli d’Italia di incasellare il malumore e le difficoltà di una gran fetta di italiani  colpiti dalla crisi economica conseguenza della pandemia.
Di qui la decisione di accentuare il volto di un Carroccio di governo, ma anche e soprattutto di opposizione: intestarsi le “riaperture” ma dire al suo pubblico di riferimento che non è ancora abbastanza, che occorre fare di più.
Altrimenti, come leggere lo “stop and go” per un’ora di coprifuoco dopo aver condiviso in una precedente riunione il provvedimento sulla gradualità delle “riaperture”?
Ma nessuna meraviglia. Salvini è così e non può cambiare: prima gli interessi della Lega, non importa se sulla pelle degli italiani. Come dimenticare, l’anno scorso, la campagna contro le mascherine e i distanziamenti, le sue pressioni “elettorali” in estate per un “liberi tutti” che purtroppo c’è stato e che ha spalancato le porte in autunno alla seconda ondata?
Al “Capitano” lombardo interessava esclusivamente assecondare le esigenze di un Nord produttivo e in grave sofferenza che mal sopportava il rigore imposto dal Conte 2.
Allora Salvini era all’opposizione e gli era facile “bombardare” le decisioni “rigoriste” del ministro Speranza e del Comitato Tecnico Scientifico, polemizzare con la Protezione Civile e con il Commissario Arcuri.
Oggi la scena è cambiata anche se la pandemia continua ad impensierire non poco. Conte è stato mandato a casa come Domenico Arcuri. E’ mutato il vertice della Protezione Civile ed è stato “dimagrito” il CTS. Ma soprattutto il critico di ieri, Matteo Salvini, è al governo con ben tre ministri e – ancora più importante – alla guida di Palazzo Chigi è arrivato Mario Draghi.
Per il segretario della Lega è cambiata qualcosa? Non proprio. E allora? Tutto come prima. Ad ottobre si voterà per la guida di grandi città come Roma, Milano, Torino, Napoli, e Salvini – Covid o non Covid – continua a pensare solo ai voti della “sua” Lega.
Diciamo che in questa situazione non si sentiva proprio l’esigenza di riportarlo al governo ben sapendo chi era e chi è. E chissà se Draghi se n’è convinto e soprattutto se lo ha capito Qualcun altro sul Colle.
Nell’Italia della cosiddetta seconda Repubblica l’unità nazionale è una categoria dello spirito. Ha funzionato in anni “più nobili”, contro il fascismo e nella lotta al terrorismo, quando l’interesse del Paese prevaleva anche sui pur legittimi interessi di parte. Oggi no. C’è Salvini!

(PdA – 22 aprile 2021)

Salvini parla a nuora perché suocera intenda
Prima Borrelli, pochi giorni dopo Arcuri, quindi il Comitato Tecnico Scientifico, ora il ministro Roberto Speranza. La Lega di Matteo Salvini e i giornali fiancheggiatori sono alla continua ricerca di un capro espiatorio da immolare sull’altare della lotta al Covid.
È evidente che la polemica è strumentale ed esce dai corretti binari della salute per immettersi su quelli della politica. Ed allora tutto quello che è targato “Giuseppe Conte” finisce sotto la mannaia della ex opposizione, trasmigrata nel frattempo al governo con perdite di consensi regalati ai “patrioti” di Giorgia Meloni.
Il problema di Salvini è quindi quello di risalire nei sondaggi, “marcando” nella lotta alla pandemia una netta discontinuità rispetto al passato.
Di qui – una volta al governo –  le polemiche con la  vecchia Protezione Civile, le critiche al Commissario straordinario per l’emergenza Covid, la “decapitazione” del CTS considerato troppo “rigido” sulle riaperture, i ripetuti attacchi al Ministro della Salute per ottenerne, invece, uno più “aperturista”
Un noto proverbio dice che “si parla a nuora perché suocera intenda”. Ma questa volta, su Speranza, sembra che il “Capitano” leghista abbia toppato. “L’ho voluto io nel Governo e ne ho molta stima”, la risposta “tranchant” del Presidente del Consiglio alle “lamentele” di Salvini.
Da allora il segretario della Lega non ha più fiatato ma ha messo in moto la stampa amica che un giorno sì e l’altro pure gareggia nel mettere in croce il Ministro – stimato pubblicamente da Mario Draghi – fino al punto da far girare la voce, smentita seccamente da Palazzo Chigi, di un “ promoveatur ut amoveatur” per altri, ed alti, incarichi internazionali.
E qui si apre un discorso molto serio sul modo corretto di fare informazione. Gli scoop sono il sale della professione giornalistica ma richiedono solide basi, equilibrio e senso di responsabilità. Altrimenti si rischia – sia pure involontariamente – di diventare “mosche cocchiere” di notizie strumentali al raggiungimento di obiettivi che nulla hanno a che fare con il giornalismo.
C‘è infatti, tra gli addetti ai lavori, chi ipotizza che Matteo Salvini, come un cane da tartufo, abbia “annusato” un prossimo cambio di fase e che quindi stia facendo di tutto per intestarsi elettoralmente l’uscita dalla pandemia, le possibili riaperture e lo scontato allargamento dei cordoni della borsa verso le categorie più colpite.
Non solo. Nel mirino della Lega, che sembra assai sensibile quando si parla di soldi, ci sarebbero anche i 31 miliardi europei del piano nazionale di ripresa con i quali il Ministro della Salute conta di realizzare una riforma della sanità “epocale”
Proprio quello che Salvini – se non è made in Carroccio – assolutamente non vuole.

(PdA – 14 aprile 2021)

Che buffi gli opinionisti che si meravigliano di Salvini
Lo stupore di alcuni opinionisti, anche illustri, sul comportamento di Matteo Salvini o è “di maniera” – e ci può anche stare per l’arte di suscitare interesse in lettori sempre meno numerosi – oppure non sono quei famosi commentatori che i talk ci propinano ad ogni ora del giorno.
Ma di cosa si meravigliano? Salvini è sempre Salvini. La sua scala timbrica è molto modesta, non cambia.  È il Salvini di quando era Ministro dell’Interno e anteponeva l’esigenza del consenso alla vita di centinaia di immigrati, spesso bambini, su barconi strapieni che faceva “marcire” sulle navi delle ONG per settimane senza acqua né cibo  facendo l’uomo “duro”, ben sapendo che alla fine sarebbero ugualmente sbarcati. E lui, il “Capitano”, l’effetto consenso, salendo nei sondaggi, lo aveva intanto raggiunto.
Lo stesso avviene oggi con gli oltre 110 mila morti e gli ospedali che rischiano il collasso per la pandemia. Il segretario della Lega sa che la linea rigorista del Governo – dove è presente con tre ministri – è oggettivamente giustificata dalla situazione ma ugualmente insiste sulle riaperture perché l’economia del “suo” Nord viene prima della salute.
Era a terra, autodisarcionatosi dal “cavallo bianco” che montava da Ministro dell’Interno e dalla mazzata delle regionali in Emilia Romagna, quando il Colle gli ha dato una mano per risollevarsi. Il Colle, non Palazzo Chigi che lo conosceva bene e lo aveva di fatto emarginato, anche come opposizione.
Ed ora, con il governo del “tutti dentro”, il leader leghista non si è lasciato scappare l’occasione per “rimontare a cavallo” e cercare di fare il buono e cattivo tempo. Sembra che gli stia andando bene ma non è così.
A piazza Colonna è cambiato l’inquilino ed ora c’è Mario Draghi che non si fa certo influenzare dalle “manfrine” del Lumbard. Lo ha capito e ogni tanto gli dà qualche carotina come si fa con i cavalli per tenerli al passo, tanto per … salvargli la faccia.
Ma si tratta di una situazione che non potrà andare avanti per molto tempo: ad ottobre si voterà in alcune grandi città e gli altri Partiti non sembra siano intenzionati a favorirlo nel gioco di “raccattare” consensi a loro spese e sulla pelle degli italiani.
Certamente non il PD di Enrico Letta né i Cinque Stelle del vecchio “amico”, Giuseppe Conte. Ma Salvini dovrà fare i conti soprattutto con quella Giorgia Meloni che, restata coerentemente all’opposizione, rischia di soffiargli la leadership della Destra
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(PdA – 3 aprile 2021)

Governo o Partito? Questo è il dilemma! (per Salvini)
Il “prima gli italiani” di Matteo Salvini, dopo appena due mesi di governo Draghi, si sta trasformando in “prima la Lega” e ovviamente i suoi interessi elettorali. Che si traduce, come nell’agosto scorso, nella richiesta di riaprire tutte le attività.
Che poi sia finita – come logica conseguenza – con ospedali e terapie intensive di nuovo in crisi di posti letto e che le vittime siano ad oggi più di 30 mila, al segretario leghista interessa poco. L’importante è che il Nord produttivo sappia che c’è chi si preoccupa di un Paese in crisi economica e che, nel momento del voto, si comporti di conseguenza.
Solo in questa chiave, puramente propagandistica, si può leggere il diktat di Salvini: “Impensabile tenere chiusa l’Italia anche per l’intero mese di aprile”.
Propagandistico perché, replica secco il presidente Draghi, “se sia pensabile o impensabile dipende dai dati che abbiamo”. E i dati del CTS sembrano davvero allarmanti.
Del resto non va dimenticato che il segretario della Lega, oltre a caratterizzarsi per il suo antieuropeismo, per mesi ha criticato il rigore di alcune misure anticovid sostenendo tra l’altro l’inutilità della mascherina. Evitava volutamente di indossarla e solo di recente si è “corretto”, anche per evitare di essere tagliato fuori dal governo del “tutti dentro” e dalla “gestione” dei fondi europei.
E così lo vediamo in tutte le apparizioni pubbliche indossare rigorosamente una mascherina scura con il tricolore italiano e il logo della Lega, dichiararsi europeista, a parole, e sforzarsi di sostenere il governo.
Del resto, sul collo, Salvini avverte il fiato di Giorgia Meloni e pertanto tenere a freno il richiamo elettorale diventa difficile soprattutto per chi le tesi di Fratelli d’Italia le ha sempre condivise.
Solo che, con il senno del poi, forse gli sarebbe riuscito più facile mantenere la leadership della Destra con Conte che non con Draghi. È vero: Arcuri e Borrelli sono stati sostituiti, il CTS si è “dimagrito”, Casalino è a spasso. Ma il virus è sempre in agguato e grossi mutamenti, ad oggi, non se ne vedono.  
A dir la verità, un cambiamento c’è stato: I “ristori” si chiamano “sostegni”. Che ne dice Salvini? Non sembra soddisfatto se si lascia scappare un “non potete chiederci di approvare gli stessi provvedimenti chiusuristi del Conte bis”.
Ma la “riflessione” non sembra essere una qualità del leader leghista, come dimostra l’agosto del Papeete! Con qualche mojito in meno forse a Palazzo Chigi ci sarebbe lui e Meloni sarebbe al 5/6 per cento.

(PdA – 27 marzo 2021)

Condono? Brutta parola, meglio “pace fiscale”
“Se il mondo veramente si desse una mano…”, sono gli ultimi versi di una canzone di Sergio Endrigo che potrebbe parafrasarsi in “Se tutti gli italiani pagassero le tasse…”.
Ecco, se tutti pagassimo le tasse, tutti ne pagheremmo di meno. E invece no. Le pagano i fessi per garantire diritti e servizi anche a chi le tasse non le paga ed evade. Tanto prima o dopo interverrà…. un condono.
Parola orribile che si preferisce “mascherare” con termini diversi. E così il governo di unità nazionale – voluto da Mattarella dopo la crisi di sistema innescata dalla caduta del Conte2 – decide ipocritamente di chiamarlo … pace fiscale.
Con ogni probabilità, senza Lega e Forza Italia nell’esecutivo del “tutti dentro”, questa ennesima beffa per gli onesti non ci sarebbe stata e Draghi non si sarebbe dovuto “piegare” al ricatto dell’azionista di maggioranza (Salvini) che non perde occasione per continuare a rastrellare consensi per quando si andrà al voto.
Ma il condono che c’entra con la pandemia? Negli anni dal 2000 al 2010 interessati al colpo di spugna il Covid non c’era. Ma c’erano i “furbetti” che quelle tasse non hanno pagato e che oggi – supportati dal segretario della Lega – sfruttano l’emergenza sanitaria e sociale per continuare ad evadere. Ed è già corsa, come preannuncia una Destra sempre più baldanzosa, ad ampliare il provvedimento oltre il paletto dei 5 mila euro, estendendo la sanatoria fino al 2018 e comprendendo redditi anche superiori ai 30 mila euro.
Si dirà che in questi ultimi due anni il fermo delle attività produttive ha creato oggettivamente problemi. Bene! Ma la sanatoria, intanto, dovrebbe riguardare il biennio del Coronavirus, non l’arretrato, e non dovrebbe interessare i cosiddetti “garantiti”, quelli a reddito fisso che non hanno subito alcun danno e che le tasse, soprattutto in tempi di crisi economica, le dovrebbero pagare.
Si tratta, obiettano i sostenitori del condono, di somme di modeste entità, di difficile esigibilità e che intasano l’Agenzia delle Entrate. D’accordo. Se ne sospenda il pagamento per un ragionevole lasso di tempo, in attesa di una più efficiente riforma della riscossione, ma si eviti che a beneficiare del condono – perché di questo si tratta – siano anche coloro che lo stipendio, mese dopo mese, hanno continuato a prenderlo.

(PdA – 21 marzo 2021)


Con Renzi siamo allo…strabismo politico
Una quindicina di anni fa Veronica Berlusconi, nel separarsi dal marito, chiese a coloro che gli stavano accanto di aiutarlo, “come si fa con una persona che non sta bene”.
Una frase senza dubbio molto forte che mi è tornata alla mente nel leggere le cose dette oggi da Matteo Renzi all’assemblea di Italia Viva: “Quelli che dicevano ‘o Conte o morte’ sono andati a casa, noi siamo ancora qui. Quelli che ci dicevano ‘Vi asfalteremo’ sono andati a casa, noi siamo qui”.
Roba da trasalire. Siamo allo strabismo politico. Renzi si sofferma sul moscerino nell’occhio degli ex alleati e non vede la trave che ha devastato il suo: “Noi siamo ancora qui”, dice. Ma dove? A fare che cosa? Con quale peso?
Lui resta ancorato sempre al 2%, ha perso un dicastero importante come l’Agricoltura, gli è rimasto solo un Ministero, peraltro senza portafoglio, la Lega – contro la quale nel 2019 spinse per un accordo PD Cinque Stelle che Zingaretti non voleva – è al governo, alcuni suoi parlamentari lo hanno già lasciato ed altri si apprestano a farlo, il micro Partito è diventato ininfluente, “Enrico stai sereno” è tornato da Parigi e, acclamato come un salvatore, guida un PD che proprio il “Bullo” fiorentino aveva portato ai minimi storici.
Evidentemente Renzi non sta bene e gli amici che ancora gli stanno accanto, e gli vogliono bene, farebbero bene ad occuparsene. Non sono uno specialista ma credo che ci si trovi di fronte ad un classico esempio di strabismo politico. Gli specialisti lo chiameranno con un nome più esatto. Ma tant’è!
Diciamo che quando Renzi si è mosso per far cadere il Conte2 si è comportato né più né meno come Salvini al Papeete. Con una differenza: il Matteo lombardo ha portato oggi la Lega a Palazzo Chigi e per ora fa il bello e cattivo tempo. Invece, il Matteo toscano forse ha capito di aver fatto una “cazzata”, come avvenne mettendo il suo bel faccione sul referendum istituzionale e, sapendo di non avere più i numeri per tornare in Parlamento, sta cercando lavoro all’estero.
Come Letta a Parigi? Non proprio, perché Enrico aveva i titoli accademici e oltralpe gli si spalancarono le porte. Al segretario di Italia Viva toccherà “emigrare”, anche se ben pagato, forse verso lidi sauditi. In fondo la sua “avventura” pubblica era cominciata proprio con una trasmissione dove guadagnò bei soldini in …. gettoni d’oro: ben 48 milioni di lire!
Evidentemente gli … interessi non cambiano!

(PdA – 20 marzo 2021)

Governo: da Casalino a Salvini, cambia il…portavoce
Lo chiamano ancora governo Draghi ma di questo passo gli italiani arriveranno presto a identificarlo come…governo Salvini!
Il segretario della Lega cerca di sfruttare la ben nota riservatezza del Primo per diventare “de facto” il suo… Casalino. Altro che profilo basso suggeritogli proprio da Draghi in un colloquio a Palazzo Chigi! E giù invece esternazioni a raffica sulla “qualunque” con l’obiettivo di sottolineare il “cambio di passo” rispetto al Conte2 e il contributo attivo della Lega. In questo “facilitato” dalla “ossequiosità” di alcuni Direttori e opinionisti, purtroppo anche autorevoli.
Del resto la categoria, in molti suoi esponenti,  ha perso da tempo la vis polemica dei Montanelli, dei Bocca, dei Biagi. Scarseggiano gli approfondimenti e le interviste sono per lo più “piatte”. In alcuni casi si cerca addirittura di “non disturbare” il manovratore con domande o repliche “spiazzanti”.
In questo clima il segretario della Lega ha gioco facile per essere presente ovunque e spesso senza contraddittorio: sui giornali, in TV, nei Social, per marcare che l’azionista di maggioranza di questo Esecutivo è lui. E non altri. E che a lui spetta (senza peraltro che nessuno lo abbia autorizzato) il compito di pubblicizzare l’operato di questo Esecutivo di unità nazionale. Insomma, se Draghi sta zitto, straparla Salvini!
Hanno cercato di tenerlo fuori, anche perché il governo del “tutti dentro” era nato come il “governo dei migliori” e il Matteo lombardo certamente non lo è.
Il Presidente del Consiglio, nella sua autonomia, ha scelto ministri non proprio legati al segretario del Carroccio. Anzi! Ma lui ha fatto finta di nulla ed ha cominciato a bombardare l’opinione pubblica con i soliti argomenti da campagna elettorale leghista. Di questi tempi, ha l’eleganza di non parlare di elezioni ma fa capire che passata la pandemia…
Nelle dichiarazioni alle Camere Draghi ha spinto con forza sull’europeismo del governo e Salvini non ha profferito parola, neppure prendendosi la briga di spiegare i motivi del suo cambio di rotta a 180 gradi. Così come non ci dice – e pochi glielo ricordano – le sue campagne contro l’utilizzo delle mascherine, contro le chiusure e per l’utilizzo del vaccino Sputnik.
E perdurante silenzio si registra anche sui rapporti economici con i russi e sui 49 milioni di euro da restituire in 75 anni, in comode rate e senza interessi, sottratti dalla Lega allo Stato tra il 2008 e il 2010, oltre ai suoi viaggi a Mosca con Gianluca Savoini. Di tutto questo appunto la stampa non parla più. Proprio per non “disturbare” l’astro nascente della Destra, probabile futuro Premier!
Una cosa Salvini ha però modificato in vista di un futuro “salto” nelle stanze che contano: l’abbigliamento. Felpe e mascherine hanno ceduto il posto a giacche e cravatte, anche se i toni elettorali dei suoi interventi e le tematiche restano sempre le stesse. Come dire: il lupo perde il pelo ma non il vizio.
Per tornare al governo Draghi e ai risultati ottenuti dalla Lega, Salvini pone l’accento sulla giubilazione di Arcuri, sul ridimensionamento del CTS, sul nuovo vertice della Protezione Civile che, ovviamente, ascrive alla sua persona. Come a voler far intendere che le istanze della Lega trovano immediata rispondenza nelle decisioni di Mario Draghi.
Sulla sua presenza mediatica e sul lavoro del governo si avverte un… maestro: Rocco Casalino! E in prospettiva un disegno: portare Draghi al Quirinale, ottenere lo scioglimento delle Camere, vincere le elezioni e salire a Palazzo Chigi. Ovviamente con pandemia arrestata o quasi, conti economici sistemati, aiuti europei avviati… 

(PdA – 19 marzo 2021)

Renzi con i sauditi nel cuore…(o nel portafoglio?)
La tracotanza di Matteo Renzi non conosce limiti, fino a sconfinare nel menefreghismo. E la storica incapacità di mantenere le promesse, pure!  Vogliamo ancora ricordare il suo “dirò addio alla politica se…”? Lasciamo stare.  Tutti si attendevano che spiegasse i motivi – immaginiamo molto seri – che lo avevano portato, durante la crisi del Conte 2,  a mollare baracca e burattini per volare  a Riyad
Un po’ infastidito (perché il personaggio è  permaloso) dalle critiche, aveva annunciato una conferenza stampa subito dopo la nascita del governo Draghi. E’ passato un mese ma per ora, su quel viaggio,  nessuna parola chiarificatrice.
Non solo ma, quatto quatto, il senatore di Rignano  questa volta è andato negli Emirati Arabi, a Dubai, in un lussuoso albergo da 1.500 euro a notte, su di un’isola artificiale in mezzo al mare.
Evidentemente si è reso conto che a Roma, con un partito al 2 per cento e la “sfinge” Draghi a Palazzo Chigi, è destinato a non toccare più palla. Anche se in Italia la situazione politica, sanitaria e sociale è tutt’altro che tranquilla e richiederebbe una maggiore attenzione, in particolare da chi ha provocato tutto questo terremoto.
Sorge qualche dubbio: solo un momento di “meritato” riposo dopo le “fatiche” per mandare a casa Conte? Oppure l’opportunità di “eclissarsi” in seguito alla crisi esplosa del PD in attesa che i suoi “cavalli di Troia” preparino il terreno per il ritorno del Cincinnato saudita? Probabile ma poco credibile!
Ci si interroga quindi sui “Reali” interessi di Matteo Renzi non più in Italia ma in quei Paesi. E sui motivi della coltre di mistero che avvolge le mission arabe del nostro Senatore, peraltro membro della commissione Esteri.
Della serie “non è vero ma ci credo”, uno squarcio di luce mi è venuto dal mio solito portiere “acculturato”, lettore assiduo dei giornali che ogni mattina arrivano agli inquilini del Palazzo. “È vero – mi chiede mentre mi intercetta sulle scale – che Renzi sta cercando casa dall’altra parte del mondo?”
Resto interdetto ma poi capisco che “l’altra parte del mondo” per il mio portiere sono l’Arabia Saudita e gli Emirati. E mi dico: e se fosse vero?
In effetti, è probabile che in Italia l’avventura politica di Italia Viva si sia conclusa, paradossalmente proprio con la caduta del governo rossoverde, e che con il 2 per cento le sia difficile un ritorno in Parlamento.
Quanto all’autore di tutto questo patatrac, difficile che possa trovare ospitalità in qualche altro Partito, tranne eventualmente un PD “Bonacciniano”. Tutti lo conoscono e per giunta, per sua stessa ammissione, è antipatico.
Oddio, l’antipatia in politica era un sentimento diffuso anche nella Prima Repubblica. Basti pensare a Massimo D’Alema.
Ma Renzi non è D’Alema!

(PdA – 8 marzo 2021)

C’è lo zampino di Renzi dietro le dimissioni di Zingaretti?
Nicola Zingaretti si dimette dalla segreteria del PD e non sono pochi quei maligni che, sulla decisione, non escludono una … responsabilità renziana.  Colpisce infatti – accanto agli inviti, non di circostanza, di tutti i big ad un ripensamento – il silenzio di Stefano Bonaccini, da tempo in corsa per raccoglierne l’eredità.
Ma davvero il presidente della Regione Emilia-Romagna, alle prese con una pericolosa ripresa della pandemia che ha colpito soprattutto molti suoi territori, briga per assumersi sulle spalle anche il gravoso fardello di un Partito in piena crisi?
Lui forse no! Ma qualcun altro sta lavorando da tempo per mandare a casa il fratello del commissario Montalbano: Le “pugnalate” in fondo sono la cosa che gli riescono meglio. Parliamo di Matteo Renzi.
La verità è che il segretario di Italia Viva si è reso conto finalmente del flop politico della sua mini-creatura e – contrariamente alle promesse di voler fare altro nella vita – cerca l’occasione per rimettersi in gioco e restare in politica a fare il bello e cattivo tempo.
Come? Diamine! Con il suo amico Bonaccini. Se diventasse segretario, sarebbe più facile il rientro in un PD dove ha lasciato alcuni “amici” a presidiar il territorio del Nazareno: osservatori secondo alcuni, ”guastatori” per altri. E con lui potrebbero rientrare i Rosato, le Bellanova, i Faraone, gli Scalfarotto, ma soprattutto Maria Elena Boschi e tutti quegli sprovveduti che hanno seguito il “pifferaio” di Rignano nell’avventura di un Partito che “sognavano” – come gli aveva fatto credere – a due cifre. 
Un’analisi forzata? Può darsi, ma… Andreotti docet!

(PdA – 5 febbraio 2021)

Anche per Renzi, evidentemente, “pecunia non olet”
Erano gli ultimi giorni di gennaio quando, in piena crisi di governo da lui aperta, Matteo Renzi ha lasciato baracca e burattini ed è volato a Riad per partecipare ad una conferenza economicamente ben remunerata.
Per cercare di soffocare le polemiche che si aprirono non appena la notizia divenne di dominio pubblico, il segretario di Italia Viva inizialmente parlò di “diversivi da parte di chi non ha idee”, ma subito dopo fu costretto ad annunciare, “l’impegno a discutere con tutti i giornalisti in una conferenza stampa dei miei incarichi internazionali, delle mie idee sull’Arabia Saudita, sul futuro della pace di Abramo, del Medio Oriente. Ma lo facciamo – assicurò – la settimana dopo la crisi di governo”.
Evidentemente a Renzi le promesse non riescono bene. Un po’ come quando promise che avrebbe lasciato la politica se gli italiani avessero bocciato nel 2016 il “suo” referendum costituzionale
Ebbene, la crisi di governo si è conclusa da un pezzo, ministri e sottosegretari sono al lavoro, ma del solenne impegno assunto da Renzi neppure l’ombra.
Il “furbacchione” toscano pensava che tutto sarebbe finito del dimenticatoio. E invece – come si dice ai bambini che dicono le bugie –  il diavolo fa le pentole ma non i coperti.  Per cui il regime saudita irrompe prepotentemente  sulle prime pagine dei giornali con un report della Casa Bianca sulle responsabilità di Riad nella cattura e nell’assassinio, nel consolato saudita di Istanbul il 2 ottobre 2018, del giornalista  Jamal Khashoggi. Un omicidio politico, scrivono gli analisti della Cia, “approvato” dal principe Mohammed Bin Salman
Sì, proprio lui, quel principe che Matteo Renzi aveva intervistato nella due giorni saudita, elogiando tra l’altro il “nuovo rinascimento” di cui Riad sarebbe il centro ma senza accennare minimamente alle tante questioni legate ai diritti umani nel Regno. Anzi, dicendosi  “invidioso del vostro costo del lavoro”.
E chi, involontariamente, gli ha “scoperchiato” gli altarini è stato proprio il neopresidente americano Joe Biden che ha autorizzato la pubblicazione del rapporto dell’intelligence che Trump aveva secretato.
Renzi è ancora convinto che la nuova presidenza americana lo aiuterà a scalare la segreteria generale della Nato?
Più realistico vederlo “armeggiare” con Salvini per portare Berlusconi al Quirinale e “annettersi” Forza Italia. Il disegno del senatore fiorentino, a questo punto costretto a restare in Italia, sarà quello di dare vita ad un Polo moderato come fece Rutelli con la Margherita.
Ma Rutelli è Rutelli, non Renzi!

(PdA – 27 febbraio 2021)

Governo: Salvini azionista di maggioranza (grazie a Renzi)
Adesso la barca del Governo con “tutti dentro”, o quasi, può salpare. Anche se è facile prevedere che la navigazione non sarà agevole. Nessun dubbio sulle qualità del timoniere, ma oggettive riserve sull’equipaggio salito a bordo e su qualche Capociurma che, per non dare nell’occhio, si è preferito lasciare sulla banchina a controllare che la rotta sia “quella” giusta.
E sarà sull’interpretazione da dare all’aggettivo “giusto” che si potrà misurare l’esatta rispondenza tra i fatti e le “assicurazioni” date per non restare a terra. Senza inutili giri di parole, l’obiettivo dichiarato è quello di mettere le mani sugli aiuti economici dell’Europa. Un po’ come nell’”Isola del Tesoro” di Stevenson, dove il pirata cattivo si fingeva buono per carpire la buona fede di un ragazzo e farsi portare dove pensava di trovare un grosso tesoro.
Ecco, l’impressione è che sulla barca di Draghi la Lega (ex nord) – e con essa Matteo Salvini – punti ad attribuirsi di fatto il ruolo di azionista di maggioranza e che il Presidente del Consiglio avrà il suo bel da fare nel tenerlo a bada, evitando soprattutto che il “Lumbard” offra la percezione di essere una sorta di premier-ombra
I segnali non mancano. Critico con i ministri dell’Interno e della Sanità del Conte 2, mal ha digerito la loro conferma e subito dopo, vestendo i panni dell’agnellino, si è lasciato sfuggire un “dovremo aiutarli” puntando a “commissariarli” con due sottosegretari “cagnacci”. Così si è espresso con alcuni suoi collaboratori.
Gli è andata bene con il Viminale dove è riuscito a piazzare il fidatissimo Nicola Molteni, meno con la Sanità dove non figurano uomini della Lega. Ma la “pesca” comunque lo ha soddisfatto. “Sono quelli – dice con enfasi – che avrei voluto io”. E, un po’ spocchioso, aggiunge un “mi spiace perché di persone di valore ne avremmo avute altre 30”.
Il fatto è che – Draghi o non Draghi – il segretario della Lega resta in campagna elettorale permanente: il taglio delle tasse, la pace fiscale, la rottamazione di milioni di cartelle esattoriali. E poi: riaprire riaprire riaprire. Una tesi sostenuta anche prima del lockdown dell’anno scorso e in estate con le discoteche. Non a caso, echeggiando un certo Borghi, osserva che “il diritto al lavoro non è di minor rango rispetto alla salute”.
Questo è Salvini, rimesso prepotentemente in sella dall’altro Matteo, Renzi, che ha voluto la caduta del Governo ed ha fatto naufragare poi qualsiasi ipotesi di “Conte ter” aprendo la strada – nell’impossibilità di elezioni in piena crisi sanitaria, economica e sociale  – all’appello del Capo dello Stato per un governo di unità nazionale.
Solo che il segretario della Lega ha incassato il ritorno del suo partito al governo mentre il Bullo toscano nella redistribuzione degli incarichi ha perso un ministero, l’Agricoltura, e soprattutto la golden share che di fatto esercitava nel Conte 2, nonostante il 2-3 per cento del suo Partitino.
Oggi Matteo Renzi appoggia anch’egli il governo ma, al contrario di Salvini, non conta più un tubo. E, poiché non è immaginabile vederlo in panchina, è possibile un nuovo colpo di scena: un avvicinamento alla Lega, l’appoggio per Berlusconi al Colle e la conseguente annessione di Forza Italia. Come leggere, del resto, la “convergenza” di Bonaccini con la Lega per riaprire ristoranti, piscine, cinema e teatri? Vero che Il presidente della Regione Emilia-Romagna è un esponente del PD ma come dimenticare che è un amico di Renzi? Il classico cavallo di Troia anche per un eventuale ritorno nel PD qualora l’opzione su Forza Italia non dovesse andare in porto!

(PdA – 25 febbraio 2021)

Nel Governo conta solo Draghi, i partiti appaiono semplici figuranti
Nessuno può dire se, e quanto, durerà il governo del “tutti dentro” con l’autoesclusione dell’astuta Giorgia Meloni che ha buone possibilità di conquistare la leadership della Destra. E più il Governo andrà avanti – e per il bene del Paese c’è da augurarselo – più aumenteranno le sue chances a spese, ovviamente, di Lega in flessione di consensi, e della ormai esausta Forza Italia.
Di una cosa però si può essere certi: A contare, con i politici che ci troviamo, fortunatamente sarà solo Mario Draghi, gli altri si ridurranno al ruolo di semplici figuranti. Lo sanno ma fingono di essere contenti!
I due Matteo, che avevano la golden share dei rispettivi schieramenti, non conteranno più un tubo. A meno che non si vogliano intestare la paternità di una nuova crisi di governo.
Con Renzi, vista la sua naturale propensione al killeraggio seriale, non è da escludersi; di meno con Salvini che in casa sua, e nella Destra, avrà il grosso problema di guardarsi le spalle.
Il segretario della Lega è davvero convinto che i suoi tre ministri condivideranno eventuali “uscite” stile Papeete? E il “Bomba” toscano chiederà all’unica ministra di Italia Viva di dimettersi qualora decidesse una ulteriore eventuale capriola?
A proposito,  che fine ha fatto la sua richiesta di accedere ai fondi del Mes, determinante – disse allora – per la crisi del Conte 2? E che farà se il Presidente del Consiglio farà cadere sue eventuali altre richieste?
A bocce ferme possiamo dire che anche il segretario di Italia Viva, come del resto tutti gli altri, è stato ridotto al ruolo di figurante. Un esempio? Forza Italia, presente nel governo ma del tutto ininfluente. Ben diverso il peso che avrebbe assunto se a suo tempo avesse deciso di sostituirsi a Italia Viva. Con Draghi il partito di Berlusconi fa numero, ma non conta nulla. Con Conte avrebbe svolto un ruolo strategico come forza europeista determinante.
Ma le cose non vanno bene neppure per le altre comparse della “quasi” Unità nazionale: Grillini,  PD,  Calenda  e Bonino. Questi ultimi due, già con scarsa visibilità mediatica, scompariranno del tutto dai radar della informazione politica. Ed è un peccato perché il contributo di serietà e di idee di cui sono portatori in “terra caecorum” è di spessore. Quanto ai Cinque Stelle, ricorderanno come un miraggio il 33 per cento del 2018, tanti sono stati gli errori commessi in questi tre anni.
Resta il Partito Democratico. Che dire? Frutto di un amalgama mal riuscito del PDS con la Margherita, ha dimostrato anche durante il Conte2 e in questa crisi di non essere all’altezza dei ”Padri” storici delle rispettive formazioni politiche.
E poi, scivolare sulla buccia di banana delle donne!

(PdA – 14 febbraio 2021)

Governo Draghi: «Avanti c’è posto!»
Nel primo dopoguerra ci provò Alcide De Gasperi a formare un governo del “tutti dentro”. Non andò bene e c’è chi dice che lo fece proprio per dimostrarne l’impraticabilità. A 75 anni di distanza ci prova Mario Draghi. Anche lui di grande spessore e di riconosciuta credibilità internazionale.
Allora l’Italia usciva da una disastrosa guerra ed era tutta da ricostruire. Anche oggi una terribile crisi sanitaria, economica e sociale ed anni di malgoverno hanno messo il Paese in ginocchio. Ma il rischio del fallimento di questa “ammucchiata” è dietro l’angolo. Anche perché, contrariamente a quel momento, oggi la differenza in negativo la fa la classe politica con l’ingresso in Parlamento di una frotta di ragazzotti senza arte né parte, che sembra abbiano marinato la scuola e siano capitati lì per caso. Ma anche gli altri…!
Il nuovo Esecutivo di unità nazionale, al di là delle indiscusse qualità di alcuni tecnici, richiama alla memoria un vecchio film del dopoguerra, “Avanti c’è posto” dove un tram sferraglia sui binari con i passeggeri ammucchiati sul predellino posteriore e un giovane Aldo Fabrizi che si sgola e fatica a farli entrare tutti dentro.
Certo, Draghi non è Conte anche se il Presidente uscente si è trovato improvvisamente a dover fronteggiare una situazione sanitaria, occupazionale ed economica che non ha precedenti dalla fine della guerra e qualche “compagno di viaggio” deliberatamente non gli ha sempre indicato la giusta direzione di marcia.
C’era una volta il MES. Ebbene, la bandiera dei renziani oggi non sventola più. Così come sono venuti meno i tanti pretestuosi pilastri di un’offensiva che, a giochi conclusi, sembra avesse come unico e reale obiettivo solo la caduta del presidente Conte. Una posizione più che legittima! Bastava dirlo senza costringere il Paese ad assistere ancora una volta al teatrino della vecchia politica. “La possibilità di essere governati da Draghi – ammette il segretario di Italia Viva – era una speranza incredibile. Così ho deciso di rischiare tutto (sic) perché il fine giustifica il rischio”. E candidamente ammette: “questa era la mia strategia. Ho fatto tutto da solo con il 3 per cento”. Ora, sarebbe interessante sapere cosa ne pensano Teresa Bellanova ed Ivan Scalfarotto.
E la memoria non fatica a ricordare il siluramento dell’ex sindaco di Roma Ignazio Marino, allo “stai sereno Enrico”, alla bocciatura di Franco Marini al Quirinale con un cinico “è un uomo del secolo scorso”, al PD portato al suo minimo storico.
Che quello di Draghi punti ad essere il “governo dei migliori” lo dovrà dimostrare presto, anche se – a parte il valore e la competenza dei ministri tecnici – la conferma di diversi esponenti politici, manuale Cencelli alla mano, richiama molto il Conte1 e il Conte2.  Con l’aggravante di aver “costretto” PD e Liberi Uguali a convivere, oggi, con Forza Italia e Lega.
Il treno dell’auspicabile ripresa è comunque partito. Il macchinista è di indiscusso valore, alcuni passeggeri….

(PdA – 13 febbraio 2021)

E se Renzi fosse anche dietro la liberazione della Loujain?
È di questi giorni la notizia che l’Arabia Saudita ha liberato, dopo quasi tre anni di carcere, una delle più famose attiviste per i diritti delle donne di quel Paese: Loujain al Hatlout.
Si ricorderà anche, perché la vicenda potrebbe essere collegata, che Matteo Renzi rinviò ad una conferenza stampa la spiegazione sui motivi del suo viaggio a Ryad, a crisi di governo risolta
Avendola – lui – provocata, sarebbe stato più logico evitare quelle 48 ore saudite.  Ma, come si dice, “maiora  premebant”.   Certamente il cachet di 80 mila dollari, ma forse anche qualcosa di meno venale.
E la notizia che l’Arabia Saudita abbia liberato in questi giorni la giovane attivista fa pensare che il segretario di Italia Viva, ovviamente già a conoscenza delle intenzioni del principe saudita Mohammed bin Salman, attendesse proprio questa notizia per “arricchire” con i giornalisti la “mission” saudita e “annacquare” i termini della consulenza.
Per intestarsi il merito anche della liberazione della donna? Certamente rientrerebbe nel suo stile. Non a caso da ragazzo Matteo Renzi veniva etichettato come ”il Bomba” di Rignano . Un “marchio” che si guadagnò sul campo perché fin da giovane aveva l’ambizione di primeggiare sempre, anche a costo di ingigantire i propri racconti. E da adulto la storia ci dice che non è cambiato.
Vero è che il rilascio di quella che era diventata in Arabia Saudita il simbolo dei diritti femminili è avvenuto soprattutto per la volontà del neopresidente Usa Joe Biden di rivedere la vendita di armi ai Paesi del Golfo e togliere il sostegno alle operazioni militari saudite in Yemen. Come dire, caduto Trump, la musica anche nel mondo arabo è cambiata. Ma come escludere che sulla decisione non abbia influito anche il nostro Matteo? Tra una domanda nel “suo” inglese e la risposta in arabo del principe?
Quando vuole, Matteo riesce anche ad essere un … costruttore!

(PdA – 12 febbraio 2021)

Salvini, Borghi e Bagnai, tre europeisti da favola
Un tempo ai bambini, per tenerli buoni, si raccontava la favola di Qui Quo Qua o dei tre porcellini. Oggi, con gli italiani alle prese con una crisi sanitaria, economica e sociale senza precedenti, la fiaba si evolve e i tre protagonisti dei nostri sogni infantili prendono le sembianze meno rassicuranti di Salvini, Borghi e Bagnai diventati – per amore del Paese – tre europeisti… convinti. Almeno questo è quanto si sforzano di far credere.
In realtà, se ricordiamo tutto quello di antieuropeo che in questi anni è uscito dalle loro bocche, i Tre assomigliano di più alla Banda Bassotti alle prese con il colpo del secolo: spartirsi il tesoro che l’Europa sta per mettere a disposizione dell’Italia.
Ed ecco che la Lega, folgorata sulla via di Mario Draghi, ha messo il silenziatore a Borghi e a Bagnai, mentre Matteo Salvini ha lasciato nel guardaroba le felpe per indossare un più rassicurante completo giacca e cravatta.
Ma il buon Matteo deve sperare che Super Mario creda che questo cambio di passo del Carroccio sia reale e non gli chieda conto delle magliette con la scritta “Basta Euro”, le promesse di radere al suolo i campi rom, di sparare sui barconi dei disperati e castrare i delinquenti. Oppure si ricordi dei casi Gregoretti e Open Arms, le offese a Carola Rackete, le affermazioni sui porti chiusi per stroncare l’immigrazione.
Tutto un “armamentario” che è cinicamente servito al segretario della Lega – con un corredo di santini e vangeli – per salire nei consensi, per ora virtuali perché basati solo su sondaggi.
E in proposito non sarà male ricordargli – per continuare a fargli “respirare” aria di destra – Giorgio Almirante secondo il quale “le piazze piene (oggi diremmo appunto sondaggi) non sono voti nell’urna”.
Il Salvini “mani, cuore, piedi e cervello in Europa” di questi giorni, neanche un anno fa definiva Bruxelles “un covo di serpi e di sciacalli” e il 27 marzo, in piena pandemia, prometteva: “prima sconfiggiamo il virus, poi pensiamo all’Europa e, se serve, salutiamo. Senza neanche ringraziare”.
E il mese dopo, il 9 aprile, lanciando l’idea di un referendum come nel Regno Unito per la Brexit, affermava che “se l’Europa è fame, morte e sacrifici, non è il futuro che dobbiamo lasciare ai nostri figli”.
Ma le fiabe, si sa, finiscono con un “…e tutti vissero felici e contenti”. Sarà il caso di Salvini Borghi e Bagnai? L’Italia se lo augura, l’interrogativo è d’obbligo!

(PdA – 9 febbraio 2021)

Tutti sul carro di Draghi. Scherzo di carnevale?
Un vecchio modo di dire recita: “A carnevale ogni scherzo vale”.  Ma non è uno scherzo che leghisti e grillini, repentinamente folgorati… sulla via di Bruxelles – e non solo loro – si siano affrettati a salire sul carro in corsa del governo di Mario Draghi.
È stato sufficiente che il Presidente della Repubblica mettesse sul podio di Palazzo Chigi un nuovo “Toscanini” conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, perché le percussioni si siano fermate, i fiati abbiano fatto altrettanto e il primo violino desse il “la” per consentire ai vari professori di accordare gli strumenti di un’orchestra fino a quel momento raccogliticcia e “scordata”.
Fuori da ogni metafora, la conversione di Salvini e di Grillo ha del miracoloso o, forse, non proprio.
Andiamo con ordine. Quasi nessuno voleva le elezioni anticipate. Non Renzi, che continua ad avere ancora bisogno di tempo per far crescere il suo piccolo partito impantanato tra il due e tre per cento.
Non il Movimento 5 Stelle che tutti i sondaggi danno in forte ridimensionamento rispetto al 33 % delle politiche del 2018, per cui forse solo la metà degli attuali parlamentari può sperare di tornare nei palazzi della politica.
Non Forza Italia in progressivo “dimagrimento” e che non vede l’ora di sganciarsi dall’abbraccio mortale della Destra sovranista.
Non le piccole formazioni politiche che nel nuovo Parlamento rischiano di sparire, anche per la legge che riduce drasticamente il numero dei seggi: da 630 a 400 alla Camera, da 315 a 200 al Senato.
Resta il “Nazareno”, costretto a pagare il prezzo più salato.  Anche per colpa di una leadership che da anni fatica ad affermarsi e per un amalgama mal riuscito tra gli eredi di Togliatti e Berlinguer e i “nipotini” di De Gasperi, Sturzo e Moro.
Con il “pieno” dei partiti sul carro di Draghi, Fratelli d’Italia rimane la sola opposizione per attrarre i voti dei contrari al nascente governo. Quindi tutti insieme appassionatamente, si direbbe, sotto la guida di “Super Mario”, tranne Giorgia Meloni alla quale va riconosciuto il pregio della coerenza o, meglio, di un opportunismo strategico.
Il “sì” dei Partiti all’ex presidente della BCE è quindi solo frutto della paura di essere falcidiati nelle urne?  Anche, ma non solo. Il centrodestra infatti, da elezioni anticipate, oggi avrebbe tutto da guadagnare. Almeno stando ai sondaggi.
E perché allora Matteo Salvini, che 48 ore prima dell’incarico a Draghi “invidiava” ancora la Brexit, ha deciso di appoggiare il governo? E perché Grillo ed i dirigenti del Movimento sono passati dal “mai” al “sì”?
La risposta, molto brutale, ce la danno i quasi trecento miliardi che di riffa e di raffa arriveranno dall’Europa. Una torta troppo grossa perché, ad eccezione della elettoralmente “furba” Meloni, qualcuno possa chiamarsi fuori.
“Preferisco essere nella stanza in cui si decide, che restare fuori  e assistere”, ammette il pragmatico Salvini con un Beppe Grillo che gli fa eco: “non si può restare a guardare  gli altri che prendono e spendono i soldi del recovery fund”.
Un po’ come quando in “Napoli milionaria”, la celeberrima commedia di Eduardo, sulla tavola di una povera famiglia che  viveva di sotterfugi per sbarcare il lunario, arriva dall’esterno una fiamminga di  fumante pastasciutta sulla quale, inizialmente un po’ timorosi, tutti prima o poi si buttano a pesce
.
(PdA – 7 febbraio 2021)

E Roccobello tornò a casa
Nel giorno più nero della sua avventura… chigiana, Rocco Casalino  riavvita il cappuccio della bella penna stilografica, la ripone nel taschino della giacca scura all’ultima moda (molto stretta in vita e corta,  sopra il sedere per intenderci), spegne il computer, e ci rinvia la lettura della sua fatica letteraria.
Sì, il controverso “uomo ombra-immagine” di Giuseppi  in quasi tre anni è riuscito a scrivere – o a far scrivere da altri – anche un libro: “il Portavoce, la mia storia”. È augurabile però, anche se temiamo il contrario, che ci vengano risparmiati gli anni della sua vita giovanile, compreso il primo Grande Fratello e che lo scritto si limiti all’esperienza politica che, sembra, almeno per lui si sia conclusa.
Come avrà fatto, dove ha trovato il tempo, non si sa ma le memorie di “Roccobello” –  come pare privatamente lo chiamasse Conte – sono una realtà! Peccato che l’uscita nelle librerie prevista per il 23 febbraio, subito dopo la settimana di Carnevale, si sia dovuta rinviare.
Sarebbe stato interessante scoprirne la vena…letteraria e apprendere, direttamente dalla “sua” penna, cose che a noi umani non è dato conoscere. Soprattutto nelle stanze dorate di Chigi Palace.
E a proposito di “s-coprire”, c’è un altro personaggio di ben altro spessore che l’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi manda a casa: Goffredo Bettini. Un altro spin doctor che da questa vicenda esce con le ossa rotte e rischia di sparire di nuovo dai radar delle nostre conoscenze. Di lui e dei suoi programmi futuri nulla per ora è dato sapere. Se, per esempio, continuerà ad occuparsi di politica dalla sua piccola casa nel centro storico di Roma o se preferirà tornarsene in Thailandia.

(PdA – 4 febbraio 2021)

Renzi a Riad “un diversivo”? Punti di vista…
Ai soldi uno che inizia la sua vita… puntando sulla “Ruota della Fortuna” difficilmente rinuncia. Più probabile che, suo malgrado, Matteo Renzi si veda costretto a cambiare commissione parlamentare al Senato.
I fatti, fino a domenica tenuti rigorosamente segreti, sono noti e vanno valutati sotto tre aspetti.
Il primo riguarda la tempistica. In piena crisi di governo – da lui aperta, voluta e studiata da mesi – il senatore di Rignano (e in questo caso non è banale sottolinearne lo status) vola a Riad per una consulenza pagata profumatamente migliaia di dollari.
Parlare di inopportunità è forse un eufemismo. In Arabia Saudita vige un regime teocratico che nega i diritti alle donne, prevede la pena di morte e sembra implicato nell’omicidio di Jamal Khashoggi (giornalista del Washington Post) avvenuto nel consolato saudita di Istanbul.
Il secondo aspetto riguarda il cuore dell’iniziativa  mediorientale del segretario di Italia Viva: nell’intervista al principe saudita Mohammed bin Salman che gestisce tutto, dalla Difesa all’Economia, Renzi magnifica il “rinascimento” del regime di Riad, come per Firenze dopo la peste, e si dice geloso del basso costo del lavoro in Arabia Saudita. “Da fare invidia”, si lascia sfuggire…
E veniamo al terzo aspetto. Il senatore (e torniamo a sottolineare che non si tratta di un semplice turista) rientra in Italia con volo privato e, come se nulla fosse, prende sottobraccio la Boschi e la Bellanova e incontra il Presidente della Repubblica.
Da non dimenticare che della delegazione quirinalizia faceva parte anche Davide Faraone!
Una domanda: un senatore della Repubblica, di rientro da una “missione” privata all’estero, può violare la quarantena obbligatoria per i comuni mortali?  O vige il principio del Marchese del Grillo “Io so io e voi non siete niente”? Renzi si è reso conto di aver esposto a rischio i suoi compagni di partito e lo stesso Presidente della Repubblica? È un “diversivo”, come minimizza, affrontare questi aspetti del suo viaggio a Riad, le cose che ha detto e il pericolo di contagio per le persone che al suo rientro sono venute a contatto con lui?
No problem, sembra dire. Secondo un copione in questi anni mandato a memoria il Bullo attacca e promette di rispondere a tutti gli interrogativi. Non oggi, non domani, ma quando si sarà conclusa la crisi di governo.
E c’è da credergli? La storia ce lo presenta come un bugiardo patentato. Lasciamo stare l’accoltellamento di Enrico Letta. Abbiamo ancora davanti agli occhi il suo bel faccione che nel dicembre 2016 ci annunciava, in caso di sconfitta del referendum costituzionale, il suo ritiro dalla politica. “Cambio mestiere e non mi vedrete più”, disse allora.
Evidentemente pensava a consulenze e interviste come fanno tanti Capi di Stato e di Governo una volta conclusi i rispettivi mandati. Renzi no! Resta nel PD, lo porta al minimo storico con liste al 90 per cento di “amici” in modo da “condizionare” l’attuale Parlamento, dà vita quindi ad una “sua” creatura che immagina a doppia cifra. Gli va male, rischia di finire nel dimenticatoio e si inventa, per riguadagnare la scena politica, la “guerra” al Conte 2.
Il resto è il film di questi giorni. Lui, con il 2%, ancora a dare le carte e a tenere in ostaggio la maggioranza! Il principe saudita gli ha insegnato qualcosa. E Renzi “bravo” (Manzoni?) ad …imparare.

(PdA – 30 gennaio 2021)

Renzi spregiudicato e invidioso. Ma anche lobbista?
Sulla spregiudicatezza e sul disinvolto cinismo di Matteo Renzi nessuno più nutre dubbi. E nel PD, ma non solo, ne sanno qualcosa!
Per settimane ci si è interrogati sui motivi “reali” che lo hanno spinto a premere l’acceleratore sulla crisi di un governo che, lui per primo, nell’agosto del 2019 aveva “sponsorizzato”.
Con ogni probabilità, nelle sue previsioni, il “Conte due” sarebbe dovuto durare 4/5 mesi al massimo. Il tempo necessario per evitare le elezioni ed avere più tempo per il Partito che già aveva in mente di creare.
Ma l’esplosione mondiale della pandemia (il diavolo fa le pentole ma non i coperchi) ha mandato in aria gli iniziali programmi per cui il senatore toscano si è dovuto in fretta “resettare” fino a quando però si è accorto che il governo dell’“oscuro” Giuseppi rischiava di superarlo per durata. E questo Renzi non lo poteva accettare.
Facciamo due calcoli. Sono stati 1.019 i giorni del suo governo: dal 22 febbraio 2014, dopo la giubilazione di Letta con lo “stai sereno Enrico”, al 12 dicembre 2016 per la “musata” contro il referendum costituzionale. Esattamente 2 anni, 9 mesi e 20 giorni. Di poco superiori ai 962 giorni maturati fino ad oggi dall’Avvocato del Popolo tra il Conte 1 e Conte 2.
La “gelosia” quindi per il rischio di perdere il primato, insieme all’esigenza di una visibilità che il 2/3 per cento di Italia Viva non gli consentiva, lo hanno spinto ad aprire una crisi altrimenti inspiegabile,  con motivazioni che appaiono pretestuose: dalla  “governance” per la gestione dei soldi dell’Europa alla polemica sulla delega sui servizi segreti.
Pretestuose perché non c’era nulla che non si potesse risolvere in incontri, anche riservati, tra i segretari della coalizione.
Ma Renzi non finisce di sorprendere.  Perché in piena crisi politica, da lui stesso innescata, scompare per alcuni giorni invitando il Partito al silenzio. Si pensava ad un momento di riflessione, per far decantare la situazione.
Ci si è sbagliati. Il Segretario di Italia Viva è volato invece per “affari suoi” in Medio Oriente, a Riad, per partecipare ad una conferenza di un organismo controllato dal fondo sovrano saudita, dove siede nell’advisory board e che gli garantirebbe fino a 80 mila dollari l’anno.
Per carità, niente di illegale ma eticamente molto discutibile dal momento che parliamo di un paese come l’Arabia Saudita, che viola i diritti umani e, comunque, di attività  che in genere vengono svolte da personalità, come ad esempio Obama, che hanno concluso la loro vita politica.
E forse questa è la chiave per capire perché Matteo Renzi, anche in queste settimane ha ripetuto di non voler entrare al governo: un “beau geste” non per dare “nobiltà” alla sua battaglia  contro Conte ma per  non dover abbandonare un business molto più redditizio della politica.
Ad altri gli “onori” di incarichi governativi, a lui – che giovinetto ha iniziato con la Ruota della Fortuna – i …“dindi”, quelli veri!

(PdA – 27 gennaio 2021)

A proposito di responsabili e voltagabbana
Cominciamo a mettere alcuni puntini sulle “i” perché, si dice a Roma, il più pulito c’ha la rogna.
In questi giorni il politico più gettonato sui quotidiani e nei talk televisivi è il senatore Lello Ciampolillo che il “VAR” di Palazzo Madama, a tempo scaduto, ha ammesso al voto. Silenzio invece, o quasi, sul senatore Riccardo Nencini che ha votato subito dopo Ciampolillo. Forse perché quest’ultimo, meno noto e con nessuna storia politica alle spalle. ha un cognome “a tutto tondo” che foneticamente si presta alle ironie che un tempo investirono i Razzi e gli Scilipoti.
C’è da chiedersi – per mettere un primo puntino sulla “i” – come le opposizioni avrebbero reagito se Ciampolillo e Nencini avessero negato la fiducia al Governo.
E non ci si ricorda, o si preferisce non ricordare, che la cosiddetta seconda Repubblica è nata su tre voltagabbana. Allora si preferì “più nobilmente” parlare di “cambi di casacca” di cui due – Giulio Tremonti eletto nel Patto Segni e Luigi Grillo eletto al Senato nelle liste del Partito Popolare di Mino Martinazzoli – “premiati” rispettivamente con il Ministero delle Finanze e un sottosegretariato. Altrimenti Berlusconi non ce l’avrebbe fatta.
Ma veniamo all’attualità di questi giorni. L’Opposizione sovranista chiede di votare e per Matteo Salvini, sull’onda dei sondaggi favorevoli e nonostante il Covid, sarebbe preferibile una pausa elettorale di pochi mesi per permettere agli italiani di esprimersi. A questo punto, sempre secondo il segretario della Lega, nascerebbe un Governo che avrebbe una finestra di ben cinque anni per governare senza le attuali fibrillazioni.
Bene. Ma non è stato lui nell’estate del 2019 a decretare la fine del primo governo Conte? Se non si fosse “montato” la testa e se avesse evitato di invocare i “pieni poteri”, il governo con i grillini sarebbe ancora in carica e il Paese potrebbe affrontare con serenità e senza scosse interne (in teoria) l’attuale crisi sanitaria, economica e sociale. Tanto per mettere un altro puntino sulla “i”.
E ancora: di fronte al rischio di essere scaricato all’opposizione e all’ipotesi di un governo dei 5 Stelle con il PD, non è stato proprio Salvini, subito dopo l’ubriacatura del Papeete, ad ingranare la retromarcia per proporre a Di Maio la presidenza del consiglio di un nuovo Esecutivo con la Lega? Come se fino ad allora tutto fosse filato liscio!
E, sempre per continuare a mettere i puntini sulle “i”, non è stato il senatore Salvini in questi giorni, nel timore di possibili esodi, a blindare il  centrodestra da mane a sera, e a “tentare” qualche esponente  grillino di seconda o terza fila assicurandogli una ricandidatura? E questo non è un “mercato”?
Ma veniamo all’altro Matteo. Oggi Renzi, più conciliante e timoroso di perdere qualche suo parlamentare, dice: “fermiamoci un momento e ragioniamo”. E non era quello – per mettere ancora un puntino sulla “i” – che gli hanno chiesto a lungo i suoi ex alleati e lo stesso Presidente del Consiglio? E perché non ha fatto, lui, quello che chiede agli altri?
Ci si lamenta giustamente, ma ipocritamente, dell’attuale sistema elettorale fingendo di ignorare che è figlio di questo Parlamento e di “questa” classe politica. Chi avrebbe dovuto metterci mano? Il Padreterno?
Basterebbe una doppia modifica, strategica e non tattica. Sarebbe sufficiente, per ora, introdurre l’istituto della sfiducia costruttiva o stabilire che, se il governo cade, va a casa anche il Parlamento.
Sai quanti voltagabbana in meno!

(PdA -23 gennaio 2021)

Se la Moratti fa rimpiangere Gallera…
Finché al nord ci saranno “belle teste pensanti” che ragionano (si fa per dire) “alla Moratti”, l’Italia non sarà mai un Paese unito.
Sui testi di geografia veniamo rappresentati come uno stivale che parte dal nord, si allunga al centro sulla dorsale appenninica tra la costa tirrenica e quella adriatica, per unirsi al sud con il classico tacco.
In realtà non è così. Nel quotidiano, l’Italia è spaccata: con un nord che, in tutte le sue manifestazioni, non perde l’ambizione di “schiacciare” le regioni meridionali grazie al peso della “sua” economia dove regioni oggettivamente più ricche puntano ad emarginare territori meridionali più deboli.
Come interpretare diversamente la “pretesa” di Donna Letizia, in piena pandemia, di dare più dosi di vaccino  alla Lombardia perché più produttiva e “motore” dell’Italia? Come dire: vivi in una regione povera? Non ti lamentare, lo Stato si preoccuperà anche di te ma dopo aver curato el sciur Brambilla che deve mandare avanti la sua  “fabrichetta”. E quindi, secondo la Moratti, avrebbe più titoli del contadino calabrese…
Viene in mente la poesia di Totò, “A Livella” dove, nonostante di fronte alla morte si sia tutti uguali, la differenza nella sepoltura la faceva il titolo nobiliare.
Ed è grave che il concetto venga fatto suo dal presidente Fontana per il quale la proposta del neo assessore Moratti, avanzata in una  lettera al commissario Arcuri, presenta “integrazioni estremamente coerenti e logiche”. Per il presidente leghista, insomma, anche sulla salute, i poveri avrebbero meno diritti dei ricchi.

(PdA – 19 gennaio 2021)

Per Nencini l’isola di Itaca è ancora Renzi oppure è Conte?
Non risulta, a meno che la mitologia “toscana” non abbia fatto nuove scoperte, che l’Ulisse di Omero avesse un fratello. Sappiamo del padre, Laerte, e della “fedele” Penelope, ma di… germani nemmeno l’ombra. Il poeta greco non ne parla.
Ne parla invece Matteo Renzi che, in una chiacchierata con Repubblica, ci informa che il senatore socialista Riccardo Nencini “è un suo fratello” (non lo sapevamo) e si dice certo che “non lo tradirà”.
Solo che proprio Nencini, in un’altra pagina di Repubblica, dice di sentirsi “come Ulisse sulla nave, tra tempeste e insidie, che punta su Itaca”.
Ora, uscendo dalla metafora mitologica “dell’ultimo dei craxiani”,  la domanda di molti commentatori politici alle prese con l’attuale  crisi di Governo è se la navigazione di Nencini sia finita e qual è l’approdo: ancora il segretario di Italia Viva, al quale nel settembre 2019 ha regalato il simbolo per la costituzione di un gruppo parlamentare, o Giuseppe Conte?
A sentire l’esponente socialista, sembra che quello di Renzi sia stato un porto temporaneo e che il senatore socialista abbia deciso di puntare la prua della barca verso Palazzo Chigi.
Come interpretare, con buona pace di Renzi, la frase che “non si può lasciare il Paese nel caos” e che “bisogna ripartire da questo governo che è il più autorevole che abbiamo a disposizione per gestire la fase della rinascita”?
Significa forse che il Nencini-Ulisse scende a terra, dismette i panni del marinaio e indossa quelli del “costruttore”, consapevole che “non si può mandare il Paese al macero, ora che bisogna farlo ripartire e far sedere a un tavolo i soci fondatori di questa maggioranza”.
Una maggioranza “forte, autorevole e stabile” della quale ovviamente non potrà farne parte chi, come Renzi, si è chiamato fuori ma forse non alcuni suoi “compagni di viaggio” il cui orizzonte non prevede eventuali approdi-Nato sui quali sembra contare invece il ragazzotto di Rignano. Sempre che Governo, PD e Cinque Stelle non decidano di stopparlo.
Tanto per rendergli pan per focaccia. Della serie: andò per bastonare e finì bastonato.

(PdA – 15 gennaio 2021)

Renzi scimmiotta Fanfani? Non c’è partita
Che il barometro della politica – che da settimane segnava cattivo tempo – volgesse al peggio, lo si è capito da una frase che ambienti renziani avevano fatto filtrare nell’immediata vigilia della crisi. Un apprezzamento sul Presidente del Consiglio non proprio fresco di giornata ma indicativo della frittata che il “Ducetto” di Italia Viva si apprestava a cucinare per la serata delle dimissioni delle sue due ministre
Il 5 novembre scorso Renzi varcò, per la prima volta dalla nascita del governo giallo-rosso, il portone di Palazzo Chigi per un vertice con i leader della maggioranza e all’uscita disse ai suoi : “Conte? Gli ho trovato una qualità: sa arredare gli immobili. Con me c’era sempre casino”.
Un giudizio tranchant che il Bullo toscano si è tenuto per sé per oltre due mesi e che denota pure che qualcosa, della storia della Democrazia Cristiana, Matteo l’ha almeno “leggiucchiata”. Peccato che non gli sia servita!
Infatti un apprezzamento altrettanto sferzante fu pronunciato nel 1974 da Amintore Fanfani ad un giornalista che lo intervistava sul Forlani-politico. “A piazza del Gesù – rispose gelido lo statista aretino – l’ascensore era sempre rotto. Arnaldo lo ha fatto aggiustare”.
L’accostamento a Fanfani, per carità di Patria, si ferma qui. Per il resto…
“Il problema di Renzi – osserva uno strizzacervelli che preferisce restare anonimo – è comportamentale. Lui non si è mai sentito un gregario, è il motivo per cui ha fatto il sindaco di Firenze, si è poi inventato la Leopolda e dopo la “musata” del referendum istituzionale, è uscito dal PD dove non era più considerato. Soffre di mancanza di visibilità, non riesce a restare nell’ombra più di tanto”.
E probabilmente l’errore di Cinque Stelle e PD, oltre soprattutto a Giuseppe Conte, è stato proprio quello di non averlo mai considerato, di averlo fatto sentire nella coalizione come un “incomodo” del 2 per cento, Lui che in pratica l’aveva battezzata, di aver sorvolato sulle sue richieste politiche fino a banalizzarle come una richiesta di poltrone.
Non a caso, a Conte – che gli chiedeva se volesse andare nel 2022 alla Nato – Renzi lo ha riportato con i piedi per terra osservando secco: “Guarda che non sei tu né io a decidere un mio eventuale incarico alla Nato ma Biden…”. E la testa di “Giuseppi” potrebbe anche essere un trofeo da offrire al neo presidente americano, sperando che se ne ricordi al momento opportuno.
Il segretario di Italia Viva con ogni probabilità pagherà l’aver mandato a casa, per dirla con Massimo D’Alema, il politico più popolare del momento, nel pieno di una crisi economica e sociale, con un’epidemia di nuovo in espansione, con 80 mila morti, ma non gliene importa niente.
Renzi è fatto così: prima il suo “Io”, poi gli altri…

(PdA – 14 gennaio 2021)

Salvini senza vergogna! Dalle felpe, al rosario, alle mascherine di Trump e Borsellino
Bisogna riconoscere che la spregiudicatezza e la disinvoltura di Matteo Salvini nell’ “appropriarsi” di simboli che non gli appartengono non ha limiti.
Ricordiamo tutti le magliette e le felpe, di varie fogge e colori, che indossava quando era Ministro dell’Interno, anche per ovviare alla evidente incapacità di dire di seguito quattro parole che non fossero i soliti slogan triti e ritriti da campagna elettorale. Diciamo che si era inventato un modo per omaggiare le Forze dell’Ordine che era chiamato a rappresentare.
Ci può stare. Ma, quando siamo arrivati ai crocefissi e ai rosari esibiti con sfrontatezza per acquisire consensi a buon prezzo, è emerso il vero volto del leghista “mascherato” da moderato e cattolico: cinico e irrispettoso dei valori degli altri.
Un “vizietto”, quello di Salvini, che si è puntualmente ripetuto con le mascherine anticovid.
Esaurite le felpe perché non più ministro dell’interno, accantonati rosari e crocefissi in attesa di altre elezioni, il segretario della Lega – che  inizialmente minimizzava la pandemia ed era contrario all’uso della  mascherina – se n’è  fatte confezionare di tutti i tipi: in particolare, da quella degli alpini  con la quale si è presentato in Senato a quella inneggiante a Trump, a quella con il volto di Paolo Borsellino e una frase del giudice ucciso.
Anche in questo caso la strumentalizzazione di Salvini è evidente e dà fastidio: era a Palermo per il processo dove è imputato per aver vietato lo sbarco di 107 migranti, il giudice Paolo Borsellino è stato assassinato  dalla mafia il 19 luglio 1992 con cinque uomini della sua scorta. Ebbene, che c’azzecca (direbbe Di Pietro) la “passerella” di Salvini con un mazzo di fiori in via D’Amelio davanti all’Albero della Pace e la mascherina con l’immagine del giudice? Una vera e propria appropriazione indebita, un atto di sciacallaggio.
Borsellino era considerato un uomo di destra. Ma la sua destra era legalitaria, borghese, laica, al servizio dello Stato, una destra che onorava e rispettava le leggi. Non quelle pro-Trump, che evidentemente piace molto a Salvini, se orgogliosamente, fino a qualche giorno fa, ne indossava la mascherina a stelle e strisce con la scritta del Presidente sconfitto dagli americani.
Il segretario della Lega è sempre lo stesso: mistifica e strumentalizza ogni situazione. Indossare la mascherina di Donald Trump e poi arrivare a Palermo con quella del giudice Borsellino è un atto spregevole e vergognoso, è mettere insieme il diavolo e l’acqua santa.  Ma questo è Salvini: senza vergogna!

(PdA – 12 gennaio 2021)

Renzi si crede Moro ma…non lo è!
O così o Pomì. Matteo Renzi, con il suo mini partito, ha solo uno striminzito 2 per cento ma nel braccio di ferro con Conte e con gli alleati si comporta come se avesse ancora il 40 per cento delle europee del 2014.
Molta acqua è passata sotto i ponti e molte cose da allora sono cambiate. Innanzitutto Lui. Il “suo” referendum costituzionale ha spazzato via molte “sue” certezze. Non è più il Presidente del Consiglio di quella stagione. Non è più il segretario di quel PD che ha distrutto portandolo ai limiti storici dai quali fatica ancora a riprendersi. Lui stesso, novello Schettino, che ha abbandonato la barca che stava affondando nella speranza di tornare ad essere il Number One  di una nuova formazione politica che sognava a doppia cifra ma che continua a “galleggiare” tra il 2 e il 3 per cento e alle elezioni rischia di scomparire.
Eppure, con una supponenza che non conosce limiti, da mesi è impegnato in un braccio di ferro con il Presidente del Consiglio e con gli alleati di governo non per trovare un comune punto di caduta, ma per imporre – al limite del ricatto – le sue idee: o così o Pomì.
Peccato che alla Leopolda del 2012, il 17 novembre, gridasse invece contro i veti delle formazioni minori. “Non ci sarà nessun partitino – si chiami Mastella, si chiami Diliberto – che provi ad intralciare il patto che noi vogliamo fare con i cittadini”. E ammoniva: “ Non c’è più spazio per voi, cari partitini dei veti”.
E qualche anno dopo all’assemblea del PD, il 19 febbraio 2017,  strillava che “peggio della parola scissione c’è solo la parola ricatto”, con un significativo: “non è accettabile che si blocchi un partito sulla base del diktat di una minoranza”.
Renzi, sulla cui coerenza – come si è visto – ci sarebbe molto da riflettere,  si conferma un distruttore seriale come lo è stato del governo di cui era presidente, del partito di cui era segretario, dei D’Alema e dei Veltroni “rottamati”, con gli ipocriti “stai sereno” ad Enrico Letta e non solo, e con tutti coloro che hanno avuto la (s)ventura di imbattersi sulla sua strada, dimenticando che anche “l’invincibile” Napoleone – e Renzi assolutamente non lo è – finì i suoi giorni nell’isola di Sant’Elena. Altro che il vagheggiato segretariato generale della Nato per il quale sta facendo anche tutta questa “ammuina”!
Al Bullo fiorentino manca del tutto la capacità dell’ascolto e l’arte della mediazione, indispensabile in politica.  Nessuno gli contesta la validità di alcune critiche all’operato del Governo, ma nessuno – neppure Lui – può ignorare la portata storica di un’epidemia che ha colpito il mondo intero e che, come tutti, ha trovato impreparato il Paese. Né va sottovalutato lo sforzo con il quale, anche con alcuni errori, l’Esecutivo sta cercando di fronteggiare una situazione che non ha precedenti, né i risultati ottenuti in sede europea con gli oltre 200 miliardi destinati all’Italia.
Niente! Per Renzi l’unica ricetta valida è solo la sua e non concede agli Alleati nessuno spazio di mediazione.
Ci sono nella storia del Paese – è vero – illustri precedenti dove posizioni di minoranza si imponevano fino a diventare maggioranza. Basta ricordare, per esempio, il 3 per cento del Partito Repubblicano o il 7 per cento della corrente morotea. Ma allora i leader si chiamavano Ugo La Malfa e Aldo Moro.
Matteo Renzi non è né l’uno né l’altro. È solo un “parvenu” che in quegli anni, e in quelle aule, avrebbe faticato a fare anche il semplice portaborse.

(PdA – 9 gennaio 2021)

Le…”bugie” di Renzi
Non è un mistero che Matteo Renzi piacesse molto a Silvio Berlusconi fino a considerarlo il suo… erede politico naturale e che il Cavaliere sia sempre stato nelle corde del ragazzotto toscano.
Il patto del Nazareno – che altri e non loro due – hanno fatto saltare era nato proprio da questo feeling tra, per così dire, due “venditori di pentole bucate”. Non è un caso infatti che Berlusconi, il meglio di sé, lo abbia dato nell’avventura televisiva e che il “Renzi-pubblico” sia nato sotto le luci di un gioco televisivo e non con la politica. E se tanto mi dà tanto…
I due si sono “incontrati” tardi ma sono della stessa pasta: sproloquiare, “pensare” (sic) in grande, dire bugie perché qualcosa rimarrà e alla fine le fakes diverranno verità.
 L’ultima di Renzi riguarda il MES e la polemica sui ritardi nelle vaccinazioni. “Se lo avessimo preso sei mesi fa – dice il segretario di Italia Viva – oggi avremmo più vaccinati”. E NON È VERO! Le prime dosi – in Italia, in Europa, nel Mondo – sono arrivate solo a cavallo di Capodanno ed attualmente il target di vaccinazioni si aggira intorno ai 70/80 mila al giorno. Quindi…
Altra fake riguarda la frase, davvero stucchevole, “noi facciamo politica”. Ed anche questo NON È VERO perché la “politica” di Renzi, come quella di tutti gli altri Partiti, si concretizza solo nell’occupazione di poltrone: il Bulletto di Rignano, ai tempi del Conte 2, ha preso parte in prima persona – appunto “per far politica” – alla trattativa del governo portando a casa, per la sua micro Corrente ben due Ministeri ed un sottosegretariato e solo dopo pochi giorni, incassate le poltrone, ha lasciato il PD per dar vita al suo partitino del due per cento.
Senza quelle poltrone, oggi, Renzi non avrebbe margini di ricatto. Altro che “Noi facciamo politica”!
Inoltre il segretario di Italia Viva chiede di usare tutti i prestiti UE per progetti “additivi”, incurante di aggiungere alla già pesante zavorra del debito pubblico oltre 120 miliardi in sei anni invece dei 55 previsti nell’ultima bozza del recovery plan di Palazzo Chigi con il rischio, quando si esaurirà il piano straordinario della Bce, che lo spread si allarghi e si debbano dover operare nuovi tagli.
Questi è Matteo Renzi: furbo ma non intelligente, solo un Capetto arrogante e spregiudicato condannato in Italia, al termine di questa legislatura, alla irrilevanza politica.
Il furbacchione lo ha capito e, “pensando” (sic)  in grande, punta ad altri lidi. La Nato? Auguri!

(PdA – 6 gennaio 2021)

Renzi punta a diventare…”Presidente Emerito”
Sono passati quattro anni ma a Matteo Renzi di essere stato disarcionato di brutto dal cavallo del referendum costituzionale non va giù. Ed è da quell’infausto 4 dicembre che si ingegna a tornare in sella.
Intanto si è subito pentito di aver promesso che in caso di sconfitta si sarebbe ritirato dalla politica e avrebbe fatto altro. Anche perché “altro” ha dimostrato di non saper fare, se non chiacchierare. Ci ha provato, poverino, ma gli è andata buca. E allora? Lui, abituato a parlare con la Merkel e gli Obama…
L’occasione, ghiotta, gliel’ha data il suo gemello di nome, Matteo Salvini, con la decisione, lo scorso anno, di mandare a casa il primo governo Conte.
Crisi inevitabile ed elezioni anticipate alle porte? Niente affatto, ha sentenziato Renzi, ancora nel PD e quindi non pronto ad un’eventuale avventura elettorale. Per cui, inaspettatamente, disco verde ad un governo Zingaretti – Di Maio. Il tempo necessario per farsi “regalare” una dote di due ministeri ed un sottosegretariato, e uscire il giorno dopo dal partito di iniziale militanza ed annunciarne uno “tutto suo”, pronosticandogli una percentuale a due cifre con cui fare il buono e cattivo tempo. Le cose, ad oggi, non sono andate così e i sondaggi, impietosi, lo inchiodano ad una percentuale che non supera il 3 per cento.
Ed ecco che il senatore di Rignano, contrario all’irrilevanza politica, comincia a picconare lo stesso Governo che, lui, aveva contribuito a far nascere. In questa azione di sistematico killeraggio, aiutato dalla debolezza di un segretario … travicello PD che gli ha lasciato spazi e audience mediatica.
Ben diverso se, alla guida di quel Partito, ci fosse stato ancora un D’Alema in grado di “governare” letteralmente a calci in c..lo le “sortite” del ragazzotto toscano. E non è un caso che il boy-scout di Firenze, a suo tempo, abbia pensato di rottamare proprio D’Alema e con lui quelli che, in prospettiva, gli avrebbero potuto fare ombra.
Ma la storia, anche quella politica, non la si fa con i “se” per cui ci tocca ancora parlare dei “capricci” di Renzi che ogni mattina interroga il suo specchio magico su cosa fare per farsi meglio notare.
“Semplice”, gli risponde lo specchio: continuare a “dardeggiare”, un giorno sì e l’altro pure, chi ha avuto la “spudoratezza” di occupare il suo posto, cioè Giuseppe Conte.
Il Presidente del Consiglio convoca una riunione? Lui la diserta.
Conte sale al Quirinale per incontrarsi con il Capo dello Stato? E, puntuale, Renzi rende noto un suo incontro con Mattarella.
Il Capo del Governo fissa per il 30 dicembre il consueto incontro di fine anno con i giornalisti. E il bullo fiorentino lo anticipa precedendolo il giorno prima con una “sua” conferenza stampa dove “straccia” la bozza governativa sul Recovery, peraltro ancora tutta da discutere con gli alleati, e ne presenta una “sua” che battezza con un … significativo “CIAO”, l’acronimo di Cultura, Infrastrutture, Ambiente, Opportunità, ma che ricorda tanto lo storico “Enrico, stai sereno”.
Renzi è fatto così: parla in prima persona, fa riferimento ad iniziative da lui prese nei quattro anni di Palazzo Chigi, irride gli avversari, si compiace di essere antipatico.
In un mondo che ha due Papi, di cui Uno Emerito, il desiderio di questo ex Presidente del Consiglio, oramai fuori da incarichi di prestigio, sembra proprio essere quello di auto-accreditarsi almeno come “Presidente Emerito”.

(PdA -29 dicembre 2020)

Salvini e la carità pelosa
Che il giorno di Natale ci sia chi – e per fortuna non sono pochi ma nel silenzio – si preoccupa anche dei più fragili e bisognosi, è molto bello e testimonia la grandezza e la solidarietà del Paese. Che poi tra questi ci sia anche Matteo Salvini, non può che far piacere.
Meno bello è che il Natale “solidale” del leader leghista sia stato fatta conoscere attraverso televisioni, fotografi e giornalisti che hanno accompagnato il Capitano, in perenne campagna elettorale, a distribuire generi alimentari agli anziani di alcune case popolari di Milano.
La beneficenza, quando è vera e disinteressata, è quella che si fa con la mano destra senza che lo sappia la sinistra e soprattutto senza il codazzo degli operatori dell’informazione.
Negli anni ’60 lo storico direttore dell’Osservatore Romano, Raimondo Manzini, di buon mattino prima di andare a dirigere il giornale vaticano si fermava a messa  nella Chiesa di Santa Maria in Traspontina portando in tasca delle piccole somme di danaro che all’uscita distribuiva fra i poveri.
Più recentemente, ma siamo sempre in quegli anni, il padre di Paolo Giuntella, il professore Vittorio Emanuele, storico e reduce dai lager nazisti, la domenica, dopo la messa di mezzogiorno nella basilica di Cristo Re in viale Mazzini, invitava a pranzo a casa sua qualche bisognoso che chiedeva l’elemosina fuori della Chiesa. E anche allora non c’erano né fotografi né televisioni.
Ma al segretario della Lega, invece, il “codazzo” di fotografi e giornalisti piace perché è funzionale alle sue iniziative, spesso “pelose” e mai disinteressate: vuoi a pubblicizzarlo con il Crocifisso al collo, vuoi a immortalarlo mentre “brandisce” il Vangelo, a mo’ di moderno crociato a caccia di consensi fra quella parte di cattolici “beoti” che ne seguono la linea (?) politica.
A Matteo Salvini, e al team che ne segue quotidianamente le gesta, pagato peraltro profumatamente con soldi pubblici, vorremmo chiedere  quante volte in anni passati, a Natale, abbia girato per Milano portando pacchi dono ai più poveri. Lo ha fatto? Forse non ce ne siamo accorti perché in quelle occasioni avrebbe privilegiato il silenzio e la riservatezza? Qualità che, in quanto tali, sono del tutto estranei alla cultura (???) del Nostro.

(PdA – 27 dicembre 2020)

Gasparri vorrebbe la verifica al bar di piazza Colonna 
Che il governo di Giuseppe Conte non sia il migliore del mondo come non lo sono i suoi ministri, checché ne dica il Presidente del Consiglio, è sotto gli occhi di tutti. Ma che la “Trimurti” della Destra faccia di tutto per non farlo sfigurare è altrettanto evidente.
Non c’è iniziativa dell’Esecutivo, giusta o sbagliata che sia, che non venga criticata dall’Opposizione con argomentazioni spesso strumentali, sempre ovviamente di parte, e comunque prive di alternative percorribili.
A sentire i Salvini e le Meloni, sembra di ascoltare il vecchio Gino Bartali con il suo storico “l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”. Possibile che non ci sia una iniziativa governativa – soprattutto in questa dannata stagione di pandemia – che non sia esente da critiche!
Lo slogan “prima gli italiani” del segretario della Lega nella lotta agli immigrati diventa, con il Covid, “prima l’economia”. Ed ecco la Destra e i Governatori delle regioni del Nord, sensibili alle esigenze del loro elettorato, anche in barba alla salute dei cittadini, battere la grancassa del “tutto aperto”. Già strombazzato con il lockdown di questo inverno viene ora riesumato in vista del Natale. 
Solo che – se la gente si contagia – i negozi poi non vendono, i ristoranti restano vuoti, le stazioni sciistiche deserte, per fare qualche esempio. E le “casse” del commercio quindi ugualmente piangono. Ma con qualche morto in più!
Non è un caso che in un recente dibattito parlamentare la “Mente pensante” (sic) della Lega, Claudio Borghi, si sia “avventurato” in un excursus costituzionale sostenendo che il diritto al lavoro “predomina” su quello alla salute” perché del primo la Carta ne parla all’art. 3 mentre il diritto alla seconda viene …. relegato dai Costituenti “solo” all’art. 32.
E a proposito della pretestuosità di alcune critiche della Destra, un’altra “perla” ce la offre il senatore Maurizio Gasparri quando accusa il Presidente del Consiglio di aver stilato per la verifica un calendario di consultazioni con una scansione di orari simile a quella del Quirinale nelle crisi di governo. “Presuntuoso – dice Gasparri – manco fosse il Presidente della Repubblica”!
Bene. Che cosa avrebbe dovuto fare Giuseppe Conte? Dare appuntamento alle varie forze politiche “a casaccio” nel bar di piazza Colonna e chi arriva prima viene ascoltato e gli altri si accodano. Beninteso, con mascherina e rispettando il necessario distanziamento.
Un commento che l’“inutile” Gasparri – come veniva apostrofato da alcuni avversari già ai tempi della prima Repubblica – si sarebbe potuto risparmiare. Almeno lui che, in fatto di esperienza politica, qualcosa avrebbe potuto insegnare ai molti “ragazzetti” approdati in questa legislatura in Parlamento.   

(PdA – 16 dicembre 2020)   

Salvini e Tajani, due giganti con la “g” minuscola
Matteo Salvini e Antonio Taiani, con le prese di posizione sulla riforma del MES, hanno dimostrato di essere proprio due giganti della politica, ma con la “g” minuscola, insomma dei “signor-nessuno”.
So bene che non è professionale scrivere in prima persona ma chi, nel “Palazzo”, per esigenze giornalistiche, c’è stato molto più di loro non può non ricordare il terrorismo degli anni ’80 ed osservare che solo l’unità delle forze politiche, di maggioranza e di opposizione, ha permesso al Paese di sconfiggerlo.
Centro, Sinistra e Destra seppero mettere da parte ogni calcolo di convenienza, sacrificare parte delle rispettive esigenze e trovare punti di mediazione che consentissero all’Italia di uscire vittoriosa da un decennio di lutti e di sangue che a macchia di leopardo investirono il mondo della giustizia, del giornalismo, dell’imprenditoria, della politica per culminare nel rapimento e nell’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta .
In quella stagione la ricerca del consenso, pur legittima, passò in secondo piano. L’esatto contrario di quanto avviene oggi in una situazione che il Covid, con i quasi  60 mila morti, sta rendendo ancora più grave.
In una situazione che non ha precedenti dalla fine della guerra  il gioco preferito di un’Opposizione che non ha idee è quello di sparare sul Governo cercando solo di lucrare consensi soprattutto fra le categorie più colpite.
Non c’è provvedimento che non venga  criticato dalla Destra che in questo gioco al massacro è riuscita a trascinare anche il Partito di Berlusconi.
Salvini addirittura è salito al Quirinale accusando il Governo di non voler collaborare con l’Opposizione. Solo che, dopo appena 24 ore, sulla riforma del Mes, ha annunciato il  voto contrario e minacciato la rottura dell’alleanza di centrodestra se il Partito di Berlusconi  si fosse dissociato.
E che fa il Cavaliere? Obbedisce e incarica il suo numero due, Antonio Taiani, di spiegarne i motivi a quanti nel Partito non vorrebbero piegarsi al ricatto del segretario della Lega.
Ma qui viene fuori l’altro gigante con la “g” minuscola, che dimentica di essere stato per 5 anni presidente di quel Parlamento europeo contro il quale, in obbedienza al Capo, e succube di Salvini, dovrà votare contro.
Pensando proprio a Salvini e a Taiani, ma anche a tanti altri loro compagni di cordata, di maggioranza e di opposizione, mi torna in mente una fra le battute più fulminanti di Giulio Andreotti: “Sono consapevole dei miei limiti ma so anche di non essere circondato da giganti”.
Non sarebbe male se molti deputati e senatori di questa legislatura ne tenessero conto!  
(PdA  – 3 dicembre 2020)         

Salvini non conosce il galateo istituzionale
Che dire! Ancora una volta Matteo Salvini ha dato prova della sua “voluta” ignoranza istituzionale. Ha chiesto – dopo il voto favorevole della Camera al decreto che azzera la sua politica sull’immigrazione – di incontrare il Presidente della Repubblica e ha fatto diffondere – lui – da non meglio specificate fonti leghiste una nota per ufficializzare la sua “salita” al Colle e le considerazioni sulle tematiche al centro del colloquio, fra le quali appunto l’immigrazione, oltre alla situazione sanitaria, sociale ed economica del Paese.
Una scelta insolita, alla quale peraltro il segretario della Lega da tempo ci ha abituati, e che “strappa” con la prassi quirinalizia. Che poi ci sia stata un’autorizzazione preventiva (e lo vogliamo sperare), nulla toglie alla strumentalità della comunicazione “di parte”.
Un Salvini che, appena 24 ore dopo il colloquio, ha contraddetto le sue stesse fonti che avevano assicurato il Capo dello Stato sulla leale collaborazione, in questo delicato momento, della Lega e di tutto il centrodestra.
Peccato che il giorno dopo il Capitano abbia annunciato il voto contrario sulla riforma del Mes “perché non riteniamo che la modifica del Meccanismo di Stabilità sia soddisfacente per l’Italia”. E qui è più che legittimo che un partito dica come la pensa e voti di conseguenza.
Grave invece che in questa sua “personale” battaglia contro il governo trascini anche uno dei suoi storici alleati (Forza Italia) minacciando, in caso di voto favorevole la rottura del centrodestra.
Salvini resta un “nostalgico” dei poteri forti, confermando ancora una volta che la democrazia non è il suo forte, e che Lui non è affidabile. A Mattarella, che auspica un clima di maggiore collaborazione fra tutte le forze politiche, pur nel rispetto dei ruoli, assicura leale collaborazione. 24 ore dopo a Berlusconi minaccia la rottura dell’alleanza se il 9 dicembre in Parlamento non si voterà, come vuole la Lega, contro la modifica del Mes.
Sembra che il ragazzotto lombardo, preoccupato, non abbia dimenticato di essere stato spiazzato, nei giorni scorsi, proprio dall’iniziativa del Cavaliere   e di essere stato costretto “obtorto collo” a votare all’unanimità in Senato lo scostamento di bilancio proposto dal Governo.
Chiediamo: ci si può fidare di un politico di questo tipo?
(PdA – 1 dicembre 2020)

Tra Berlusconi e Salvini chi è il  vero leader?
“Che figura di m..da”, avrebbe detto il quasi novantenne Emilio Fede commentando il sedicente “leader” della Destra, Matteo Salvini, costretto ad “appecoronarsi” alla linea decisa da Silvio Berlusconi di votare a favore dello scostamento di bilancio del Governo.
Ovvio che il “ragazzotto” lombardo ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco per non dare, anche all’esterno, l’immagine di una opposizione divisa. Ma è chiaro che il voto di  Camera e  Senato sancisce che la leadership (quella vera) resta ancora in mano al vecchio Silvio Berlusconi che in quattro e quattr’otto si è messo letteralmente nel sacco l’aspirante “leaderino”.
Altro che i pieni poteri “sognati” dell’agosto 2018 e la guida, oggi, di una fantomatica federazione di centrodestra!
Aldo Moro, il 28 febbraio 1978, con un modesto  6/7 per cento della sua corrente portò tutto il “corpaccione” della Democrazia Cristiana, compreso il riluttante Donat Cattin, a votare l’ingresso del Partito Comunista non nel governo ma nella maggioranza che lo avrebbe sostenuto.
Il riferimento a quella stagione (nulla a che fare, sia chiaro, con l’attuale momento politico) vuole dimostrare che le leadership non si sbandierano ma si esercitano sul campo, non con la forza dei numeri ma con l’arte della persuasione e la ricerca paziente del consenso. Qualità, entrambe, che a Salvini difettano molto e che ne fanno non un leader ma un semplice fascioleghista. E qui purtroppo offendiamo Giorgia Meloni che invece esercita il suo ruolo con coerenza e competenza.
Non è un caso che in soli due anni la “Pulzella  de noantri” gli stia “prosciugando” il pozzo dei consensi facendolo scendere da quel 37/38 percento dell’agosto 2018,  che con il mojito gli ha fatto perdere la testa, ad un più modesto 23/24 di oggi.
Ma il segretario della Lega si è accorto che più passa il tempo e più i suoi iniziali consensi si travasano nel contenitore di Fratelli d’Italia?  Forse sì, se dai “pieni poteri” propone ora quel “cavallo di Troia” della Federazione di centrodestra attraverso la quale immagina ancora di poter guidare, Lui, il centrodestra!
Peccato che, sia l’anziano ma “navigato” Berlusconi sia la giovane ma scaltra Meloni, abbiano mangiato la foglia e, almeno per ora, gli rispondano picche.

(PdA – 27 novembre 2020)

Covid 19: Tomba, una “bomba” da disinnescare
Alberto Tomba è stato un grandissimo campione ma non possiamo certo considerarlo un intellettuale di riferimento. E invece, con uno slalom gigante cui negli anni d’oro ci aveva fatto sognare, piomba rovinosamente nella polemica sulla riapertura natalizia degli impianti sciistici.
E che dice “Tomba la bomba”, come veniva definito dai suoi fan? Ci spiega che lo sci è uno sport individuale, che si pratica all’aria aperta con tanto di tuta, guanti, casco ed occhiali. E che quindi, in tempo di Covid, è uno sport più che sicuro.
Elementare, per dirla con Sherlock Holmes!  Certo che lo sci è uno sport individuale. Ma lo sono anche le baite dove fare una breve sosta e bere un punch? Lo sono le file agli skilift e alle cabinovie per le risalite? Lo sono i piccoli e grandi alberghi che nel periodo natalizio si riempiono a dismisura? Lo sono i mezzi di trasporto per portarti alla base delle varie stazioni sciistiche?
Sulla riapertura degli impianti a Natale si rischia di commettere lo stesso errore della scorsa estate quando con il primo sole e l’abbassamento della curva sono riprese le cene tra amici, le feste, i viaggi all’estero e le discoteche hanno riaperto.
È preoccupante in particolare che a sostenere queste tesi demenziali  siano oggi le stesse persone che a giugno e luglio chiedevano di riaprire tutto, con le conseguenze che in autunno abbiamo visto: oltre cinquantamila morti, ospedali al collasso, medici e infermieri stremati, terapie intensive che registrano purtroppo un “tutto esaurito”.
Ed è irresponsabile  che l’opposizione di destra se ne faccia “paladina” pur di accontentare tutti i … Governatori del Nord (dello stesso colore politico) e alcuni cinici imprenditori.
Evidentemente la lezione ferragostana non è servita a nulla se si pensa, per salvare la stagione sciistica, di sacrificare ancora migliaia di vite umane al “dio-divertimento”,
Se è comprensibile la preoccupazione degli operatori del settore, lo è assai meno l’atteggiamento di quei politici che, pur di raccattare consensi, sfruttano  una tragedia come quella che da quasi un anno stiamo vivendo.

La verità, quest’anno, è dolorosa ma l’epidemia non consente scorciatoie: un Natale e una fine d’anno in famiglia,  sobria, senza cenoni e senza fuochi d’artificio che salutino l’addio ad un anno “horribilis” insieme all’arrivo, possibilmente, di un vaccino che ci consenta di tornare a ballare in estate e a sciare a Natale.
(PdA – 26 novembre 2020)

Salvini: invidia e paura cattive consigliere
Alla fine della fiera, forse, tutto si sistemerà e il centrodestra potrebbe ritrovare quell’unità, fittizia, che Matteo Salvini  per ora ha incrinato.
Da due anni il segretario della Lega assomiglia tanto alla povera Penelope che di notte disfa la stessa tela che tesse di giorno. Con una differenza: lui difetta di pazienza ed ha una voglia di comando, sproporzionata alle sue qualità,  unita ad un’ arroganza che lo ha portato ad aprire una crisi di governo nella convinzione di andare a Palazzo Chigi per prendersi i pieni poteri ma restando alla fine con il culo per terra
Facendo della lotta all’immigrazione e del suo slogan più popolare “Prima gli Italiani” il suo cavallo di battaglia, era riuscito infatti  da ministro dell’Interno a costruirsi un consenso “virtuale” tra il 36 e il 38 per cento che ha poi dissipato in appena  due anni. La Lega, infatti, veleggia oggi intorno al 23-24  per cento, poco più di un paio di punti davanti al PD e con il fiato sul collo della “sorniona” Giorgia Meloni.
Beninteso si tratta sempre di sondaggi perché alla prova delle urne il partito di Salvini sul territorio  ha visto ben presto naufragare i “sogni di gloria” del suo Capitano. Immaginava di essere al comando di un transatlantico ma il voto locale – che è quello che in politica conta – lo ha riportato ad una più modesta realtà: un fragile peschereccio in cerca di pesci da far abboccare.
E forse potrebbero essere state queste ripetute “musate” regionali a portarlo in confusione rompendo con Silvio Berlusconi e – inspiegabile – su di una questione che per due anni era stato invece il suo mantra: “Prima gli Italiani”.
Ma come? Un tuo alleato proprietario storico di Mediaset è sotto attacco straniero e tu, Salvini, favorisci la scalata della francese Vivendi?
Non solo, ma gli “rubi” tre parlamentari in libera uscita? E, non contento, nella stessa giornata plaudi all’arresto del presidente del Consiglio regionale della Calabria eletto nelle liste di Forza Italia?
È questa la lealtà del ragazzotto lombardo? quella di cui, per due anni,  hai scassato i cabasisi agli italiani?
A dirla tutta, Il segretario della Lega corretto e leale con i suoi presunti alleati nelle elezioni del 2018 non lo è stato. Li ha relegati all’opposizione, preferendo flirtare al governo con Di Maio. Purtroppo per lui, un solo annetto.
Penelope, nonostante i ripetuti tentativi dei Proci, seppe aspettare il suo Ulisse; Salvini invece, tornato all’opposizione, è stato precipitoso e si è fatto prendere la mano.
Ma perché? Forse per due sentimenti che fanno a cazzotti con chi aspira a diventare Capo: l’invidia e la paura. Invidia per la continua ascesa, a spese della Lega, di Giorgia Meloni che addirittura ha superato – sempre nei sondaggi – il Movimento 5 Stelle e che, senza strombazzarlo, sta mettendo a rischio proprio la leadership dello stesso Salvini. E poi la paura che Silvio Berlusconi possa giocare una “partita in proprio” con il Governo, rendendogli pan per focaccia dopo il tradimento di inizio legislatura.
Solo che, invidia e paura, sono cattive consigliere per chi punta ad essere leader
.
(PdA – 21 novembre 2020)

Sanità Calabria, non c’è due senza tre: Governo in confusione
La stanchezza e la confusione del Governo in questa seconda ondata di pandemia emerge anche dalla gestione della sanità in Calabria dove ad errori si sono aggiunti errori. E non è detto che la questione, con le ultime decisioni, si sia risolta.
Il Presidente del Consiglio ed i suoi Ministri avevano una via maestra per dare un segnale di novità e di rottura con il passato. E invece hanno scelto le tortuosità della vecchia politica.
Commissariato da dieci anni, il sistema sanitario calabrese è un caso di scuola di quello che il Governo NON avrebbe più dovuto fare. E invece…
Le esternazioni televisive di Saverio Cotticelli e di Giuseppe  Zuccatelli consigliavano una decisione immediata. E la soluzione Giuseppe Conte l’aveva anche trovata: Gino Strada, il fondatore di Emergency e medico di guerra, specializzatosi tra l’altro negli anni ’80 anche in chirurgia cardiopolmonare. L’ideale per il riacutizzarsi dell’emergenza Covid e per eventuali allestimenti di strutture da campo da affiancare ai Pronto Soccorso e agli Ospedali in crisi.
La strada (non è un bisticcio di parole) che avrebbe segnato una importante inversione di marcia per i calabresi era a portata di mano. Ma così non è andata. Si è inspiegabilmente tergiversato per arrivare, dopo una settimana di silenzi,  ad una soluzione pasticciata: la nomina dell’ex rettore di Roma Eugenio Gaudio, relegando ad una consulenza di facciata (?) la disponibilità dichiarata di Gino Strada.
Ma i problemi non finiscono qui perché Il neo commissario alla Salute della Calabria è risultato indagato dallo scorso anno per una vicenda di concorsi truccati e le opposizioni, come nelle previsioni più scontate, si sono fatte sentire con pesanti critiche.
E qui soccorre ancora una volta la massima della buonanima di Giulio Andreotti: “a pensar male si fa peccato ma…”.
Ragioniamoci un momento. Chi è Gino Strada? Un personaggio che negli anni si è distinto per le sue azioni umanitarie nei teatri di guerra ed anche, con le ONG, nel soccorso dei naufraghi in mare. E chi è il personaggio che per un anno, alla guida del Ministero dell’Interno, ha lucrato consensi nella sua battaglia personale contro le organizzazioni umanitarie e gli immigrati? Matteo Salvini. E i suoi voti al Senato, dove la maggioranza ha margini risicati, sono importanti per consentire al Governo di superare indenne determinati ostacoli.
Ebbene, una nomina secca di Gino Strada sarebbe stato un pugno allo stomaco del Capitano e della sua ciurma di Destra che riservatamente  debbono essersi fatti sentire Meglio forse annacquarla con una meno impegnativa consulenza – deve aver pensato il…”forlaniano” Conte – affidando l’incarico ufficiale all’ex rettore della Sapienza, peraltro indagato. Se così è stato, una toppa peggio del buco.
“Meditate gente, meditate”, diceva Renzo Arbore 35 anni fa in un fortunato spot sulla birra….

(PdA -17 novembre 2020)

Giù la…Zampa dal Natale
“Memento, quia pulvis es et in pulverem reverteris”. Frase terribile anche se vera, cui anche la Chiesa oggi ricorre assai raramente. Eppure il Governo, del tutto incurante delle ricadute psicologiche, oltre che economiche, “sgancia” il Sottosegretario alla Sanità Sandra Zampa a ricordarci che il prossimo Natale sarà un Natale di merda e ci annuncia l’eventualità di misure ancora più restrittive. Un’autentica doccia fredda su milioni di italiani e tanti operatori turistici.
Nessuna persona di buon senso, nell’attuale momento, immagina di passare le prossime festività tra cenoni, rimpatriate familiari, viaggi all’estero, giochi di società, feste nelle piazze.  Ma era il caso, a poco più di un mese, di ricordacelo in maniera così brutale?
Ed era il caso di affidare un messaggio di questa portata ad un’esponente di Governo che in questi ultimi giorni è balzata agli onori delle cronache inanellando una serie di “gaffes”, una peggio dell’altra, e litigando di brutto  con diversi giornalisti?
Il Covid, che non ha precedenti di tale gravità, ci ha fatto scoprire una Sandra Zampa diversa da quella che conoscevamo: garbata, riservata, per anni collaboratrice silenziosa e discreta di Romano Prodi ed ora approdata al Ministero della Sanità.
Solo che per mesi non ce ne siamo accorti tranne una intervista ad “Elle”, nel febbraio scorso, quando si avventurò a dire che “il coronavirus non è un’emergenza”.  Oggi viene in televisione o si affida ai giornali per dirci esattamente il contrario
Il consenso, e parlo del Presidente del Consiglio, è fatto anche di percezione. E se il consenso, rispetto alla prima ondata, cala è perché si ha la percezione di un Governo che si muova in maniera confusa e a più voci.
Questo inverno le decisioni venivano annunciate e poi spiegate in conferenze stampa solo da Giuseppe Conte e, a volte, dal ministro Speranza. Oggi assistiamo – complici anche i tanti talk show, dai Giletti ai Bruno Vespa, e non solo – ad uno tsunami di interventi che sconcertano e ingenerano il dubbio di una “navigazione a vista”.
Sandra Zampa è una persona perbene ma la simpatia non è mai stata il suo forte, più preparata a lavorare nelle retrovie, come avveniva con Prodi, che non a “metterci la faccia”. Un volto severo, con sorrisi appena accennati e quindi indisponenti. Diciamo non il massimo per una comunicazione che dovrebbe giungere al cuore ma soprattutto alla testa della gente.
Se ci attende un Natale come temiamo che sarà, ma come vorremmo che non sia, il Governo attenda ancora qualche giorno, verifichi se le misure di contenimento funzionano ed eviti protagonismi e “fughe in avanti” di qualcuno.  

(PdA – 12 novembre 2020)

Salvini ragazza pompon di Trump?
La battuta è di quelle pesanti, soprattutto se il destinatario è un ex Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, l’uomo forte della Destra italiana, il Capitano che “sognava” per sé i pieni poteri.
A lanciarla, un autorevole quotidiano britannico, The Independent, che definisce il segretario della Lega come una tipica ragazza “pompon” che sgambetta per intrattenere la tifoseria e lo accusa di diffondere le stesse teorie cospirazioniste di Trump senza avere uno straccio di prova
E poco importa se il giorno dopo, visti  i risultati che sanzionavano la vittoria di Biden, il “Nostro” si è prontamente tolta la mascherina pro Trump affrettandosi a dire che “gli elettori hanno sempre ragione”.
Del resto anche in Italia siamo abituati ai continui cambi di rotta di Salvini  così come alle sue improvvise retromarce, alle fake news, al profluvio di propaganda digitale senza costrutto,  che cerca di intersecare gli umori dell’elettorato
Addirittura, sulla pandemia, ci sono stati giorni in cui ha detto tutto e il contrario di tutto:  “Se c’è la necessità di fare il lockdown, è giusto farlo”; nella stessa giornata ha corretto il tiro sostenendo che “sarebbe  stato un disastro”,  per sentenziare in serata che avrebbe fatto “di tutto per evitarlo”.
E, quel che è più grave, il segretario della Lega ha utilizzato come cinghia di trasmissione della sua politica i Presidenti delle Regioni di destra alimentando un conflitto permanente con il Governo centrale.
Salvini continua ad accusare il Governo di aver perso in estate mesi importantissimi   per prepararsi adeguatamente a questa seconda ondata. E ci può stare. Ma non per lui. Infatti erano i giorni dove, provocatoriamente, girava senza mascherina, cavalcava l’onda lunga degli scontenti invitando a “non terrorizzare le persone”, partecipava a comizi negazionisti ed escludeva – non si sa sulla base di quali conoscenze scientifiche – la possibilità di una seconda ondata.
Conoscenze scientifiche che lo hanno portato a sponsorizzare come cura del Covid – lui non medico –  l’idrossiclorochina, un farmaco antimalarico  utilizzato in Cina, in Germania, in altri Paesi e da alcuni medici anche in Italia.
Il paradosso è che il comportamento di Salvini punta esclusivamente a raccogliere consenso. Consenso che lo mantiene ancora in testa alle classifiche dei vari istituti specializzati ma che in questi due anni si è progressivamente asciugato: A vantaggio di chi? Di Giorgia Meloni!
E qualcuno nella Lega comincia a porsi il problema.

(PdA – 10 novembre 2020)

Covid: sulla Calabria la percezione è di un Governo confuso
Sarà pure vero, come dice il Presidente del Consiglio, che l’impegno del Governo contro la pandemia da Covid-19 non si è mai fermato. Ma la percezione che in estate non si sia fatto tutto quanto fosse necessario resta.
Per esempio, sui medici di base e sul trasporto locale: due nervi scoperti da anni di destrutturazioni e tagli che, con la seconda ondata di Covid, oggi presentano il conto di scelte scellerate.
Ma che il Governo – pur alle prese con uno tsumani che riguarda l’Europa e il mondo intero – abbia mostrato in alcune situazioni di muoversi in uno stato confusionale è percezione abbastanza diffusa.
Prendiamo ad esempio il caso della Calabria dove il Commissario alla Sanità, il generale (in pensione) Saverio Cotticelli, dettosi in un’intervista televisiva ignaro di doversi occupare di Covid, è stato giustamente “dimissionato” e sostituito in meno di 24 ore da un altro Commissario, Giuseppe Zuccatelli, della cui nomina non si sentiva proprio la necessità.
Su chi è caduta – ed ecco lo stato confusionale – la scelta del Governo? Su di uno stimatissimo professionista che nei mesi scorsi si era lasciato andare a frasi tipo “le mascherine non servono a un c…zo” e che “per beccarsi il virus” due soggetti dovrebbero baciarsi “per quindici minuti con la lingua in bocca”.
Senza nulla togliere ai 30 anni di onorato “curriculum”, del personaggio in questione, e sapendo bene che errori tutti li possono fare, non si poteva scegliere un Commissario diverso?
Anche per togliere argomenti di critica scontata alle opposizioni che accusano il Governo di procedere a nomine con il bilancino delle forze politiche che lo sostengono.

(PdA – 9 novembre 2020)

Dopo le felpe va “in pensione” anche la mascherina pro Trump
Se il soldato giapponese Hiroo Onoda ci ha messo 30 anni per convincersi che la seconda guerra mondiale era finita, Matteo Salvini ha fatto presto a sbarazzarsi della mascherina “filo Trump” con la quale in queste ultime settimane ci eravamo abituati a vederlo nelle sue tante comparsate televisive per coprirsi – suo malgrado – bocca e naso.
Suo malgrado perché fino all’ultimo il Capitano, scimmiottando l’ormai ex presidente USA, si era ostinato a negare la pericolosità del Covid.
Ma, prima di capitolare, ancora un ultimo colpo di coda per testimoniare – lui che alla Casa Bianca non hanno mai fatto entrare – la sua incrollabile fedeltà … trumpiana.
E (non si sa sulla base di quali prove) si è avventurato in ipotesi di brogli a danno dell’ormai ex presidente. Poi però, come il soldato giapponese depose il suo fucile, anche Salvini si è lasciato convincere, da chi gli vuole ancora bene, a dire che “gli elettori hanno sempre ragione”.
Ma proprio quelli che gli sono più vicino, si stanno da tempo interrogando sulla sua parabola discendente.
Dall’agosto del Papeete – sono passati più di due anni – il segretario della Lega (ex Nord ma per colpa del Covid non si sa per quanto tempo ancora ex) non ne ha azzeccata una.
Auto disarcionatosi dal governo ed oramai ex anche di Elisa Isoardi,  Salvini punta a “rifarsi”  in Emilia Romagna candidando Lucia Borgonzoni. Ma perde rovinosamente.
Non domo, come nel suo battagliero carattere, cerca di espugnare la rossa Toscana con Susanna Ceccardi, altra ignota che racimola un 40,5 per cento contro il 48,6 del neo-presidente.
Punta allora su una Lega “nazionale” ma i risultati in Puglia e Campania gli danno torto e le polemiche di questi giorni tra Campania e Lombardia sui lockdown  regionali lo potrebbero convincere presto a tornare al vecchio ma più sicuro partito del nord.
Si fidanza con Francesca Verdini e la Cassazione però gli rovina la festa spedendo in carcere il padre Denis.
Da due anni cerca di mandare a casa “Giuseppi” (lui sì che ha potuto incontrare Donald Trump) ma il Presidente del Consiglio è ancora a Palazzo Chigi dove al Capitano l’ingresso, almeno per ora, è interdetto.
Nel frattempo la “sora” Meloni lo ringrazia per i consensi che in questi due anni la Lega continua copiosamente  a travasargli.
E la mascherina con la scritta di Trump che da ieri è scomparsa dal suo faccione? Probabilmente sarà finita del “cassetto dei sogni” insieme alle tante felpe che nell’anno del Viminale hanno arricchito il suo guardaroba….

(PdA – 7 novembre 2020)

Renzi come Di Pietro? Una “D” di troppo tra IV e IDV
Scendo le scale e mi imbatto nel mio solito portiere, un “diversamente giovane” che da parecchi anni mi commenta con arguzia gli articoli della giornata. Articoli che ha imparato a memoria dal momento che è un assiduo frequentatore delle rassegne stampa notturne e delle prime pagine del mattino. Peccato che a farne le spese sia l’androne del Palazzo!
Oggi tocca a Matteo Renzi che, come mi è noto da anni, non gli è molto simpatico – ma non solo a lui – e che accosta nientemeno che ad Antonio Di Pietro. “Sono uguali”, mi dice, “tutti e due caduti dalle stelle nella polvere”. E mi fa notare che tra i due mini-partiti di cui l’ex magistrato è stato segretario e quello attuale dell’enfant prodige (una volta!) fiorentino non c’è alcuna differenza. Solo, osserva, una “D” di troppo: IV (Italia Viva) e IDV (Italia dei Valori).
Effettivamente, le similitudini tra le carriere “fulminanti” e le cadute “rovinose” dell’uno e dell’altro non mancano. Basti ricordare la “pervicacia” con la quale ai tempi del secondo governo Prodi l’ex magistrato, dirottato ai Trasporti, si occupava quasi quotidianamente della giustizia. Dicastero al quale sarebbe voluto andare e “sbarratogli” da Clemente Mastella, più politico e determinante per la tenuta della maggioranza di allora. Poi si è saputo come andò a finire: dimissioni del Guardasigilli, crisi di governo, elezioni anticipate, Mastella a casa e Di Pietro ancora per una legislatura ad “urlare alla luna”. Poi, l’oblio e… il ritorno alla campagna
Con Renzi non sembra che le cose stiano andando molto diversamente: uscito dal PD, nascita il 18 settembre dello scorso anno del nuovo partito destinato, nelle intenzioni del suo fondatore e dei quattro gatti che lo hanno seguito, alla doppia cifra, che invece annaspa intorno al 3 per cento. Erano partiti per cambiare il mondo e invece…. Gli addetti ai lavori li chiamano i “tuttofare del tatticismo”, “le zanzare dell’obiezione procedurale”.
Con Di Pietro la “vittima sacrificale” è stato Mastella, con Renzi sulla graticola c’è finito Giuseppe Conte: “senza di me – gli ricorda senza mezzi termini – ora lui farebbe il professore”. Vero, ma si dimentica che il boy-scout toscano sponsorizzò il governo rossogiallo per evitare un turno elettorale che lo avrebbe spazzato via. E allora?….
Come sottolinea Zingaretti “è intollerabile stare con i  piedi in due staffe”: Al governo con il 3 per cento e ben due ministri, al primo piano di Palazzo Chigi ad approvare le misure del governo e poi in aula a chiedere di modificarle.
Come dice il mio portiere, “è come Di Pietro di qualche anno fa”.
Fino a quando?

(PdA – 31 ottobre 2020)

Salvini? Fa solo…rumore
Matteo Salvini è “come quei pescecani che sentono a venti miglia di distanza l’odore del sangue e si buttano sulla preda”. La rasoiata – perché tale è – non appartiene ad uno dei suoi storici avversari della Sinistra ma ad un uomo di centrodestra che per nove anni è stato apprezzato sindaco di Milano, Gabriele Albertini.
E questo affresco caratteriale del segretario dell’ex Lega Nord spiega perché il Presidente del Consiglio – che lo conosce bene – si guardi bene,  dal coinvolgerlo, relegandolo al ruolo di oppositore parlamentare.
Anche perché non si capisce quale utile contributo possa apportare uno che, sono parole di Albertini, “non ha un’idea ma fa solo rumore”, limitandosi a “enfatizzare tutto ciò che può enfatizzare” e “solo così riuscendo a portare la Lega dal 3 al 30 per cento”.
“Lo conosco bene – insiste l’ex sindaco di Milano – l’ho visto all’opera da consigliere comunale. Faceva parte della maggioranza e andava in piazza a fare opposizione. Non è un uomo capace di governare”.
Chissà se nella maggioranza, e nei piani “alti” istituzionali, qualcuno leggerà la “chiacchierata” di Gabriele Albertini al Foglio e comprenderà i “veri” motivi che impediscono a Giuseppe Conte – come sarebbe giusto in tempo di emergenza per combattere il Covid – di coinvolgere anche le opposizioni (egemonizzate però da Salvini) nelle scelte governative!
E sarebbe bene che ad affrancarsi dal segretario della Lega sia anche il Presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni perché non oggi, ma presto, “simul stabunt simul cadent”.  

(PdA – 24 ottobre 2020)

Sandra Zampa in TV: che disastro!
Togliti quello sguardo di superiorità…”, cinque parole che pesano come un macigno sulla prodiana Sandra Zampa, sottosegretario alla salute, ospite di Lilli Gruber su La7. Erano passati pochi minuti dall’inizio della trasmissione e Antonella Boralevi stava elencando i ritardi del governo nel fronteggiare la nuova ondata di coronavirus, quando si è interrotta per riprendere con durezza la Zampa che ascoltava con un sorrisetto supponente il “j’accuse” della scrittrice che ironizzava sul fatto che l’estate era bellamente passata, senza studiare le necessarie misure in vista dei previsti rischi autunnali. E sempre sotto lo sguardo sussiegoso del rappresentante del governo denunciava le perduranti carenze in particolare sulla medicina di territorio, sulle terapie intensive, sulle file per i tamponi. Diciamo la verità, Sandra Zampa – prestata dal giornalismo alla politica – non è mai stata un fiore di simpatia né quando si occupava di Romano Prodi, né quando i vertici del PD l’hanno “mandata” in Parlamento: Un po’ una prima della classe, “io so’ io e voi non siete un c..zo”. La giornalista è seria, preparata ma, come si dice in gergo televisivo, non “buca” lo schermo, non crea empatia e non è in grado di sostenere dibattiti pubblici. Non può dire alla giornalista che l’incalza che si è deciso lo stato di emergenza per intervenire tempestivamente e poi aggiungere seraficamente che la cassa integrazione…. verrà, “di questo state sicuri”. In quali tempi? Non lo dice. Ed è questo che fa incazzare la gente. In Inverno i lavoratori colpiti dal lockdown hanno atteso i soldi per mesi e spesso è stata loro anticipata dai rispettivi datori di lavoro. Ma il sottosegretario su questo glissa… Se il governo vuole essere credibile, un consiglio: eviti alla Zampa umiliazioni come quelle di Otto e Mezzo. Eppure, il parterre era modesto: la Boralevi appunto, un albergatore sardo e Luca Telese. E un consiglio anche al PD: va bene la valorizzazione delle donne e la parità di genere. Ma se si vuole giocare la partita del consenso con le varie Zampa e Moretti… Aridatece Rosy Bindi, sicuramente antipatica ma almeno competente e brava. Diciamo … un “buon vino d’annata”.
(PdA – 18/10/2020)

Dietro il bonus dei 600 euro una regia grillina?
La tesi probabilmente è azzardata. Ma c’è qualche “malpensante” che sospetta, dietro il pasticcio del bonus, una … regia grillina.
0Ma andiamo per ordine. Come sono, ad oggi, le previsioni del referendum dei 5 Stelle sul taglio dei parlamentari? Non buone. Almeno rispetto a quando il provvedimento era stato approvato in doppia lettura dalle due Camere.
Cui prodest la polemica montante contro cinque “pezzentoni” e la conseguente delegittimazione di tutto il Parlamento – di per sé già sbracato – a poco più di un mese dal voto? A chi, del taglio dei parlamentari, ha fatto una questione di vita o di morte. Soprattutto ora che il consenso – nei sondaggi – è sceso dal 33 per cento delle politiche del 2018 a circa un 18 per cento di oggi.
Chi non poteva “non sapere”? L’Inps, Ente erogatore.  E a quale “parrocchia” appartiene il suo Presidente? Ai grillini.
Fantapolitica o eccesso di dietrologia? Può essere ma i “malpensanti” si fanno due conti e avanzano il sospetto di una manovra per “rinvigorire” il livore anti-casta degli italiani.
Non va peraltro dimenticato che in questi ultimi mesi, anche per l’assenza di una “adguata” riforma elettorale, si sta allargando il fronte del “no”. E manca ancora un mese!
Fior di costituzionalisti – e non solo – fino a ieri silenti, avanzano dubbi sulla bontà di una misura che, se non istituzionalmente “controbilanciata”, potrebbe negativamente incidere sul tessuto democratico del Paese.
Ma è anche vero che una eventuale bocciatura della riforma “principe” dei 5 Stelle segnerebbe la fine politica di un Movimento che da tempo naviga “a vista”.
Di qui il “pensar male” dei “malpensanti”. Come dire, a mali estremi…

PdA (12/08/2020)

Azzolina o  Castelli? Una bella gara!
Laura Castelli: “I ristoratori sono in crisi? Cambino lavoro”.
Lucia Azzolina: “La scuola riaprirà il 14 settembre! Con quali modalità? Ognuno si assuma le proprie responsabilità”.
Se è vero che il caldo sconfigge il Covid, è anche probabile che le temperature estive giochino brutti scherzi ad alcuni esponenti di Governo che a suo tempo non hanno pensato di vaccinarsi contro i colpi di calore.
È accaduto lo scorso anno con Matteo Salvini che disinvoltamente   ha fatto cadere il Governo giallo-verde del quale di fatto era il “Padrone” assoluto, sta accadendo ora con la viceministra Castelli e con la ministra Azzolina che non hanno né la forza, né la statura, probabilmente neppure la volontà di tornarsene a casa ma, di sicuro, non aiutano il lavoro di Conte e il recupero di consensi del Movimento 5 Stelle
Ma lo sanno le due giovani grilline che alle domande dei giornalisti – che giustamente fanno il loro mestiere – si può anche non rispondere “a vanvera?”.
Come si fa ad un ristoratore, in crisi di clienti per effetto della pandemia, dirgli di cambiare mestiere? È con questa soluzione che la viceministra dell’Economia pensa di superare le difficoltà del settore? E le migliaia di alberghi e bed and breakfast senza più clienti come dovrebbero comportarsi? E i titolari dei negozi di abbigliamento, vuoti ma ancora aperti, dovrebbero chiudere? E i loro dipendenti riconvertirsi in che cosa? Quale lavoro offre oggi un mondo messo in ginocchio dal Covid?
Prima di pronunciare quelle frasi Laura Castelli ci ha pensato bene?
E la sua collega alla Pubblica Istruzione come risponde alle preoccupazioni del mondo della scuola che non crede possibile riaprire a settembre in debito di organici e di aule? “Mi attaccano – dice la Azzolina – perché sono donna e giovane”: sinceramente un po’ riduttivo, una “non risposta” per non dire altro!
Ora si capisce perché (certamente non solo per colpa loro) il Movimento 5 Stelle in due anni è sceso nei consensi dal 33 al 18 per cento. Per ora.

PdA (18/07/2020)

Ministra Azzolina, ci fa o c’è?
Molte delle cose che Luciana Azzolina dice in televisione, e per come le dice, fanno sorgere il dubbio che non siano del Ministro della Pubblica Istruzione ma della bravissima Sabina Guzzanti. Anche perché spesso non stanno né in cielo né in terra ed hanno più il “sapore” della satira che quello, severo ed austero, di un rappresentante del Governo.
La ministra grillina avrà pure un curriculum di tutto rispetto, come ama sottolineare in replica alle “invettive” del meno “blasonato”, scolasticamente parlando, Matteo Salvini ma è pur vero che alcune sue affermazioni lasciano piuttosto interdetti.
Come quando assicura che la scuola riaprirà regolarmente il 14 settembre e affida al “buon senso” delle Famiglie la rilevazione della temperatura dei loro figli. Dando per scontato che aule, insegnanti e banchi – solo per fare un esempio – ci saranno e non si dovrà emigrare in cinema, teatri, musei.
Diciamo subito che il “buon senso” in questo caso fa a “cazzotti” con la “dura” realtà della vita quotidiana: un mondo scolastico genitoriale che di buon ora, la mattina, si muove e tra le varie incombenze di un padre o di una madre – quando ci sono – ci dovrà essere anche quella di trovare un termometro per sapere se quel giorno il loro figlio potrà o meno andare a scuola.
Bene. E se quel giorno la temperatura segnasse un “pericoloso” 37,6° – 37,7° che fare? Si farà finta di niente o, secondo le “linee guida” degli esperti, si resterà a casa? Tutti avranno la disponibilità di chi dovrà prendersi cura del “febbricitante”? E i controlli, se ci saranno, a chi verranno affidati? Al “buon senso”?.
Via, ministra Azzolina, siamo seri! Queste affermazioni le lasci alla sua imitatrice Sabina Guzzanti! E affronti con maggiore concretezza i tanti e irrisolti (non per colpa sua ovviamente) problemi della scuola! Le “linee guida” del Ministero servono a poco se hanno solo il poco nobile scopo di un vergognoso “scaricabarile”.
Sono decenni che la Politica si muove su questi binari, e i risultati purtroppo sono sotto gli occhi tutti! Dai Grillini in Parlamento ci si attendeva ben altra musica! È cambiata l’orchestra ma lo spartito è vecchio ed è sempre lo stesso!

PdA (17/07/2020)

Il “vero” peccato originale si chiama Salvini
Claudio Tito scrive su Repubblica di oggi che il peccato originale si chiama reddito di cittadinanza e che “il frutto avvelenato della coalizione giallo-verde sta dispiegando i suoi effetti anche adesso”. Forse, probabile.
Ma il “vero” peccato originale sta, a mio avviso, nell’aver consentito a Matteo Salvini di “resuscitare” dal sepolcro nel quale, credendosi il Salvatore, si era volontariamente e avventatamente rinchiuso dopo l’ubriacatura di mojito al Papeete e la “musata” presa con la Carneade candidata alla presidenza della Regione Emilia Romagna.
E va detto che l’errore lo ha commesso il Colle in omaggio alla cultura della pacificazione e dell’unità nazionale. Solo che, nel tempo, gli attori di quelle stagioni non ci sono più. Sulla scena, oggi, ci sono solo controfigure.
Senza quell’ “errore” il segretario della Lega sarebbe rimasto nel dimenticatoio ad abbaiare alla luna ed oggi non saremmo costretti a parlarne.
L’errore è stato pensare che “questi” Salvini e “queste” Meloni potessero aver appreso la lezione dei Togliatti e dei De Gasperi, dei Moro e dei Berlinguer. Sbagliato! Quelli erano dei Giganti, questi sono solo dei poveri Nani che il maestro Alberto Manzi, di televisiva memoria, avrebbe mandato dietro la lavagna con le orecchie da somaro.
In Loro non c’è cultura politica, non c’è visione strategica del domani. Vivono solo di tattica e di spot elettorali, di fake news.  Diversamente non avrebbero immaginato di deporre un mazzetto di fiori sull’Altare della Patria accanto alla corona d’alloro del Presidente della Repubblica.
In onore di che cosa? Né Salvini, che era Vicepresidente del Consiglio e Ministro dell’Interno, né Meloni, lo scorso anno sono saliti al Vittoriano. Anzi, qualche anno prima, nel 2013, il segretario della Lega disse addirittura che il 2 giugno “non c’era un cazzo da festeggiare”. E, allora, di che parliamo?
Il buon politico ha memoria lunga e “pesa” le parole che un giorno altri politici della sua stessa statura gli potrebbero rimproverare.
E cosa dire dello spettacolo da circo Barnum offerto, sempre il 2 giugno, in alcune piazze italiane e, in particolare, a Roma? Come continuare a chiedere agli italiani di indossare la mascherina e di rispettare le regole di distanziamento quando lo “spettacolo” è stato quello di piazza del Popolo?  Se questo è l’esempio di due Capi dell’opposizione, bene ha fatto il sindaco di Milano a ritirare ieri l’ordinanza sui Navigli.
Il presidente Conte non sarà un gigante e sicuramente in questi mesi il Governo avrà pure commesso degli errori, ma pensate cosa sarebbe accaduto se un’epidemia di questa portata, e senza precedenti né punti di riferimento, fosse stata gestita da un Governo con Salvini Premier e Meloni Vice…..  

PdA – (4 giugno 2020)

Giletti intervista Salvini ma “dimentica” i 49 milioni e “Moscopoli”
Dove sta andando La7, la TV di Urbano Roberto Agostino Cairo, presidente del Torino Calcio ma anche presidente e amministratore delegato del Corriere della Sera?
Nel “guazzabuglio” della politica, dove oramai la confusione regna sovrana, l’interrogativo è di rigore. Sicuramente, nei mesi, il canale televisivo si sta caratterizzando per una linea editoriale abbastanza critica con il Governo di Giuseppe Conte, con tre “prime donne” in vetrina: il direttore Enrico Mentana, l’elegante Lilli Gruber, storica conduttrice di “Otto e mezzo”, e il cinquantottenne Massimo Giletti, ex Rai e attuale conduttore, proprio sulla rete di Cairo, di “Non è l’Arena”. Un programma che inizia alle 20,30 della domenica per concludersi, spesso, a notte inoltrata.I “piatti forti” non mancano, anche se a volte la sceneggiatura è prevedibile e non sempre con colpi di scena. Per restare alle puntate più recenti, certamente interessante la telefonata in diretta del magistrato Nino Di Matteo che ha innescato una serie di problemi a catena al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e al Governo.
Più scontata, qualche settimana dopo, l’ospitata di Matteo Salvini che a molti è sembrato più uno spot elettorale che un’intervista, come predicava ai suoi giornalisti Gaetano Afeltra, “a cazze ritte”. Una raffica di domande, nello stile di Massimo Giletti, ma con un contraddittorio “di maniera”, e con due gravi “dimenticanze”: i 49 milioni che la Lega dovrebbe restituire in 75 anni, in comode rate da 600 mila euro l’anno a interessi zero, ed i rapporti con Gianluca Savoini per il presunto coinvolgimento in una trattativa commerciale tra aziende russe e italiane.
Due tematiche che molti si attendevano e che per settimane hanno interessato le prime pagine dei giornali, ma che sembrano essere finite nel dimenticatoio, anche della trasmissione di Giletti, forse per…problemi di orario.

PdA – (2 giugno 2020)

Zingaretti, sia furbo. Lasci che la Raggi si ricandidi
La poltrona di sindaco di Roma, il prossimo anno, l’occuperà Giorgia Meloni. Non ci sarà partita per cui, se i 5 Stelle lo vorranno, Zingaretti non si opponga ad una eventuale ricandidatura di Virginia Raggi.
Poverina, ha messo a posto i conti? Bene, ma ai romani non gliene importa niente. I romani vogliono una città pulita e Roma, non solo per sua colpa, è sporca; vogliono che i trasporti funzionino e gli autobus, non solo per sua colpa, sono pochi, vetusti e prendono fuoco, addirittura nel centro storico; vogliono camminare su strade e marciapiedi senza buche e, non solo per sua colpa, la città è una groviera.
Di contro la Destra romana è risorta e la “sora” Meloni, grazie agli autogol di Salvini e all’inconsistenza di Berlusconi, viaggia con il vento in poppa. Il risultato è scontato e, forse, non ci sarà bisogno neppure del ballottaggio.
Il prossino anno, a Roma, si verificherà quello che è accaduto nel 1993, in piena tangentopoli, quando il Partito Popolare di Martinazzoli, erede della Democrazia Cristiana, si ostinò a volere a tutti costi un proprio candidato e, non trovando nessuno disposto a sacrificarsi, ripiegò su una figura di tutto rispetto, Carmelo Caruso, prefetto di carriera, privo di tessera politica, un vero galantuomo. Fu un disastro, stritolato dai più giovani Fini e Rutelli con la vittoria di quest’ultimo.
Zingaretti, se sarà furbo, non faccia come Martinazzoli. Rinunci a giocarsi la poltrona di Sindaco ma proponga ai romani una squadra di Consiglieri PD puliti, preparati, competenti che non lascino respirare la “sora” Meloni neppure un giorno. Pazienza! Non sarà bello rivedere in Campidoglio i fasci, Casa Pound, la peggiore Destra. Ma questa è la situazione. Opporsi, in democrazia, non è possibile. Con il principio dell’alternanza il PD, se nei prossimi cinque anni lavorerà bene, potrà tornare ad essere di nuovo protagonista. Per ora, passi la mano. Alla Raggi? No problem! Tanto perderà.

PdA – (23 maggio 2020)

Renzi resta “il Bomba” degli anni giovanili
In Toscana “il Bomba”, in gergo, è uno spaccone, un chiacchierone con manie di grandezza. In politica è Matteo Renzi. Come definire infatti l’intervista del senatore fiorentino all’indomani del dibattito al Senato sul
ministro Bonafede?
“Se si sciogliessero le Camere – la sua dichiarazione testuale – il compito del Presidente della Repubblica  sarebbe quello di cercare una nuova maggioranza. In questo Parlamento la maggioranza si forma in un quarto d’ora”. Una frase che dimostra come Renzi, anche a 45 anni e con un curriculum politico di tutto rispetto, resti “il Bomba” degli anni giovanili.
A parte qualche confusione sui poteri del Presidente della Repubblica (lo scioglimento delle Camere è proprio la conseguenza dell’impossibilità di dare vita ad un nuovo governo), emerge prepotente l’immagine del “Bomba” quando dice che “la maggioranza si forma in un quarto d’ora”. Certo, è possibile. Ma Renzi, al Senato, non la pensava così. Altrimenti, voglioso da tempo di mandare Conte a casa, avrebbe votato la sfiducia.
Il Bomba sapeva bene invece che PD e 5 Stelle, dietro l’angolo della crisi di governo, non vedevano – con i numeri di questo Parlamento – nuove maggioranze. Altro che trovarle in un quarto d’ora!
E giustamente temeva che con il suo misero 3 per cento le elezioni anticipate lo avrebbero mandato a casa.
E ancora, a proposito di spacconate: “Ho la presunzione – ha detto – di aiutare il governo (Enrico Letta docet) pur non essendo il mio governo”.
Ma come! L’alleanza PD–5 Stelle l’hanno voluta, direi inizialmente imposta, proprio Grillo e  lui…”il Bomba”.

Poiché il lupo cambia il pelo ma non il vizio, restiamo in attesa della … prossima. Il Presidente Conte, e tutti noi, siamo avvertiti.
PdA – (22maggio 2020)

Su Bonafede il “ricatto” di Renzi
La cosa grave è che il “ricatto” per non votare domani al Senato la sfiducia al ministro Bonafede stia avvenendo alla luce del sole e trovi spazio nelle cronache dei giornali. Grave per i 5 Stelle che alle politiche del 2018 – ricordiamolo – sono andati alle urne promettendo di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno e in Parlamento, invece, si sono “bullonati”. Grave per il Presidente del Consiglio che, pur di evitare una crisi di governo – sia pure in un periodo delicatissimo per un Paese che in questi giorni prova ad uscire faticosamente dall’isolamento – subisce il ricatto di un mini partito che nei sondaggi non riesce  a staccarsi dal 3 per cento. Ma questo è la Politica!
Vero che la “forza” parlamentare, al Senato, ha i suoi numeri, essendo ben 17 (che combinazione!) i senatori renziani. Ma li ha, non per un voto ottenuto alle politiche, bensì per effetto di una scissione studiata a tavolino dal machiavellico Renzi per cambiare il suo peso nel governo e cercare di tornare a contare qualcosa sulla scena politica.
Ed è ancora più grave perché nel baratto – perché di questo si tratta – l’“ex tutto” ha inserito anche tematiche che non hanno nulla a che vedere con la giustizia.
Come non definire infatti “baratto” l’inserimento del piano sblocca cantieri fra i dieci punti inseriti dai Renziani per “salvare” Bonafede. Che “c’azzecca” direbbe un noto ex Magistrato!
E come giudicare, se non un “poltronificio”, l’eventuale nomina di un esponente renziano a sottosegretario alla giustizia?
 Sono così spudorati che ci diranno che la loro richiesta, proprio per via Arenula, servirà a… controllare il Guardasigilli! E che si tratti di un “ricatto” lo fa capire lo stesso Renzi quando dice che, “se si apre una crisi di governo, checché ne dica il PD, non si andrà al voto”

PdA – (19 maggio 2020)

Il lombardo Salvini nel mirino del campano De Luca
Due fotografie sul Messaggero di oggi danno vita ad un dibattito … virtuale tra Matteo Salvini e Vincenzo De Luca. Il segretario della Lega (ancora nord ai tempi dello scandalo dei 49 milioni da restituire in comode rate per oltre 70 anni e senza interessi) sorpreso davanti a Montecitorio con un gruppetto di collaboratori “rigorosamente” con mascherina antivirus ma abbassata al collo, a mo’ di sciarpa, con bocca e naso allegramente scoperti.
Non è la prima volta che il “cosiddetto” Capitano viene fotografato, in tempo di pandemia, a “fottersene” delle regole: nei primi giorni di quarantena infatti fu “beccato” in via del Tritone a passeggio con la sua giovane fidanzata. “Sono uscito – tentò di giustificarsi – per fare la spesa”, anche se di borse e sacchetti nella foto non si vedeva l’ombra.
Ma Salvini è così. Le regole, per lui, valgono se riguardano gli altri.
E un “altro”, il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca,  lui e i suoi accompagnatori con tanto di mascherina che nasconde bocca e naso, sembra commentare in una foto scattata a Napoli la moda di indossare la mascherina ma negligentemente appesa al collo. ”L’imbecille normale – dice – è quello che non porta la mascherina; poi – aggiunge – c’è l’imbecille doppio, che è quello che la porta ma appesa al collo”.
Nessun riferimento ovviamente al segretario della Lega, essendo uno a Roma e l’altro a Napoli, e in due contesti diversi.   

PdA – (14 maggio 2020)

Renzi non è stupido, è solo un calcolatore
Mai e poi mai Renzi si assumerà la responsabilità di aprire una crisi di governo con il rischio di portare il Paese ad elezioni anticipate.
E infatti, come l’ipotesi delle urne trova un qualche ascolto, interviene per spegnere sul nascere una eventualità che consegnerebbe lui e i suoi “aficionados” non tanto alla irrilevanza politica ma alla loro definitiva scomparsa.
Un partito che oscilla tra il 2 e il 3 per cento, soprattutto in un turno elettorale “all’ok-corral” sarebbe quello che pagherebbe il maggior prezzo.
Ma lo storico sconfitto del referendum istituzionale non è stupido. Sa di non dover far trapelare questo timore e in continuo “stop and go” porta a casa qualche risultato: come nel vertice con Conte, fa trapelare la sua soddisfazione e dopo 24 ore alza la posta.
Per restare in maggioranza (dalla quale peraltro ritengo non uscirà mai n.d.r.) chiede un accordo scritto, alla tedesca. Né più né meno quello che con il Conte 1 stilarono Lega e 5 Stelle e che appena 5 mesi fa la Boschi giudicò “sbagliato anche dal punto di vista costituzionale”.
Ma Renzi è Renzi per cui quello che è valido oggi non lo è domani. Basti ricordare lo “stai sereno, Enrico”, immediatamente prima di prenderne il posto a Palazzo Chigi, per non dimenticare la “spada di Brenno” gettata in vista del referendum: “Se vince il No finisce la mia storia politica. Cambio mestiere e non mi vedrete più”. E con più forza il 25 gennaio 2016: “Prendo la borsettina e torno a casa”. Un concetto rincarato il 4 maggio 2016: “Non sono come i vecchi politici che si mettono il vinavil e che invece di lavorare restano attaccati alla poltrona”.
Ancora più insistente, l’8 maggio (esattamente quattro anni fa): “Se io perdo con che faccia rimango”? E il 2 giugno, in un’intervista al Foglio, “o cambio l’Italia o cambio mestiere”. E il 30 novembre: “Se gli italiani dicono No, preparo i pop-corn per vedere in tv i dibattiti sulla casta”.
Forse Renzi da un pezzo ha finito i pop-corn perché da un pezzo con il suo mini-partito scassa i “cabbasisi” ai governi di turno. Un modo per dire: io ci sono e mi dovete ascoltare. Altrimenti…”.
E per esorcizzare l’ipotesi di elezioni anticipate, che teme come il diavolo, manda un messaggio addirittura al Quirinale ricordando che “nel momento in cui si apre una crisi, il compito del Capo dello Stato è verificare se esista o meno un’altra maggioranza. Non decide il Colle. Decide il Parlamento e il Colle prende atto”.
Ed è chiaro che, nelle consultazioni di rito, assisteremmo all’ennesima capriola di Renzi pur di scongiurare un turno elettorale che lo vedrebbe scomparire.

PdA – (8 maggio 2020)

Europa, attenta! Gli italiani si stanno stancando
Ben l’85% degli italiani condanna, in questi mesi di pandemia, la risposta “tiepida” dell’Europa alle richieste di aiuto del governo Conte. Ce lo dice un sondaggio davvero sorprendente: per il risultato e per la fonte.
Il nostro storico filo-europeismo – siamo tra i Paesi fondatori dell’Europa – comincia, sotto i colpi di alcuni partiti sovranisti, a presentare qualche crepa e l’atteggiamento rigido di alcuni Partner del Nord rischia di aprire la strada, dopo il Regno Unito, ad una uscita italiana, una “Italexit”. La fonte è di tutto rispetto: il Centro studi elettorali della Luiss guidato da Roberto D’Alimonte.
E veniamo ai numeri: il 53 per cento vorrebbe rivedere i rapporti con l’Unione europea e, di questi, il 18% è favorevole a lasciare l’euro mentre il 35% auspica addirittura la completa uscita.
E il dato è ancora più sorprendente se si guarda ai giovani: solo un 43 % resta favorevole contro il 46 % dei contrari.
Passi per l’Inghilterra ma, se l’Italia lascia l’Unione, l’Europa non ci sarà più.

PdA – (6 maggio 2020)

Salvini, guarda la trave nel tuo occhio!
“Pensate se una cosa del genere fosse accaduta ad un ministro della Lega o, in passato, a Berlusconi. Adesso invece niente”. Matteo Salvini si “avventa” sulla polemica Bonafede-Di Matteo scatenata domenica scorsa da Giletti, un po’ populista e tanto vanesio, nella trasmissione televisiva “Non è l’arena”. Oggetto, la scarcerazione per motivi di salute di alcuni boss mafiosi – e in particolare Zagaria – in regime di 41 bis. 
Ovvio che la vicenda andrà chiarita, e al più presto, ma il pulpito non può essere quello di Matteo Salvini. Era vicepresidente del consiglio e ministro dell’Interno quando esplose il caso della trattativa del suo amico e collaboratore Gianluca Savoini all’hotel Metropol di Mosca e delle voci sui finanziamenti russi alla Lega.
Ebbene, Salvini ha sempre negato (e in un primo tempo disse addirittura di non conoscere l’amico fidato e di non sapere che fosse a Mosca) qualsiasi coinvolgimento in quella storia ma non ha mai dato risposte esaurienti.
Eppure Salvini era a Mosca il 18 ottobre 2018, e partecipava ad un incontro di Confindustria Russia e, mentre lui parlava, in prima fila c’era proprio Savoini.
Forse il segretario della Lega non è la persona più indicata per … certe prediche!
PdA – (6 maggio 2020)

Una grigliata… a caro prezzo!
“Sono stato giustamente multato perché non mi trovavo al mio domicilio”. Il capo di Gabinetto di Zingaretti, Albino Ruberti, ammette di aver violato il decreto-legge che consente gli spostamenti da casa solo per necessità o per esigenze lavorative. E infatti si giustifica con la polizia con una toppa che è peggio del buco. “Stavo partecipando ad un pranzo di lavoro”: una grigliata fra amici per festeggiare appunto la Festa del Lavoro?
Ma non ci crede neppure lui e subito aggiunge che lunedì pagherà la multa di 400 euro. Solo? Non è detto! Il solerte “civil servant” sta infatti pensando, sempre lunedì, di dimettersi prima che glielo chieda Zingaretti, sperando forse che il “suo” Presidente le respinga.
C’è però una “coda” che andrebbe approfondita. Al Pigneto, all’arrivo della polizia, gli animi si sarebbero surriscaldati tanto da richiedere l’arrivo di una seconda pattuglia. Perché, se Ruberti aveva ammesso le sue responsabilità? Forse a qualcuno è scappato involontariamente un “lei non sa chi sono io”?
Sarebbe interessante leggere il verbale della contestazione, sempre che agli agenti sia stato permesso di scriverlo….

PdA – (3 maggio 2020)

Un bluff gli attacchi di Renzi a Conte
L’avversione di Matteo Renzi contro il Presidente del Consiglio rischia di “battere” quella di Salvini. I due Matteo, da angolature diverse, hanno un unico obiettivo: sfrattare Giuseppe Conte da Palazzo Chigi.
L’ex Presidente del Consiglio (in pratica “ex” da tutto) arriva addirittura a solleticare le ambizioni del capo delegazione PD al Governo Dario Franceschini per offrirgli la guida di un nuovo esecutivo. Solo che non si capisce come questo potrebbe accadere dal momento che il cambio di testimone non potrebbe non passare per una crisi di governo. In piena pandemia? No, assicura il segretario di Italia Viva, non ora ma alla ripartenza.
E con chi, se è lecito chiederselo? Con il voto contrario suo, della Boschi, di Anzaldi e di altri quattro gatti “accasatisi” in un mini-partito del 2/3 per cento?
A parte il fatto che non si capisce bene quando dovrebbe scattare questa
nuova fase, Renzi “picchetta” la poltrona di Conte impegnato su due fronti: quello interno, purtroppo non granitico, e quello europeo dove l’Italia è chiamata ad un negoziato complesso e delicato.
Il motivo? Renzi, come Salvini, è cinico e spregiudicato; come Salvini non ha più nulla da perdere e come Salvini bluffa e, per avere un po’ di visibilità, gioca la sua ultima carta prima di un definitivo “requiem” politico, minacciando Conte di uscire dalla maggioranza.
Ma è solo una minaccia paventata, perché per lui, al contrario di Salvini, è bene che le elezioni, inevitabile sbocco di una crisi praticamente al buio, si tengano il più tardi possibile.
PdA – (29 aprile 2020)

Renzi, Renzi: ti arrampichi sugli specchi!
Renzi critica il Governo di cui, detto fra noi, fa parte definendo “uno scandalo costituzionale“ il decreto che il 4 maggio darà il via alla fase 2 dell’emergenza coronavirus, assicura che voterà le misure economiche, ma – novità – evoca la crisi.
Ma l’ex presidente del consiglio ed ex segretario del PD sa bene che se il Governo dovesse cadere, l’ipotesi più concreta sarebbe il voto. E lui, in una competizione che inevitabilmente si focalizzerebbe tra Lega e PD, che percentuale pensa di raccattare? I sondaggi oggi lo danno a fatica intorno al 3 per cento.
E in questa situazione Renzi è sicuro di escludere una vittoria della destra di Salvini e Meloni? Ma non è stato proprio Renzi a proporre, solo 8 mesi fa, un governo del PD con il Movimento 5 Stelle? E con la destra padrona del campo Renzi ha messo in conto l’isolamento dell’Italia in Europa?
Riavvolgendo il nastro della sua “meteora” politica, ci torna alla memoria la sua sicumera in occasione del referendum costituzionale e sappiamo come andò a finire….
A meno che la lontananza dal potere non gli abbia bollito il cervello, la verità è che l’ex sindaco di Firenze (quante situazioni da ex!) si arrampica sugli specchi in cerca di quella visibilità che gli consenta di allontanare la sua piccola “creatura” da quell’indigesto 3 per cento.
E infatti tornano ad occuparsi di lui i giornali e i talk televisivi. Sia chiaro, solo perché siamo in Italia!

PdA – (28 aprile 2020)

Salvini: chiudere, aprire? Dipende…
In poco meno di due mesi, da quando in Italia si è registrato il primo caso di coronavirus, Matteo Salvini ha cambiato continuamente idea nel giro di pochi giorni sul cosa fare. Necessita di uno psichiatra? Assolutamente no. Di un esperto di sondaggi, certamente sì. Le decisioni da prendere, il segretario della Lega le decide solo intercettando la “pancia” della gente e gli interessi dell’imprenditoria del Nord.
La sua “stella cometa”  sono infatti le agognate elezioni politiche che ancora oggi, anche se è sceso dal 33/34 per cento al 26,  gli permetterebbero di strappare la poltrona a Giuseppe Conte. Sempre che le intenzioni di voto trovino una conferma nelle urne. E non è detto!
Come un capo indiano che poggia l’orecchio a terra per sentire se arriva il nemico, allo stesso modo l’ex ministro dell’Interno cerca di assecondare – non di guidare – gli umori altalenanti di una popolazione stretta tra le conseguenze di un’epidemia, di cui si conosce quasi nulla, e le preoccupazioni di tante famiglie che, da un giorno all’altro, si sono trovate senza lavoro e con disponibilità economiche ridotte al lumicino. I giorni passano e i soldi… finiscono.
Ed è facendo leva su questi sentimenti che Salvini gioca spregiudicatamente le sue carte.
E pensare che nell’agosto scorso la poltrona di Palazzo Chigi era a portata di mano! Invece di provocare la crisi di governo gli sarebbe stato sufficiente “pretendere” dall’alleato grillino di prendere il posto dell’allora Presidente del Consiglio. E buon per noi che il mojito gli ha fatto perdere lucidità. Altrimenti oggi ce lo saremmo trovato a gestire una situazione che non ha precedenti dalla fine della seconda guerra mondiale. Con quali risultati, è facile immaginare!

PdA – (17 aprile 2020)

Salvini e Renzi disperati e sempre più…incomprensibili
I due Matteo della politica italiana sono sempre più incomprensibili, uniti solo da un’unica finalità: mandare a casa il Presidente del Consiglio.
Salvini per prenderne il posto alla guida di un governo di destra dove, considerata l’inconsistenza degli alleati, farebbe il buono e cattivo tempo. Né più né meno quello che ha fatto nel primo governo Conte.
Renzi, per essere finito ai margini della scena politica e poter tornare a contare dopo il flop del suo mini-Partito.
Ma l’ex Presidente del Consiglio ed ex segretario del PD non riesce a far dimenticare agli italiani che l’alleanza con i grillini l’ha voluta – appena sette mesi fa – proprio lui, con “Giuseppi” confermato a Palazzo Chigi. Se ora le cose non vanno, la colpa è soprattutto “sua”. Come anche porta la responsabilità nel 2018 di aver favorito l’ingresso della Lega nel Governo e la conseguente crescita a dismisura di Salvini alla guida degli Interni.
Vero è che sono stati errori dovuti… alla giovane età e all’inesperienza. Ma per uno che, poco prima, aveva clamorosamente perso il referendum istituzionale e fatto sprofondare il PD al minimo storico, i due nuovi insuccessi gli dovrebbero consigliare – quali che siano le sue indiscusse qualità politiche – di mettersi da parte e stare zitto. Almeno fino a quando non avrà raggiunto la maggiore età e maturato l’esperienza dei vecchi.
Quanto a Salvini, ci troviamo di fronte ad un personaggio bizzarro e contradditorio. Solo a febbraio voleva le fabbriche chiuse ed oggi, in barba ai contrastanti pareri degli esperti,  ne chiede la riapertura.
La Chiesa per la prima volta dopo sei secoli sospende le funzioni pasquali  ma lui, anche qui in barba al Papa e ai Vescovi, si schiera di fatto con i conservatori e le vuole aperte. Forse rimpiange che non si sia potuta celebrare la Via Crucis del Colosseo per la quale – forse ricordando le felpe che indossava da Ministro dell’Interno – si era già fatto confezionare un saio francescano.
Il presidente Conte non gli fa toccare palla e lui si rivolge al Quirinale per poter rientrare in gioco assicurando collaborazione e responsabilità. Ma, lo stesso giorno del suo “recupero”, scende da Palazzo Chigi e spara ad alzo zero contro le decisioni del governo perché – dice – “non considera” le  proposte.
Una cosa è certa: se l’Esecutivo avesse accolto tutti i “suggerimenti” dell’opposizione, il segretario della Lega si sarebbe inventato qualche altra diavoleria per mettersi di traverso.
Il problema è che Salvini non sa più dove sbattere la testa e il tempo che passa lo allontana sempre più da un suo ritorno a Palazzo Chigi.
Così come Renzi, alla stregua di un bambino che non sa nuotare, annaspa per restare a galla.

PdA – (16 aprile 2020)

I Grillini si comportano come…nobili decaduti
Il Movimento 5 Stelle si comporta, nella maggioranza che appoggia il Conte 2, come quei nobili decaduti che hanno perso quasi tutto tranne il blasone.
In Parlamento sono ancora numericamente i più forti, avendo ottenuto nelle politiche del 2018 il 33 per cento, e si muovono come se in questi due anni nulla fosse accaduto. Strada facendo diversi senatori e deputati sono approdati ad  altri lidi; per oltre un anno e mezzo hanno lasciato il timone in mano ad un alleato che aveva appena il 17 per cento e si sono lasciati doppiare senza battere ciglio; sono stati costretti a “defenestrare” Di Maio sbarcandolo alla Farnesina; ma quel che più conta è che hanno abbandonato la vetta del 33 per cento per accontentarsi di un più modesto 15. E gongolano quando le intenzioni di voto confermano questa percentuale.
Ma il blasone della forza politica “più forte” nel 2018 non lo hanno abbandonato e si sforzano di farlo pesare all’interno dell’attuale maggioranza giallo-rosa facendo la voce grossa su qualsiasi provvedimento governativo.
Con una piccola differenza: il PD, l’attuale 21/22 per cento nelle urne non lo perderebbe. Anzi, in una sfida all’ok Corral, potrebbe anche aumentarlo, e sensibilmente. Loro, con il sistema dei vasi comunicanti, rischiano di scendere a percentuali ad una sola cifra.
E gli elettori non gli perdonerebbero di farsi sbattere all’opposizione.

PdA – (15 aprile 2020)

Salvini, una sorta di cavallo di Troia
Alla collaborazione di Matteo Salvini il Presidente del Consiglio non ha mai creduto. Altri invece, confidando in quel “prima gli Italiani” che da tempo è la “cifra” del segretario della Lega, si sono illusi. Ed i fatti anche di queste ore purtroppo stanno lì a dimostrarlo.
“Giuseppi” del resto, avendolo avuto come suo ministro per oltre un anno e mezzo, sapeva che non avrebbe funzionato conoscendo bene il cinismo e la spregiudicatezza della Bestia. Ed era conscio che al piano nobile di Palazzo Chigi era arrivato non un oppositore responsabile e collaborativo “per il bene dell’Italia”, come aveva fatto credere al Capo dello Stato, ma una sorta di Cavallo di Troia.
E così è stato. Senza alcuna strategia e senza proposte alternative realmente praticabili, Salvini – imitato dalla valletta Meloni, un tempo valletta di Gianfranco Fini – ha atteso appena un minuto dalla conclusione del vertice europeo per lanciarsi in una offensiva strumentale e “bombardare” un Presidente del Consiglio tutt’ora impegnato in una difficilissima trattativa.
La verità è che ai due esponenti della Destra non importa nulla né degli Italiani, né di ottenere risultati positivi dall’Europa. Anzi, fautori del tanto peggio tanto meglio, sperano in un flop del Governo per “strappare” con l’Unione e portare il Paese, ingovernato, al voto.
PdA – (11 aprile 2020)

Salvini “bastonato” dalla Chiesa e dalla Svizzera
“Non prendo ordini da Salvini”. Secco il commento del Rettore del Santuario di Loreto, mons. Fabio Dal Cin, alla richiesta di Matteo Salvini di riaprire le Chiese per Pasqua.
Forse il segretario della Lega questo tipo di risposta – magari non così netta – se l’attendeva dopo aver visto il Papa celebrare in una basilica di S. Pietro insolitamente vuota i riti della Settimana Santa.
Ma non si attendeva che la Svizzera bollasse come una fake news la sua affermazione, sbandierata ai quattro venti, che in Ticino o nella Confederazione Elvetica, per venire incontro agli imprenditori in difficoltà per il Coronavirus “con un solo foglio ti accreditano fino a cinquecento franchi”.
“No, in Svizzera, I soldi non piovono dal cielo”, è la precisazione degli Elvetici che spiegano: “Il sistema previsto dal Governo svizzero prevede effettivamente crediti fino a 500 franchi, e fino al 10% della cifra d’affari del 2019” per le imprese che abbiano determinati requisiti, ma non si tratta di un aiuto a fondo perso come i 600 euro dell’Italia, “bensì di un credito ponte” che le aziende devono rimborsare “entro cinque anni”.
E qui arriva la bastonata: “Il programma non viene finanziato stampando moneta”. Proprio quello che Salvini lamentava per l’Italia: l’impossibilità di stampare moneta “perché abbiamo l’euro”.
Finisce qui? Forse che no. Il segretario della Lega sa di giocare una partita decisiva    e quindi, vero o falso, tutto fa brodo, anche le bufale. Questo dramma dell’epidemia va afferrato al volo: sulla pelle degli Italiani? Sì. Prima il Sovranismo!
PdA – (10 aprile 2020)

Salvini dal Papetee al balcone di casa
Le elezioni, come ad agosto sperava, non ci sono state, e quindi neppure i pieni poteri con i quali avrebbe potuto anticipare di qualche mese l’amico-collega Orban.
E senza pieni poteri Salvini, suo malgrado, ha dovuto rinunciare alla Presidenza del Consiglio e ridursi a parlare dal balcone, non di Palazzo Venezia, ma più modestamente di casa sua.
Quindi, niente piazza e niente “adunata” oceanica, ma solo una diretta video disturbata da un coinquilino con un lapidario “Matteo sono stronzate!”.
Ma il segretario della Lega non fa una piega e, come se nulla fosse accaduto, serafico commenta: “Ci sono urla dall’altra parte del condominio. Lo saluto (stavolta senza baci ndr). D’altronde sono in balcone. Questo è il bello di Milano”.
Per la cronaca e per nostra … tranquillità, Salvini parlava indossando una comoda camicia tra il bleu e il celestino.

PdA – (9 aprile 2020)

A Berlusconi il primato nell’utilizzo di fake-news
Anni 80: Il terrorismo – che nel decennio precedente aveva sconvolto le nostre vite – viene sconfitto trovando nell’opposizione del Pci di Enrico Berlinguer un alleato, insperato ma responsabile.
2020: Coronavirus, l’opposizione di destra si mette di traverso e, in Italia come in Europa, cavalca le paure e le difficoltà di un’emergenza sanitaria ed anche sociale dei cittadini. C’è preoccupazione per l’oggi ma soprattutto per il domani quando il Paese dovrà tornare in maniera graduale alla normalità, pur nella consapevolezza che non tutto sarà come prima.
Il Governo studia le varie strategie per consentire agli italiani di affrontare intanto la fase 2 e uscire, unito, da questa grave crisi. Fa bene? Fa male? Oggi non è dato sapere. Una cosa è certa: dall’opposizione nessun contributo costruttivo ma solo critiche. Altri tempi e diverso spessore della classe politica
Era un po’ di tempo che era scomparso dalle cronache dei giornali ma oggi Silvio Berlusconi torna a farsi sentire con una lunga intervista al Corriere della Sera per aggiungersi al coro dei Salvini e delle Meloni. “Il Governo – sentenzia – fa solo annunci”. E lo dice proprio lui che tutte le volte che è stato al governo ci ha fatto familiarizzare con la prima persona plurale del futuro indicativo: faremo, faremo, faremo!
Vero che i suoi super esperti della comunicazione traducevano, per i gonzi chiamati a votarlo, il futuro in participio passato: fatto! Fatto! Fatto! E giù talk televisivi a dare spazio con cartelli e diavolerie di ogni genere a quelle che col tempo si sono verificate le prime fake news.
E c’è da dire che anche in questo campo – come nella costruzione di Milano 2 e con Mediaset – il Cavaliere ha fatto scuola: lui con gli anni si è un po’ spento ma i suoi imitatori sono aumentati a dismisura. Per la verità, senza la sua classe. Vero Salvini?
Infine una domanda: in tempi di reclusione forzata tra le quattro mura di casa, da dove ha parlato Silvio Berlusconi? Dalla sua residenza di Arcore o, come ci suggeriscono alcuni amici, dalla più ridente Costa Azzurra? Da Nizza? Auguri e … buona Pasqua!

PdA – (9 aprile 2020)

Salvini ci usa e noi lo assecondiamo
Noi giornalisti siamo dei gonzi. Ancora una volta ci siamo ricaduti. Ancora una volta, con l’alibi del “dover” informare, diventiamo cassa di risonanza di quello che fa o non fa Salvini. Siamo diventati il suo “vero” ufficio stampa. Ce lo diciamo sempre, ne siamo consapevoli ma appena apre bocca, beoti, subito a dargli spazio mediatico.
Di esempi – e di “insegnamenti” – in questi due anni ne abbiamo avuti a decine. Gli ultimi hanno toccato la sfera religiosa: la preghiera per i defunti con Barbara D’Urso recentemente ed ora l’appello ad aprire le Chiese per Pasqua.
Salvini sa perfettamente che la sua proposta è un ballon d’essai destinato a cadere nel vuoto.
Prima di tutto perché la Chiesa ha cominciato a conoscerlo bene e non sembra intenzionata ad assecondarlo in questa spregiudicata strumentalizzazione della fede. E poi i fedeli, restii in gran parte a farsi irretire nelle maglie ciniche di un politico che in ogni sua proposta ha il solo, impudente fine di portare acqua ai serbatoi del suo Partito.
Ma la “Bestia” non demorde perché in base all’esperienza vincente fatta quando Salvini era Ministro dell’Interno sa bene che l’importante è parlare, urlare, mentire….. e qualcuno abboccherà: quelli che credono che siano gli immigrati a togliere loro il lavoro, quei fedeli che non condividono le aperture di Papa Francesco e – perché no? – anche noi giornalisti cui non pare vero di avere a che fare con uno che ci permette di scrivere, commentare, rilanciare, scrivere… scrivere…
Siamo ben consapevoli, perché i bambini non li porta la cicogna, che alcune delle sue “sparate” non hanno base ma solo l’obiettivo di stare sulla scena. Tuttavia lo assecondiamo.
Giustificazione: il dovere di cronaca, di informare. No. A mio avviso è disinformazione o, peggio, in alcuni casi corresponsabilità
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(PdA – 5 aprile 2020)

Salvini cinico anche sul coronavirus
Secondo alcuni osservatori politici, per Matteo Salvini l’epidemia che ci ha colpito è manna discesa dal cielo e con spregiudicatezza il segretario della Lega cerca di farne strumento di propaganda politica.
Era finito nel dimenticatoio ed anche nella Lega già c’era chi si interrogava sulla bontà di alcune scelte quando dalla Cina è caduta sulla nostra testa la tegola del coronavirus. Ed ecco che la “Bestia” si sveglia dal suo torpore, capisce al volo che può essere l’occasione per rientrare in gioco e dall’opposizione comincia a “bombardare” il governo sulle misure che via via vengono prese: in ritardo, confuse, insufficienti.
Ignorato dal Presidente del Consiglio che ne conosce le reali intenzioni, trova sponda nel Colle giustamente preoccupato di affrontare l’emergenza con la Politica divisa.
A questo punto il gioco è fatto: Salvini abbandona per il momento la pelle del lupo che gli ha portato tanti consensi nei sondaggi e torna a Palazzo Chigi, questa volta da oppositore, per “offrire il suo contributo”. Come? con numeri a vanvera e proposte che non hanno alcuna logica. Di contro, escalation di critiche al Governo, insieme a comparsate televisive da fervente cattolico che gli consentono la provocazione “a sinistra mi riempiono di insulti se dico una preghiera”, riferendosi al rosario per i defunti recitato in un programma della D’Urso.
Il problema è che nessuno crede alla “pietas” della “Bestia” e che il suo è un modo spregiudicato, nonostante il dramma di un Paese in quarantena, per acquisire qualche consenso in più. Come quando, criticando le prime misure del Governo per i più bisognosi, ha diviso i 400 milioni di euro stanziati per i 60 milioni d’Italiani, ben sapendo che i beneficiari sarebbero stati fortunatamente molto meno.
Ma la leadership di Salvini è, per dirla con Giuliano Ferrara, “ondeggiante, cafona, bugiarda, urlata”.
PdA (1 aprile 2020)

Draghi con Salvini? Sembra una battuta da pesce d’aprile
Si discute molto sull’eventualità, per il dopo coronavirus, di un governo di emergenza di unità nazionale guidato da Mario Daghi.
Se n’è occupato un sondaggio della Swg diffuso da La7 e che incontra il favore del 44 per cento degli intervistati.
Ci sono però tre osservazioni: innanzitutto la differenza con Giuseppe Conte che raccoglie un importante 31 per cento non è abissale, così come la percentuale a favore di Draghi (appunto il 44 per cento) non è esaltante: meno della metà dei “sondati”!
E poi – e siamo alla terza osservazione – diamo per sicuro che Draghi – che per anni ha avuto rapporti con i più importanti esponenti del mondo politico, economico e finanziario – sia disponibile ad imbarcarsi in un’avventura con i Salvini, le Meloni, alcuni stracciaculo dei cinque stelle e, soprattutto, con quel Matteo Renzi, simbolo assoluto della inaffidabiità?
Lasciamo stare l’ormai storico “statti sereno Enrico” e restiamo all’oggi: quel Giuseppe Conte che ora il segretario di Italia Viva (meno del 3 per cento) vorrebbe mandare a casa, ad agosto lo ha proposto, e imposto al PD, proprio Renzi.
Non credo che Mario Draghi possa ritenersi gratificato da uno sponsor di tale… spessore. Più probabile che l’ex presidente della BCE preferisca ritagliarsi, in accordo con il Colle, un ruolo di occulto suggeritore per aiutare il governo a superare l’attuale momento e poi, compiuta la mission, prendere il posto di Mattarella al Quirinale.
Anche perché, secondo alcuni esperti politologi, la “voce grossa” del presidente Conte ai governi europei sarebbe stata propiziata proprio da Draghi.
PdA (1 aprile 2020)

Pieni poteri: Orban “frega” Salvini
A Matteo Salvini da questa estate non ne va bene una. Ora il suo amico Orban si prende i pieni poteri che ad agosto il segretario della Lega aveva invocato per sè: crisi di governo, elezioni, stravittoria della destra e di corsa a Palazzo Chigi. Per fare cosa? Quello che più sbrigativamente ha fatto il premier ungherese: ammazzare la democrazia.
L’operazione a Salvini non è riuscita perché il Parlamento lo ha per tempo stoppato dando vita ad una nuova e “diversa” maggioranza. Ed è difficile che in futuro l’ex Ministro dell’Interno ci riesca perché i partiti e gli italiani, con l’autogolpe di Orban, avranno davanti ai loro occhi cosa significhi i pieni poteri ad un uomo solo.
Un passaggio politico doloroso ma non nuovo. E’ accaduto il 3 dicembre 1922 e tutti sanno come andò a finire. Ma è trascorso quasi un secolo e la tragica vicenda del ventennio fascista è caduta nel dimenticatoio. I politici, i professori, gli insegnanti, i giornalisti di oggi non l’hanno vissuta e quindi non sono in grado di capire e far capire il dramma di quella stagione.
Ma oggi è diverso. Ci ha pensato Orban con la scusa del coronavirus. Il “suo” Parlamento gli ha concesso poteri eccezionali senza limiti di tempo: potrà prolungare lo stato di emergenza già in vigore, sciogliere l’assemblea legislativa quando vorrà, governare solo con i “suoi” decreti, abolire o irrigidire le leggi esistenti, abrogare ogni elezione, introdurne di nuove, senza veri controlli degli altri poteri, e chi diffonderà notizie RITENUTE (attenzione) fake news dal governo andrà in prigione per 5 anni. Una sorta di bavaglio, quest’ultima disposizione, alla libera stampa.
E l’Europa? Da “questa” Europa non c’è da attendersi niente di buono, così come è difficile attendersi un colpo di reni da parte del PPE: un calcio in culo ad Orban e l’espulsione dell’Ungheria dai 27. Una stella in meno sulla bandiera blu ma una democrazia orgogliosa di essere tale.
Scusate, ma l’exploit di Orban non era quello che aveva in mente Salvini?
PdA (31 marzo 2020)

Il coronavirus riporta a galla Maria Giovanna Maglie
Torna a galla Maria Giovanna Maglie, una “sovranista” che parte dal Pci, approda in Rai al tempo di Craxi e viene considerata ora vicino alle posizioni di Salvini.
Da quasi 4 anni non più iscritta all’ordine dei giornalisti ma da oltre un anno presente nei talk come opinionista e su Google come saggista.
Ben nota per i suoi giudizi netti, senza “se” e senza “ma”, la Maglie non si smentisce neppure questa volta per una sua personale valutazione su un sondaggio di Nando Pagnoncelli che attribuisce al presidente del Consiglio Giuseppe Conte un alto gradimento (61%): “senza parole, per poveri fessi”, dice.
Ma nel mirino della Maglie finisce anche il Presidente della Repubblica, liquidando il suo recente appello all’Europa “con il dovuto rispetto, per via del vilipendio, stronz..e”.
In tempi meno recenti disse di Greta Thumberg: “la metterei sotto con la macchina”. Null’altro che “satira” si giustificò poi l’ex giornalista ed oggi saggista
Anche nei confronti di Pagnoncelli, dei cittadini “sondati” e apostrofati come “fessi”, e del Capo dello Stato dobbiamo attenderci una auspicabile marcia indietro, magari per evitare qualche querela?
PdA (30 marzo 2020)

Critiche a Salvini: c’è Berlusconi dietro a Ferrara?
A bocce ferme, osservatori politici e autorevoli commentatori si interrogano sui motivi del duro attacco di Giuliano Ferrara, sul Foglio di ieri, a Matteo Salvini. Ma soprattutto ci si chiede cosa ci sia dietro la decisione di Libero di pubblicarne ampi stralci.
I due – è notorio – non sono mai andati d’accordo, tanto abissale la differenza di cultura e di “storia” politica tra L’ Elefantino e il segretario della Lega, che Ferrara giudica “un leader da quattro soldi che annaspa nello stagno dei propri errori”. Ma questo non spiega il “rilancio” di Libero, soprattutto considerando la violenza delle critiche.
Lo spunto è offerto dalle posizioni del segretario della Lega sull’emergenza coronavirus. Ferrara non le condivide e accusa Salvini di gestire l’opposizione, “come una clava, da primitivo, con l’immaturità di un bambino viziato, disposto a tutto per stare sul palcoscenico, magari trasformando la Bce o l’intera Europa in un nuovo mitico porto chiuso”.
Ma le critiche non si fermano qui. La principale accusa a Salvini – che “ non ha la minima credibilità per affrontare con persone normali questioni infinitamente più grandi di lui” – è quella di cercare “facile popolarità, spazio mediatico a buon prezzo” con una leadership “ondeggiante, cafona, bugiarda, urlata”.
C’è chi ci vede – e un acuto osservatore politico ce lo conferma – un “suggeritore” con tanto di nome e cognome: Silvio Berlusconi, soprattutto quando Salvini viene definito “un soggetto pericoloso per le istituzioni”.
Proprio questo giudizio “tranchant”, sarebbe la chiave dello spazio dedicato da Libero all’articolo di Ferrara.
Del resto, che il Cavaliere non “ami” Salvini e che in questi anni sia stato costretto a fare buon viso a cattivo gioco non è un mistero. Ora, forte di una situazione drammatica per il Paese, c’è l’occasione di rendergli pan per focaccia: In fondo le percentuali di voto che i sondaggisti attribuiscono alla Lega sono in gran parte ereditati da Forza Italia. Quale migliore occasione per “azzoppare” l’alleato “inviso”?
Un “colpettino”, neppure tanto “ino”, per far capire al di là dei sondaggi chi nel centrodestra veramente conta.
PdA (29 marzo 2020)

Con il suo “andate a cagare” torna il vero Salvini
Nel giorno in cui la TV manda in tutto il mondo le immagini suggestive del Papa che prega in una piazza S. Pietro deserta e poco dopo i canali italiani diffondono l’appello di Mattarella all’Europa perché “agisca prima che sia troppo tardi”, il “vai a cagare” di Salvini davvero stona. Diciamo pure che il “tenore” lombardo ha steccato o, peggio, ha “ruttato”.
Sulle critiche alla incapacità di alcuni governi europei a capire la drammaticità della situazione il segretario della Lega non ha torto. Ma altra cosa è sfruttare la situazione per manifestare il suo antieuropeismo, condito con espressioni volgari e scurrili.
Si è lasciato prendere la mano? Non credo. Il suo è stato un intervento spregiudicato e cinico, ben sapendo che queste sono le affermazioni che incontrano il consenso del suo elettorato. Un elettorato che ragiona più di pancia (è il caso di dirlo) che di testa. E su quest’ultima evitiamo per carità di patria facili battute.
Del resto, questa “resurrezione” mediatica di Salvini non sorprende. Era quello che il segretario della Lega cercava con ostinazione, da quando si era autoemarginato e i consensi, anche se ancora consistenti, cominciavano a flettere.
E allora, via. Il bullo lombardo rispolvera il sovranismo, dà fiato alle sirene antieuropeiste e si avventura con un “salutiamo, senza neanche ringraziare”. Un addio che da sempre è nelle sue corde, convinto che per lui è l’unica strada per risalire nei consensi e vincere le elezioni.
Evidentemente è stato un errore politico avergli permesso di rientrare in gioco. Il premier Conte lo sapeva. Altri, no.
Pda (28 marzo 2020)

Zaia e Bonaccini battono Fontana
Ma qualcuno troverà mai il coraggio di dire che la sanità lombarda, alla faccia dei Salvini e dei Borghi, non funziona? O comunque non è quel “gioiellino” che per anni ci hanno decantato e che il flop sul coronavirus ne è la dimostrazione?
Siamo cresciuti con il mito degli ospedali milanesi. Si parlava di “viaggi della speranza” dal sud al nord. Sarà stato vero ma solo fino al 2001, quando il centrosinistra di allora – alla vigilia delle elezioni che avrebbe sonoramente perso – pasticciò in tutta fretta, e male, la riforma del titolo V della Costituzione per cercare di togliere al centrodestra di Berlusconi e della Lega un elemento di propaganda elettorale.
Ci voleva il coronavirus per portare allo scoperto i limiti di una sanità regionale che non ha retto allo tsunami dell’epidemia, probabilmente anche per responsabilità di chi, il leghista Attilio Fontana, è stato chiamato a guidare la Lombardia.
Pensiamo che cosa sarebbe stata l’Emilia Romagna se, al posto del riconfermato Stefano Bonaccini, ci fosse stata quella Lucia Borgonzoni sulla quale puntava fortemente il segretario della Lega. A dimostrazione che i “manici”, al di là delle indubbie responsabilità del titolo V della Costituzione, “contano”. E come !
Veneto (pur essendo anch’essa una Regione a guida leghista) e Toscana infatti, anche se in piena pandemia, non stanno soffrendo le pene della Lombardia. E Fontana, il Governatore, in questa situazione non ha nulla da dire? Il suo operato è esente da colpe? E Salvini, è pronto a riconfermarlo? Lui lo potrà fare, ma gli elettori…..
PdA (27 marzo 2020)

Opposizioni, lingue biforcute
Una domanda: quante volte Matteo Salvini, quando era Ministro dell’Interno, ha coinvolto il Parlamento, anzi lo stesso governo di cui faceva parte, nelle “sue” decisioni contro i barconi degli immigrati?
Quando da bambini passavamo interi pomeriggi stravaccati nelle poltrone di legno delle sale parrocchiali a vedere i film sugli indiani, c’era spesso un capo tribù dei pellerossa che accusava l’uomo bianco di parlare con lingua biforcuta.
Ebbene le opposizioni, queste opposizioni, i Salvini e le Meloni, hanno affrontato spregiudicatamente il dibattito alla Camera e al Senato parlando con lingua biforcuta. Hanno chiesto sulla situazione sanitaria del Paese di essere coinvolti e, quando è stato il loro turno, sono intervenuti per criticare il comportamento del governo – senza considerare la straordinaria eccezionalità di una vicenda che non ha precedenti dalla fine della seconda guerra mondiale – ed avanzare proposte di sapore vagamente elettorale e molte di difficile, se non impossibile, attuazione.
Il disegno cinico di Salvini e Meloni è infatti quello, con l’aiuto del boy scout di Firenze, Matteo Renzi, di preparare il terreno, quando saranno sicuri che l’epidemia starà rientrando, di sostituire l’attuale Presidente del Consiglio con Mario Draghi: “un nome, una sicurezza”, direbbero gli esperti di marketing.
La “scusa” sarebbe quella che il rilancio economico e sociale del Paese richiede una guida forte e autorevole. E per loro, questi non sarebbe l’attuale Premier.
Puntano su Draghi perché sanno che i loro nomi sono fortemente screditati: in Italia e in Europa. Quell’Europa che, finita l’emergenza, sarà chiamata a dare finanziamenti a pioggia, sui quali i Due vorrebbero mettere le mani.
Sul Coronavirus stiamo assistendo allo stesso film di questa estate, quando il segretario della Lega “spaventato” dalla situazione economica del Paese e dalla incapacità di saperla affrontare, si è dato alla “fuga” determinando la caduta del “suo” governo.
Conte lo conosce bene e si capisce perché, fino a quando ha potuto, lo ha tenuto a bordo pista. Poi è intervenuta la “moral suasion” di Mattarella, preoccupato delle divisioni nel Paese, e Salvini si è sentito in dovere di tornare all’attacco…

PdA (26 marzo 2020)

Salvini…non demorde!
I guai per gli italiani non finiscono mai. Non bastava il coronavirus, no. C’è un nuovo pericolo che incombe sul Paese: il ritorno di Matteo Salvini.
Pensavamo di esserci vaccinati dopo i quattro anni dell’altro Matteo, Renzi. Ma non è così. L’uno e l’altro marciano compatti per colpire uniti e poi dividersi su chi avrà i pieni poteri.
E stando alle intenzioni di voto (sempre che non siano manipolate ad usum delphini) tra i due non ci dovrebbe essere partita: Renzi incollato al 3 per cento, a fronte di un Salvini in lenta flessione ma sempre in testa: a dicembre festeggiava il Natale con un rotondo 34 per cento ed ora tocca a stento il 27.
Il Presidente del Consiglio, avendolo avuto al Governo per ben quindici mesi, lo conosce bene e in particolare conosce bene la sua smania di “uomo solo al comando”. Ecco perché ha cercato finora di tenerlo a bada ma è bastato l’incontro di lunedì sera a Palazzo Chigi, facilitato anche dalla “moral suasion” del Colle, per ringalluzzirlo e farlo tornare il Salvini di sempre: un politico di scarso spessore che spregiudicatamente fa leva sulla paura e cerca voti sulla pelle di chiunque.
La conferma ci è venuta dalla trasmissione di Bianca Berlinguer dove il segretario della Lega si è abbandonato ad un torrente di frasi vuote e propagandistiche, chiedendo di fatto pieni poteri
In particolare dovrebbe far riflettere – e preoccupare – la frase con la quale Salvini ha concluso l’intervista: “Ci prepariamo all’Italia del 2021 che non sarà più la stessa, dove cambieranno le abitudini, cambierà la cultura, cambierà il lavoro, cambierà la vita degli italiani”.
A buon intenditor …. Davvero inquietante !

PdA (25 marzo 2020)

Tra Conte e Destra un incontro con molti sospetti
E’ davvero buffo sentire Giorgia Meloni temere una “deriva autoritaria” del Governo, visto il dna di Fratelli d’Italia, erede naturale di quel partito fascista che negli anni ha oscillato tra il Movimento Sociale e Alleanza Nazionale.
Ed ancora più buffo è vedere Matteo Salvini a … Canossa, nella sala verde di Palazzo Chigi, con la mascherina che gli copre il naso e la bocca. Proprio lui, sorpreso solo qualche giorno fa a passeggiare per il centro di Roma accanto alla sua fidanzata, vicini vicini, senza mascherina e senza buste della spesa che giustificassero la sua “uscita”.
Lo stesso Salvini che oggi chiede di “chiudere” tutte le attività e che appena pochi giorni fa, il 27 febbraio, ne chiedeva una totale riapertura.
E sempre Salvini che si erge a difensore delle Camere dopo che per anni, in Italia e in Europa, ha brillato per assenteismo.
Ma la politica è anche questo. E l’incontro di ieri sera (oltre 3 ore) tra Conte e l’opposizione di destra lo dimostra. Ed infatti è stato quasi un fallimento, nonostante la moral suasion esercitata dal Capo dello Stato che si è molto adoperato per l’incontro.
Un vertice dominato da reciproci sospetti: il presidente Conte che ha letto come cinico e spregiudicato l’atteggiamento, soprattutto di Salvini e Meloni, decisi a scommettere sul fallimento del Governo nella speranza di gestire la fase successiva, quando il virus avrà attenuato la sua carica aggressiva e arriveranno dall’Europa finanziamenti a pioggia.
E con la Destra che imputa al Presidente del Consiglio la volontà di gestire l’emergenza “in solitaria”, fidandosi solo del parere e dei suggerimenti dei “Competenti” con la speranza di superare il momento più critico, allungare la legislatura fino alla sua scadenza naturale e ricandidarsi nella prossima.
PdA (24 marzo 2020)

Salvini e Renzi all’attacco di Conte
I due Matteo (Salvini e Renzi) non sanno più dove sbattere la testa. Le loro strategie politiche si sono dimostrate veri e propri flop: Salvini con l’apertura in estate della crisi di governo, Renzi con l’uscita dal PD e la creazione di una mini formazione politica che non riesce a decollare, ferma – per ora e da molto tempo – ad una percentuale del 3 per cento.
Del tutto emarginati dal dibattito politico, i due le stanno tentando tutte per rientrarvi ma nessuno se li fila. “Giuseppi” in primis.
Come uscire allora da questo stallo? Non lo sanno nemmeno loro e quindi navigano a vista. Il Paese è in ginocchio per l’emergenza coronavirus? Bene (solo secondo il loro cinismo). Salvini intruppa non solo Meloni e Berlusconi ma anche Renzi per uno spregiudicato calcolo politico e dare una spallata al Governo alle prese con una emergenza che non ha precedenti dalla fine della seconda guerra mondiale.
Alla faccia del recente appello di Mattarella alla collaborazione. Anzi, le opposizioni (Salvini, Meloni e Berlusconi) e Matteo Renzi si rivolgono proprio al Capo dello Stato nel tentativo di disarcionare “Giuseppi”.
Il loro gioco è sottile (si fa per dire) ma scoperto e soprattutto cinico: pensano di sfruttare l’emergenza e le misure prese dal governo con qualche tentennamento di troppo, per invocare un governo di salute pubblica con dentro solo tecnici e il Parlamento aperto ad oltranza. Fa sorridere in particolare quest’ultima richiesta da parte di chi (Salvini e Meloni) brilla per assenteismo.
Poco importa ai due Matteo se il momento non è dei più felici. Salvini e Renzi sanno bene che il tempo lavora a favore di questo Esecutivo e che, se l’epidemia dovesse dare segni di rallentamento, diverrebbe più difficile mandare a casa Conte che, da “vincitore”, potrebbe invece governare fino alla fine della Legislatura e addirittura candidarsi per la prossima….
PdA (23 marzo 2020)

Salvini è il “69” della politica italiana
Che Salvini incontri nel Paese quasi la metà dei consensi dimostra che c’è un’altra buona metà (il 60%) che non lo sopporta.
La conferma viene dal mio portiere, un napoletano, che in questi giorni di forzato isolamento gentilmente mi porta i giornali a casa. Del resto, appartengo a quella fascia di giornalisti anziani che faticano a staccarsi dall’odore e dal fruscio della carta stampata.
Ma torniamo al portiere e alla sua “antipatia” per Salvini. “Chillo – mi previene – è comme ‘o 69. Comme o gire e comme o vote è sempre ‘o stesso. Dice siempre ‘e stesse cose…”.
Effettivamente, il portiere napoletano non sbaglia. Apro i giornali e mi salta agli occhi il solito commento critico del segretario della Lega all’ultima decisione del governo di chiudere su tutto il territorio anche uffici e fabbriche. “Riaprire il Parlamento” è una delle sue perentorie richieste a Conte, via Mattarella, “perché altri – si lamenta – non ci ascoltano”. Ed infatti dal Quirinale giunge assordante un silenzio che il Colle da tempo si è imposto alle ripetute richieste elettorali (?!?), nonostante l’incalzare del coronavirus, dell’esponente lombardo.
Un silenzio che peraltro si giustifica anche perché, come sottolinea il presidente Fico, le Camere non sono mai state chiuse. “Chi parla di Parlamento chiuso o è confuso, o è distratto”.
Ma forse la verità è un’altra: Salvini non è né confuso né distratto. Semplicemente non sa più cosa fare per uscire dal cono d’ombra nel quale da solo, nei giorni del Papetee, si è cacciato. Le elezioni non ci sono state, “Giuseppi” è sempre più in sella e all’orizzonte non si intravedono urne, neppure quelle regionali o del referendum confermativo sul taglio dei parlamentari.
E allora? Allora al segretario della Lega non resta che abbaiare alla luna
PdA (22 marzo 2020)

Salvini spodestato dalla Meloni nelle simpatie del Paese
Quando ad agosto Matteo Salvini – tra un mojito e stuoli di belle ragazze che in costume da bagno gli facevano corona – ha deciso di mandare all’aria il governo di cui era “dominus” assoluto, era sicuro di liberarsi di Giuseppe Conte (che oltralpe non avevano ancora ribattezzato “Giuseppi”). Ma non poteva certo immaginare che un “altro” Comico, Beppe Grillo, e un “guastatore” di professione, Matteo Renzi, lo avrebbero mandato a sbattere contro il muro. Soprattutto Salvini non avrebbe mai creduto che dalla sua costola (lombarda) sarebbe nata nella destra un’altra leader con accento spiccatamente romano, destinata ad “intercettare” la sua, fino ad allora, indiscussa leadership: Giorgia Meloni.
Senz’altro fascistella, sovranista più di lui, antieuropeista ma soprattutto meno spaccona e più simpatica alla gente. Una specie di Alessandra Mussolini meno sguaiata e più preparata. Pochi mesi e la moderna Giovanna d’Arco ha portato Fratelli d’Italia, del tutto rinnovato tranne qualche isolata eccezione (Ignazio La Russa), dal 4 per cento a quasi il 13 e il suo personale gradimento al 46 per cento, spodestando lo stesso Salvini inchiodato al 41 per cento.
E “Giuseppi”? Al 71 per cento, una percentuale che ha aumentato lo stato confusionale del segretario della Lega che con il Paese in ginocchio per il coronavirus sta facendo, sulla pelle degli italiani, quello che per oltre un anno e mezzo ha fatto con gli immigrati: solo propaganda elettorale.
Privo di strategia politica, e lo ha ampiamente dimostrato, Salvini “vive” politicamente alla giornata ed è in contraddizione con se stesso. Esce a passeggio con la fidanzata, non osserva la distanza di sicurezza, non indossa la mascherina, dice di essere andato a fare la spesa ma non ha né buste né scontrini. Poi, il giorno dopo, va in televisione e grida al Paese, peraltro già impaurito, che la situazione è grave, che occorrono misure più severe di quelle emanate dal governo e che non bisogna uscire di casa.
Risultato? E’ sceso nel gradimento degli italiani al quarto posto e ha fatto calare il suo partito dal 33 per cento dei sondaggi estivi al 29 di oggi. Un piano inclinato che non sembra arrestarsi, con un Partito Democratico che con il 21/22 per cento è sul punto di mordergli la coda.
Ma nei fatti il segretario della Lega rischia che la sua leadership venga presto messa in discussione. Nella destra Giorgia Meloni è sull’uscio di casa.
PdA (21 marzo 2020)

Il coronavirus salva Conte e azzoppa Salvini
A Natale la posizione del presidente del consiglio era traballante, stretto tra i “no” delle opposizioni e l’appoggio “tiepido” della sua maggioranza orfana di fatto della componente renziana e con i grillini più interessati al recupero dei consensi perduti che al “bene del Paese”.
Quasi tutti i commentatori politici scommettevano su un Palazzo Chigi che non sarebbe riuscito a mangiare la colomba pasquale.
Ma qui arriva l’imprevisto che di fatto salva Conte. Dalla Cina purtroppo arriva un uovo “infetto” con una terribile sorpresa: il virus Covid19.
Ed è in questa drammatica situazione che l’ “Avvocato del Popolo” dimostra di essere un un uomo di qualità e di spessore.
Stiamo parlando di un uomo che non ha certamente il “cursus” dei politici ma che sta affrontando la difficile situazione con grande dignità
“È lucido – come gli riconosce Emanuele Macaluso – non ha mai perso il controllo. Lo sto rivalutando perché sta guidando il Paese nel mezzo di una tragedia collettiva. La stoffa del dirigente politico si vede nelle difficoltà”.
E Salvini? In completa confusione. E quel che più gli brucia non sono i consensi che la Lega sta perdendo quanto il consenso che “Giuseppi” sta ottenendo dagli italiani: oltre il 71 per cento contro il suo 46, superato anche da Giorgia Meloni.
Quest’ultima premiata da una linea di opposizione coerente a fronte di atteggiamenti ondivaghi e astiosi del segretario della Lega che ancora non ha dimenticato le scudisciate che ad agosto Conte gli ha assestato.

PdA (20 marzo 2020)

Salvini “legibus solutus”?
Matteo Salvini continua a ritenersi “legibus solutus”.
Lo ha fatto quando è stato ministro, lo fa oggi fottendosene allegramente delle disposizioni governative per evitare i contatti da coronavirus.

Beccato in giro per Roma con la fidanzata – mentre tutti i comuni mortali restano rintanati tra le quattro mura di casa – racconta di essere uscito per… fare la spesa.
Bene! Anzi, malissimo per un uomo delle istituzioni (sic).
Comunque:

– perché non se ne sta a casa?
– perché non rispetta la distanza di sicurezza?
– perché non ha con sé nessuna busta?
– perché non posta lo scontrino della spesa?
Certamente, presuntuoso e ritenendosi “legibus solutus”, farà cadere nel nulla questi semplici interrogativi ma noi – illusi – insistiamo: Onorevole, dimostri che abbiamo torto a ritenerla un grosso “errore” della democrazia.
PdA (16 marzo 2020)

Il coronavirus conferma i limiti politici di Salvini
Non c’è nulla da fare. Matteo Salvini proprio non ce la fa a mostrare un minimo di senso dello Stato. Non vi è riuscito nel quasi anno e mezzo di Ministro dell’Interno, e non ora che guida l’opposizione al governo giallo-rosso.
Chi si illudeva che la drammatica situazione sanitaria del Paese gli facesse cambiare registro, è rimasto deluso. Il solo tasto che gli è congeniale è quello di gettare il panico. Ed è infatti di oggi la sua previsione di mille morti in pi in Italia entro il fine settimana. Se poi ciò si verificherà o meno non è importante. Se questo genera panico tra la gente, a lui non interessa.
Così come avveniva con gli immigrati che – diceva – avrebbero tolto lavoro agli italiani. Ed oggi invece leggiamo che le varie organizzazioni agricole lanciano un appello per trovare lavoratori stagionali: raccoglitori di frutta, di pomodori, di patate che, anche a causa dell’epidemia, mancano
Altri i tempi in cui i leader dell’opposizione, con vero senso dello Stato, si facevano carico dei problemi del Paese e si comportavano di conseguenza. Basti ricordare Togliatti che evitò una sanguinosa guerra civile invitando, dal letto d’ospedale, la “sua” parte alla moderazione. Oppure il PCI di Enrico Berlinguer che collaborò con la maggioranza di governo nella vittoria contro il terrorismo.
Ma potremmo aggiungere i Saragat, i La Malfa, i Moro! Quelli erano uomini con uno spiccato senso dello Stato. Certamente non Salvini. Di loro ancora parliamo e continueremo a farlo. Di Salvini, tra una decina di anni, gli italiani parleranno come di una “caccoletta” che il Paese si è tolta dal naso, l’ha appallottolata, e con indifferenza l’ha gettata per terra.
La vicenda del coronavirus poteva essere l’occasione del riscatto. Ma da questo orecchio il segretario della Lega non sente. Continua a confermarsi come un mediocre politico, un buon ciarlatano, un tappetaro. Non è ancora del tutto sconfitto ma, sicuramente, è sulla strada giusta.
PdA (13 marzo 2020)

Salvini “tradito” da Di Maio, non da Conte
Savini e Renzi: così uguali … così diversi! Il coronavirus sta evidenziando le diversità “politiche” fra i due Matteo. Con Renzi non siamo mai stati teneri; eppure nell’attuale situazione il ragazzotto toscano sta dimostrando una “furbizia” politica del tutto assente nel Matteo “lom-go-bardo”.
L’ex Premier, da buon temporeggiatore, ha smesso di “dardeggiare” il presidente Conte e ha rinfoderato per ora le armi della polemica. E’ uscito dal PD fondando un nuovo partito ed è stato un flop, ma lui fa finta di niente. Ha cercato di “nascondere” l’insuccesso tornando a lanciare la riforma istituzionale del sindaco d’Italia ma nessuno se lo è filato. E lui, zitto, attende che passi l’emergenza sanitaria e con essa le legittime paure degli italiani.
Diverso l’atteggiamento del bullo “lom-go-bardo” che sul ring della politica si comporta come quel pugile che, ricevuto un uppercut micidiale, barcolla ma non va al tappeto, flette le gambe ma non cade, ferito al sopracciglio gli si annebbia la vista ma non molla e tira fendenti a caso senza però mai colpire l’avversario.
Il ring dal quale Salvini è uscito sconfitto è il Papetee dell’agosto scorso quando ha aperto una inspiegabile crisi di governo nella “certezza” di trovare nelle urne il passe-partout per Palazzo Chigi. Ma non è andata così e “Giuseppi” Conte – con suo grande “scorno” – è rimasto a guidare il Governo, sia pure con un’altra maggioranza.
Da allora, le esternazioni contro “l’usurpatore” di quella poltrona si sprecano e sono diventate una vera e propria ossessione: Non c’è giorno che passi senza attaccare e criticare pesantemente il suo ex alleato presidente del consiglio.
Ma Salvini, in piena confusione, non si è ancora accorto di sbagliare bersaglio. Il “traditore” non è Conte ma Di Maio che si è “piegato” al diktat di Beppe Grillo.
Se Di Maio avesse rifiutato l’alleanza con il PD, Mattarella non avrebbe potuto fare altro che indire nuove elezioni, direttamente o attraverso un esecutivo istituzionale di pochi mesi. Se quindi oggi Salvini non è a Palazzo Chigi, la colpa è di Di Maio, non di Conte.
Ora proviamo ad immaginare come si sarebbe comportato il Matteo “lom-go-bardo” vestito da Premier nei confronti del coronavirus: né più né meno come quando era Ministro dell’Interno. Avrebbe polemizzato con l’Europa, avrebbe “ghettizzato” ancora di più gli immigrati, avrebbe mandato qualche “bacione” di troppo al cielo, sarebbe stato giorno e notte su tutte le televisioni, avrebbe girato in lungo e in largo città e ospedali. E qui sta la novità: nessuna strana felpa come quando era al Viminale: né della polizia, né dei vigili del fuoco, né della guardia costiera, ma rigorosamente con una tuta protettiva, una mascherina munita di filtro, guanti e un gel disinfettante per le mani.
Tutta qui la differenza con Renzi.
pda (5 marzo 2020)

Il coronavirus “azzoppa” Salvini
Non sarà facile per Matteo Salvini, con questo sistema costituzionale, tornare a Palazzo Chigi e soprattutto occupare la poltrona di Presidente del Consiglio. Sono molti coloro che, entrati Papa, sono usciti Cardinale o stoppati dal Capo dello Stato.
Illustri precedenti non mancano. Due per tutti: Cesare Previti che Berlusconi voleva alla Giustizia e che l’allora Inquilino del Quirinale dirottò alla Difesa e, più recentemente, Nicola Gratteri che, nonostante le insistenze di Matteo Renzi, fu bocciato da Napolitano.
Come si vede, per il segretario della Lega, il clima “quirinalizio” non volge al bello. Già durante l’esperienza di Ministro dell’Interno Salvini ha dimostrato scarso senso istituzionale ed ora, di fronte al coronavirus, non ha saputo fare di meglio.
L’aver strumentalizzato l’emergenza sanitaria per fini propagandistici non l’ha aiutato a dare di sé l’ immagine di uomo di Stato, ed i sondaggi stanno lì a dimostrare che di questo passo per Salvini sarà più facile flettere che crescere.
pda (4 marzo 2020)

Borghi ministro in un eventuale governo Salvini?
Toh, parla Claudio Borghi !?!
Sì quel Claudio Borghi che alla bella età di 49 anni si è rifatto il look pensando (parlando di lui il verbo è un po’ forte) bene di farsi crescere una barbetta risorgimentale che gli incornicia il suo bel visone, forse per piacere alla “patriota” Giorgia Meloni. Hai visto mai, dovesse andar male con la Lega…
E che dice questo fido scudiero di Matteo Salvini? Leggo testualmente: “…forse varrebbe la pena, una volta al governo, di diventare cattivi”. Ed ancora: “io non ne posso più di vedere il mio Paese umiliato in questo modo”.
“Umiliato”? E cosa dovrebbe dire il Parlamento che lo annovera tra i suoi membri? A parte il fatto che non è scontato dopo i guasti arrecati al Paese (questo sì !) che il longobardo, e con lui la Lega, tornino al Governo.
E’ vero che “le urne sono puttane”, ma è successo una sola volta e non è detto che “l’italica tragedia” si ripeta. Anche perché il suo Capitano, Matteo Salvini, ce la sta mettendo tutta perché questo non avvenga più.
Del resto l’ “indossatore di felpe” ha ampiamente dimostrato i limiti del suo stare al governo.
Ma, ammesso che questo avvenga, quale potrebbe essere un Ministero degno di un Borghi che parla così? Quello della “Pulizia etnica”?
Checché se ne dica, la Politica è una scienza esatta e, dalla stagione del Papetee ad oggi, il segretario leghista non ne ha azzeccata una, creando sconcerto anche tra alcuni dei suoi iscritti. In particolare molti leghisti si chiedono ancora come e perché si sia autoescluso da un governo dove, più male che bene, faceva il buono e cattivo tempo.
La risposta la potrebbe dare proprio Claudio Borghi.
pda (29/2/2020)

Dio li fa e poi li accoppia: i due Matteo
Un antico detto dice che Dio li fa e poi li accoppia. Niente di più vero se si parla di Matteo Renzi e di Matteo Salvini. Anche se il primo assomiglia ad una Ferrari e l’altro sembra una vecchia Fiat 1400.

Tutti e due ambiziosi tanto da voler mettere la faccia sempre e su tutto.
Tutti e due sicuri, smargiassi e “di pancia”.
Tutti e due politicamente bugiardi.
Renzi aveva promesso che avrebbe lasciato la politica se avesse perso il “suo” referendum. E lo abbiamo ancora sulla scena a promettere un cosa e a farne un’altra.
Salvini l’estate scorsa ha aperto una crisi che pochi hanno capito (neppure i fedelissimi) nella certezza di andare ad elezioni ed invece da “plenipotenziario” del governo è passato a guidare un’opposizione che però non ha i numeri parlamentari per riportarlo a galla.
Ambedue, smaniosi di avere finalmente i “pieni poteri”, restano “vittime” di un sistema democratico che almeno finora, è riuscito ad arginare il loro sfrenato protagonismo.
La Politica ne ha viste tante ma difficilmente li vedrà insieme, tanto simili sono da annullarsi a vicenda.
E questa resta la speranza di un Paese ancora democratico.
pda (14 febbraio 2020)

Salvini “costretto” al processo
Sgombriamo il campo da una possibile fake news.
Salvini è stato “accontentato”: il cosiddetto “Capitano coraggioso” non è stato condannato dai colleghi parlamentari – come lui va sostenendo –  ma, come dovrebbe sempre accadere in un Paese civile, saranno i giudici a decidere se sul caso Gregoretti andrà o meno assolto.
Sembra, a detta degli esperti, che non ne esistano gli estremi, ma
diciamo anche che il segretario della Lega è stato vittima dei suoi stessi “contorcimenti”.
Anche qui occorre subito fare chiarezza, per amor di verità.
Sul confronto con i giudici Salvini ha sempre “gigionato”: in primis con la vicenda Diciotti, quando annunciò che avrebbe rinunciato all’immunità parlamentare dicendosi “ben felice” dell’avviso di garanzia ricevuto dalla Procura di Agrigento, salvo poi minacciare la caduta del governo se gli alleati politici non lo avessero coperto.
Con il caso della nave Gregoretti il Nostro è andato oltre.
Come si ricorderà, mancavano pochi giorni alle elezioni in Emilia e Salvini pensò bene di sfruttare la questione in chiave elettorale, ordinando ai suoi senatori di votare in Giunta per l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti.
Ma, superato il turno elettorale, ha fatto dietrofront nell’aula di Palazzo Madama, non facendo però i conti con il diabolico Renzi che, con il sì al processo, ha finto di accontentarlo mettendolo però in seria difficoltà.
Ecco perché occorre fare attenzione, adesso, alla nuova possibile “fake-news”, da lui inventata per distogliere, appunto, l’attenzione da quello che sembra essere un altro scivolone politico: perché il Senato non lo ha processato, come lui sostiene, ma ha solo stabilito che a decidere la sua sorte saranno i giudici.
pda (13 febbraio 2020)

Salvini ci ripensa: meglio evitare il giudizio
Ancora un dietrofront della Lega, “usa” ad annunciare e poi fare il contrario di quanto detto. E così Matteo Salvini mette da parte la spavalderia con la quale aveva “imposto” ai suoi senatori in Giunta di votare per l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti e fa marcia indietro.
Era il 20 gennaio e dopo sei giorni si sarebbe votato in Emilia Romagna. Una mossa – deve aver pensato l’astuto segretario della Lega – che potrebbe elettoralmente tornare utile alla sua candidata, Lucia Borgonzoni. Ma le cose sono andate come si sa e “Capitan Coraggio” non ha avuto difficoltà – ad urne chiuse e a disfatta pesantemente subita – a farsi convincere da Giulia Bongiorno che è meglio rimangiarsi l’annuncio fatto ad esclusivi fini di propaganda elettorale.
Del resto, non è la prima volta che la Lega fa marcia indietro. L’ultima, proprio con la Borgonzoni che non siederà sugli scranni del consiglio regionale del riconfermato presidente Stefano Bonaccini.
Ma lo stesso Salvini non è nuovo a “figure” di questo genere. Basti ricordare il clamoroso dietrofront sul caso della nave Diciotti.
Convocò, l’allora Ministro dell’Interno, giornalisti e telecamere per sventolare la busta gialla con l’avviso di garanzia della Procura di Agrigento dicendosi “ben felice” dell’iniziativa giudiziaria che lo avrebbe potuto portare a processo.
Come andò a finire è noto. “Capitan Coraggio”, passata l’euforia del momento, ci ripensò e costrinse il Governo a “coprirlo” minacciando una crisi dell’Esecutivo Conte.
Una domanda: E’ affidabile politicamente un uomo del genere? Gli affidereste i “pieni poteri”? Un secolo fa qualcuno ha provato a credere nell’ “Uomo della Provvidenza”. Ed è andata come è andata….

pda (11 febbraio 2020)

L’Italia oggi ricorda le Foibe
Istituita SOLO nel 2004 la Giornata celebrativa, l’Italia ricorda oggi i massacri delle foibe e l ‘esodo giuliano dalmata. Così, con un colpevole ritardo, il Paese vuole conservare e rinnovare la memoria di quanti ne furono vittime e l’esodo dai territori occupati alla fine della guerra dalle truppe del Maresciallo Tito.
Una giornata, diciamo, ” per non dimenticare” contro il fanatismo e la stupidità di quanti (pochi ma nel tempo pericolosi) ancora oggi si ostinano a ridimensionare, o addirittura a negare, una delle pagine più nere della nostra storia nazionale.
E infatti il Presidente della Repubblica non a caso ammonisce sulle conseguenze di “una sciagura nazionale che non va dimenticata” invitando a contrastare “piccole sacche di deprecabile negazionismo militante” purtroppo ancora presenti in Italia. “Oggi – ha voluto sottolineare con forza il Capo dello Stato – il vero avversario da battere è l’indifferenza che si nutre spesso della mancata conoscenza”.
Per anni infatti i testi scolastici, ma sopratutto la politica, hanno ignorato l’assassinio alla fine della guerra – da parte di formazioni partigiane jugoslave – di migliaia di italiani gettati, spesso ancora vivi, in profonde e strette fosse naturali che in Istria scendono per centinaia di metri nelle viscere della terra, appunto foibe.
Di questo, e di quegli anni bui, solo da poco tempo si è cominciato a parlare squarciando il velo di omertà che per puri calcoli politici, soprattutto a sinistra, chi sapeva ha taciuto.

pda
(10 febbraio 2020)

Fallito il progetto grillino
Dicevano che sarebbero entrati in Parlamento per aprirlo come una scatoletta di tonno. Ma il progetto dei 5 Stelle, a due anni dal successo elettorale del 2018, risulta fallito. Il Movimento si è spaccato, con faide e divisioni interne e il Parlamento si è di fatto paralizzato.
Di scatolette di tonno da aprire, nemmeno l’ombra. In compenso sono arrivate le Sardine, per ora solo nelle piazze. Domani chissà…. Ma non hanno nulla a che fare con il comico genovese.Due dati, stando allo studio del sito Openpolis.it, balzano agli occhi: la bassa produzione legislativa, appena 101 leggi approvate, e ben 102 cambi di casacca cui si aggiungono, in questo inizio di anno, altri 12 passaggi di Gruppo. Senza contare il balzo della Lega, stando ai sondaggi, al 33 per cento.
Era questo che Grillo & Company si attendevano dal loro ingresso in Parlamento? Evidentemente no.
E’ vero, con quattro successive letture tra Camera e Senato, è andato in porto il tanto sbandierato “taglio dei parlamentari” su cui comunque pende ancora la spada di Damocle del referendum confermativo.
La consultazione popolare comunque non dovrebbe portare sorprese anche se, come ammoniva Nenni, l’urna è puttana.
La gente però, pur di andare contro la classe politica, andrà a votare e darà ragione alla tesi grillina senza rendersi conto che il taglio di senatori e deputati, nella misura decisa frettolosamente dal Parlamento, renderà ancora più difficile l’iter legislativo delle leggi.
Sull’argomento avremo modo di tornarci. Per ora ci limitiamo a sottolineare la superficialità e l’ignoranza con le quali i deputati e senatori grillini hanno portato avanti la loro “battaglia” parlamentare. Ma attenzione, la “guerra” è un’altra cosa e presto si concluderà con il loro definitivo e drastico ridimensionamento.

pda (9 febbraio 2020)

Un’intervista al giorno “non” toglie Renzi di torno
Les jeux sont faits. Mi faccio un “mini partito”, come Mastella ai tempi di Prodi, “gioco” una partita personale bord line al governo e mi tiro fuori dal “dimenticatoio” mediatico. Dovrebbe essere stato questo il ragionamento dell’ “astuto” Matteo Renzi quando si è accorto di essere uscito dai radar dell’informazione giornalistica.
E il gioco sembra essergli riuscito. Da quando è uscito dal Pd inventandosi una nuova formazione politica del 4 per cento e facendo il controcanto al governo sui più svariati temi, effettivamente “les jeux sont faits”. Un giorno, e l’altro pure, l’ex Presidente del Consiglio – anche se, dopo la batosta referendaria, aveva annunciato che si sarebbe cercato un altro lavoro lontano dalla politica – viene sistematicamente intervistato da vari giornali. Per dire cosa? Niente o, meglio, le stesse cose: che Conte deve stare tranquillo (Letta ricordi?), che non vuole far cadere il governo, che la legislatura durerà fino al 2023.
Ma – attenzione – si deve fare come dice lui. Altrimenti…
Minacce concrete?
Non proprio perché il primo ad avere bisogno di tempo per organizzarsi è proprio lui.
Eppure giornali e talk, che non sanno più cosa scrivere, cadono nella trappola del Toscano o stanno comodamente al gioco, dando di fatto ragione a questo astuto azzeccagarbugli della politica.
In fondo per il “comodo” giornalista fare quattro/cinque domande è più semplice che scrivere, lasciando il lavoro vero e proprio…appunto a Renzi.
pda (8 febbraio 2020)

Solo strumentali le battaglie di Renzi e Salvini
Come Salvini aveva trovato l’immigrazione quale strumento per raccogliere consensi, così Renzi ha deciso che la prescrizione è il suo cavallo di battaglia per catturare la scena politica.
Intendiamoci, a Salvini dell’immigrazione non interessava niente. Altrimenti – non prendiamoci in giro – si sarebbe battuto in Europa, soprattutto con la sua presenza, per trovare consensi alla sua linea politica.
E di Renzi si può dire la stessa cosa. La prescrizione della quale strumentalmente Bonafede vuole fare, come per il taglio dei parlamentari, una battaglia identitaria, effettivamente non piace. Non piace agli avvocati, non piace alla stragrande maggioranza dei giudici, non piace agli alleati di governo.
Renzi sa bene che per ora non se ne farà nulla. L’entrata in vigore infatti è prevista tra 3 anni. Quindi ci sarebbe tutto il tempo per intervenire sui tempi del processo penale. È qui, solo se lo si volesse, che potrebbe portare avanti le istanze di Italia Viva.
Invece, come Salvini con l’immigrazione, così lui cavalca – esclusivamente per darsi visibilità – la lotta al provvedimento del Guardasigilli.
Il governo può cadere? Si. Ma Renzi non pensa ad una fine della legislatura, quanto piuttosto ad un cambio di cavallo a Palazzo Chigi, guardando a Franceschini o addirittura a Draghi.
Una cosa è certa. Per ora la polemica con il ministro della Giustizia lo ha riportato al centro della scena politica.

pda (6 febbraio 2020)

La prescrizione sconta due debolezze: Grillini e Renzi
La prova muscolare sulla prescrizione nasce da due debolezze. I grillini, con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (inter nos vicino all’ex capo Luigi Di Maio), con i consensi irrimediabilmente su di un piano inclinato, cercano di invertire la rotta. Anche se l’impresa appare non facile.
Renzi, a sua volta, tenta di schiodare Italia Viva che i sondaggi dell’ultima ora danno al 4 per cento. E quale occasione più ghiotta se non di “sposare” un tema che raccoglie il consenso dei penalisti e della stragrande maggioranza dei magistrati, figure apicali in primo piano!
Per il senatore toscano, la “battaglia” politica è solo “di facciata” dal momento che il progetto del Guardasigilli entrerà in vigore tra tre anni, Quindi, se veramente lo si volesse, ci sarebbe tutto il tempo per il Parlamento di varare misure atte ad accompagnare e integrare la riforma grillina.
Per il ministro della Giustizia invece l’irrigidimento, più che di facciata, è di principio. Occorre dimostrare, dopo oltre un anno di appiattimento sulle posizioni della Lega, che i 5 Stelle non sono “succubi” di nessuno: ieri della Lega, oggi di Renzi e in qualche misura anche del PD.
Il punto debole del loro ragionamento sta nel fatto che quel 33 per cento delle politiche del 2018 non lo potranno mai più recuperare e che oggi difficilmente potranno superare la soglia del 15%.
C’è da dire però che sia Renzi che Bonafede stanno scherzando con il fuoco. Questa anomala maggioranza è stata “costruita” infatti per evitare le elezioni, sempre che il PD non decida di dare un taglio netto alle polemiche. In questo caso è facile pronosticare un’uscita definitiva di Italia Viva dalla scena politica e i 5 Stelle sotto la soglia del 10 per cento.
E’ questo che i due litiganti vogliono?

pda (4 febbraio 2020)

Renzi paraculo? No, ipocrita
Un obiettivo con l’uscita dal PD, Matteo Renzi lo ha raggiunto: la visibilità mediatica. Ma quanto al consenso…. I sondaggi dicono di no e inchiodano la sua creaturina, Italia Viva, tra il 4 e il 5 per cento.
Che fare, allora? Il Toscano nasce scout e quindi sa arrangiarsi. Era tornato sui giornali e nei talk inventandosi un governo PD-5 Stelle. Ma ben presto, raggiunto l’obiettivo, era di nuovo calato il silenzio. Ma Renzi non si perde d’animo e comincia a “mobbizzare” lo stesso Governo uscito poco prima dal suo cilindro.
PD e Grillini, da lui inaspettatamente messi insieme, entrano a giorni alterni nel mirino delle sue esternazioni sui social, sui giornali, nei talk che di nuovo si accorgono di lui.
E così – per restare alle ultime schermaglie – fa trapelare l’ipotesi di una sua candidatura alla presidenza della Regione Toscana, tanto per disturbare Zingaretti & company; entra in contrasto con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede avvertendolo di votare con la destra se non dovesse accogliere l’emendamento di Italia Viva sulla prescrizione; lancia un sasso ma nasconde la mano contro lo stesso Presidente del Consiglio immaginando un possibile cambio di guida a Palazzo Chigi. Il tutto assicurando – e qui sta l’ipocrisia del Toscano – pieno sostegno all’Esecutivo.
Alla prima Assemblea Nazionale di Italia Viva, esce allo scoperto e con il sasso mostra anche la mano invitando perentoriamente il Guardasigilli a “fermarsi” perché “in Parlamento votiamo contro la follia che avete fatto”. E a Bonafede che respinge ricatti e minacce fa rispondere dal “suo” capogruppo al Senato, Davide Faraone, che “senza di noi il Governo va sotto”.
Ma non sono pochi a pensare che la prescrizione sia per Renzi solo un pretesto per continuare a tenere alta l’attenzione dei media nella speranza di raccogliere nei sondaggi qualche consenso in più rispetto al modesto 4 / 5 per cento di oggi. Perché è chiaro che con questi numeri, alle elezioni, nemmeno lui vuole andare.
La polemica gli serve, al momento, per restare a galla: Sperando in tempi migliori

pda (3 febbraio 2020)

Borgonzoni: alla faccia delle promesse elettorali
A scuola ci hanno insegnato una formuletta – c.v.d. – con la quale si indicava che il problema era stato risolto come, appunto, volevasi dimostrare. E, come volevasi dimostrare, la senatrice Lucia Borgonzoni, trombata come Presidente della Regione Emilia Romagna, si rimangia le tante promesse elettorali fatte da Salvini per interposta persona (appunto la Borgonzoni) e torna a sedersi sullo scranno di Palazzo Madama. Precedenti del genere in passato ce ne sono stati ma, vista la valenza nazionale data dalla Lega al test locale del 26 gennaio, chi l’ha votata si sarebbe atteso, anche in questo campo, una inversione di marcia. Ma così non è stato. Come non è stato con Salvini che sul “caso Diciotti” sbandierò ai quattro venti la richiesta dei giudici al Senato di autorizzarne il processo ma poi si rifugiò nell’immunità parlamentare minacciando gli alleati di governo di aprire una crisi se non lo avessero coperto. E, come per Berlusconi, torna a denunciare un complotto giudiziario contro di lui. Anche in questo caso ci si sarebbe atteso un comportamento diverso da chi predica il cambiamento, invoca la “nuova” politica e poi si “rintana” nelle vecchie liturgie politiche. Vero è che della Borgonzoni in Regione nessuno sentirà la mancanza, come nessuno si è accorto di Lei prima che, alzatasi dal suo scranno aprì la giacchetta del suo tailleur per mostrare una maglietta bianca con la scritta “Parliamo di Bibbiano”. Ecco, senatrice Borgonzoni, se tornerà al Senato come tutto lascia credere, potrebbe indossare un’altra maglietta con su scritto “Parliamo di come si tradisce l’elettorato”. Auguri
pda (2 febbraio 2020)

Sì Borgonzoni, parliamo di Bibbiano
Il caso di un presunto sistema a Bibbiano per dirottare gli affidi di bambini in cambio di soldi ha occupato le aperture e le cronache di giornali e televisioni per per buona parte dell’ estate 2019.
Nessuno vuole minimizzare la vicenda ma non si possono neppure accettare le strumentalizzazioni che politicamente si è cercato di fare.
Basti ricordare la senatrice Lucia Borgonzoni che si alza dal suo scranno di Palazzo Madama e improvvisamente apre la giacchetta del tailleur per mostrare una maglietta bianca con la scritta “Parliamo di Bibbiano”.
Ecco, appunto, parliamo di Bibbiano e del modo con il quale le opposizioni, Lega in primis, hanno cavalcato in chiave esclusivamente elettorale tutta la scabrosa vicenda. E di come Salvini ci si sia buttato a pesce (le Sardine allora non erano ancora nate) imponendo d’autorità la povera Borgonzoni come candidata di tutto il centrodestra per la presidenza della regione Emilia Romagna. Un po’ come aveva fatto con i barconi di migranti quando era Ministro dell’Interno, alla faccia della collegialità governativa.
E’ vero che la poverina, ben conscia dei propri limiti, ne avrebbe fatto volentieri a meno. Ma le decisioni del Capo non si discutono e, suo malgrado, ha dovuto accettare. Tanto la campagna elettorale, come poi è avvenuto, l’avrebbe condotta Lui in prima persona.
Tenuta debitamente a distanza dai riflettori, della Borgonzoni gli elettori – e i giornali – si sono accorti solo pochi giorni prima del voto quando era impossibile continuare a nasconderla.
Come è finita si sa. Nonostante i tanti comizi al vetriolo e la disfida delle piazze con le Sardine, Borgonzoni – o più giustamente Salvini – ha perso clamorosamente consegnando all’avversario (Stefano Bonaccini) il 51,4 dei consensi, confermandolo presidente della Regione, contro il 43,6 della candidata leghista.
Assolta quindi la titolare della maglietta “Parliamo di Bibbiano” per “non essere pervenuta”, c’è da dire che a Salvini non è andata meglio né con la “citofonata” del Pilastro, rivelatasi un vero boomerang, né con Milano Marittima dove, dal Papete, l’ 8 agosto scorso, aveva aperto la crisi di governo del primo governo Conte.
Il “Cazzaro verde” è il vero sconfitto del voto emiliano-romagnolo sul quale ha puntato l’intera posta della sua credibilità politica. Era un test importante ma locale. Salvini lo ha trasformato in un braccio di ferro per una spallata al governo. Ed ha perso.
Una previsione: Lucia Borgonzoni non siederà sui banchi del consiglio regionale, preferendo lo scranno, meno impegnativo, del Senato.|
E le promesse elettorali della Lega? Passata la festa, gabbatu lu santu

pda (29 gennaio 2020)

In Emilia-Romagna vince Bonaccini. E Salvini finisce spiaggiato
Stefano Bonaccini si conferma Governatore e il “balenotto” Salvini finisce spiaggiato sulle coste romagnole che lo hanno visto sprezzante e tronfio bauscia non solo estivo. Avrà capito, la Bestia leghista, che la “politica del citofono” non è pagante e che gli elettori sanno discernere bene tra una campagna elettorale di contenuti e le astuzie propagandistiche di chi, per raccattare qualche voto, si lascia andare a bassezze di ogni genere?
Il segretario della Lega, del resto, non è nuovo alla strumentalizzazione di problemi, che è facile indicare ma poi difficile risolvere.
Il dramma della droga è reale, fa migliaia di vittime soprattutto tra i giovani, ma non lo si risolve alla vigilia del voto citofonando ad uno sconosciuto, accompagnato da un codazzo di fotografi, operatori televisivi, poliziotti e curiosi. Così come il problema dell’immigrazione non lo si risolve lasciando per giorni in mare centinaia di poveri disgraziati fuggiti dalla miseria e dalle guerre ed occupando in tal modo le prime pagine dei giornali e le aperture dei telegiornali.
Ma alle sceneggiate ad uso esclusivamente propagandistico Salvini non è nuovo. Basti ricordare proprio la vicenda, nell’estate 2018, della nave Diciotti con 177 naufraghi di cui 27 minori quando, raggiunto da un provvedimento dei magistrati, si fece “immortalare” mentre apriva la busta gialla della Procura di Agrigento dicendo che si sarebbe presentato a testa alta dai giudici. Salvo poi rimangiarsi tutto e ricattare il Governo con lo spauracchio di aprire una crisi se non lo avessero “coperto” sostenendo la collegialità della decisione.
E più di recente, alla vigilia del voto regionale in Emilia Romagna, ha chiesto addirittura ai suoi senatori in Giunta di mandarlo a processo sul caso della nave Gregoretti, per sequestro di 131 migranti, sicuro che in Aula la richiesta verrà respinta.
Nei suoi atteggiamenti “Il Cazzaro verde”, per dirla con il libro di Andrea Scansi, ricorda molto Matteo Renzi, anche se tra i due la differenza culturale e politica è abissale. Ad unirli solo lo sfrenato ma sterile protagonismo. Il toscano ha di fatto compromesso la propria carriera politica puntando tutto sul referendum istituzionale. Lo ha perso clamorosamente e con esso, via via, Palazzo Chigi e la segreteria del PD. Cerca ora di restare a galla ma la sua nuova creatura, Italia Viva, non sembra andare oltre il 4 – 5 per cento.
Salvini, che in estate ha dato il meglio di sé con la crisi di governo nata sulla spiaggia del Papetee, si sta avviando sullo stesso percorso. Con le elezioni di domenica in Emilia Romagna perde clamorosamente con Bonaccini, consente al Cavaliere di vincere in Calabria con l’azzurra Jole Santelli, sdogana Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia che nel gradimento degli italiani raggiunge la doppia cifra, non può dare la lettera di sfratto al Presidente Conte, allontana le elezioni politiche e per il futuro…chi vivrà vedrà!
pda (28 gennaio 2020)

“Grande è la confusione”, direbbe Mao, sui seggiolini antiabbandono
Evidentemente il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti non porta bene a chi lo occupa. Il povero Danilo Toninelli ci ha rimesso la carriera politica, o quanto meno la riconferma, e la stessa sorte rischia di toccare a Paola  De Micheli che gli è subentrata nell’incarico.
Prima, a Torino un monopattino elettrico che ha investito un pedone, ora con l’entrata in vigore  delle nuove regole che rendono obbligatorio montare specifici sistemi di allarme per chi trasporta in auto bambini fino a 4 anni.
Con Mao Tse-tung, verrebbe da dire che “grande è la confusione sotto il cielo”.
Per tornare a Toninelli, c’è da dire che il provvedimento approvato all’unanimità nel settembre 2018 (quindi con il governo Lega – 5 Stelle) prevedeva, entro 120 giorni, un regolamento ministeriale di attuazione
Al ministero, non si sa perché, hanno lasciato correre e l’approvazione del regolamento è slittata ad ottobre di quest’anno (governo PD – 5 Stelle),  cadendo quindi  sulle spalle della neoministra De Micheli che si è trovata a dover sbrigliare una matassa abbastanza complessa.
Complessa perché a questo punto, con lo slittamento ad ottobre 2019 del regolamento attuativo, l’obbligo di montare i sistemi di allarme sarebbe dovuto scattare il 6 marzo 2020. Ma una circolare ministeriale ha anticipato i tempi al 7 novembre con multe e penalizzazione di punti per gli automobilisti inosservanti.
Situazione complessa anche perché i nuovi seggiolini o i relativi dispositivi di allarme sono introvabili e perché non si conoscono ancora le modalità delle agevolazioni per il loro acquisto né quando  sarà operativo, e con quali criteri, l’incentivo di 30 euro previsto dal decreto fiscale.Ma la situazione per chi volesse ottemperare agli obblighi di legge resta  ingarbugliata anche per i costi. Nulla si sa sull’omologazione dei nuovi seggiolini e nel frattempo, nei negozi e nelle vendite online, il loro prezzo – per i pochi modelli ancora disponibili – è schizzato alle stelle. Un esempio: uno dei congegni universali da applicare ai vecchi seggiolini, che fino al 6 novembre era venduto a 59 euro, dal giorno dopo  ne costa 80.
Un po’ come accadde quando entrò in vigore l’euro e i commercianti si arricchirono con le giacenze di magazzino acquistate in lire e vendute in euro. Una ciliegina sulla torta fu poi l’abolizione, dopo pochi mesi, dell’obbligo del doppio prezzo.
Con i seggiolini antiabbandono la musica è la stessa, mentre sarebbe stata sufficiente una disposizione governativa che, almeno per un anno, bloccasse gli aumenti.
Mutuando dal Rigoletto di Verdi, verrebbe da dire “commercianti, vil razza dannata”.  E…. come sempre, il consumatore paga!
pda
(9 novembre 2019)

E se Di Maio tornasse al “lavoro usato”?
Le elezioni in Umbria, nel risultato e nelle proporzioni, erano scontate. Sarebbe stato strano se fosse stato diverso. Troppo breve il rodaggio della colazione di governo, ancora “in divenire” gli effetti dei provvedimenti economici ed enormi gli errori, su quel territorio, dell’amministrazione piddina.
Altrettanto scontati i commenti del centrodestra, vittorioso, e della coalizione di governo sconfitta.
Ma quale coalizione? Italia Viva di Renzi che furbescamente sta nel governo con una sua agguerrita formazione (Bellanova in testa) ma evita elettoralmente di “spendersi”? O il Movimento di Grillo diviso tra chi ha condiviso l’intesa con il Partito Democratico e chi invece l’ha subita e non ha fatto nulla per nasconderlo?
E così all’elettorato umbro, a fronte di un centrodestra unito e compatto, si è offerta l’immagine di un’alleanza giallorossa divisa, fragile, timorosa e perdente in partenza.
E’ evidente che una riflessione seria su che cosa fare “da grandi” si impone. Il rischio di elezioni politiche è dietro l’angolo, avendo ben presente che l’attuale governo è nato soprattutto per evitare che a Palazzo Chigi approdi Salvini e al Quirinale tra un paio di anni salga Berlusconi. Chi sostiene il contrario è in malafede. Lasciamo stare, per favore, “per il bene del Paese”.
Il segretario della Lega ha costruito il suo innegabile successo, in poco più di un anno di Viminale, battendosi con cinismo su due cavalli di battaglia capaci di “toccare” con efficacia la pancia (non la testa) della gente: immigrazione e sicurezza.
Al governo Conte è sufficiente giocare, ma con decisione e senza sconti per nessuno, una sola carta: la lotta all’evasione fiscale. Zingaretti e la Sinistra sembrano  d’accordo, Renzi opportunisticamente “non pervenuto”, Di Maio tra il sì e il no con “speciosi” distinguo.
Se così fosse, l’attuale guida dei 5 Stelle farebbe bene a tornarsene al partenopeo “lavoro usato”, lasciando ad altri il compito del riscatto grillino. Del resto i suoi risultati elettorali si sono dimostrati fallimentari e sono sotto gli occhi di tutti.  

*** (28 ottobre 2019)

Paravento leghista al Copasir
Il Copasir, targato Lega, non parte bene. Giustamente il Comitato parlamentare  ha immediatamente calendarizzato, come suo primo atto, l’audizione del Presidente del Consiglio, da lui stesso peraltro più volte sollecitata, sul cosiddetto Russiagate e in particolare sulla natura degli incontri di questa estate tra il ministro della Giustizia statunitense e i nostri Servizi.
Ma l’organismo presieduto dal leghista Raffaele Volpi ha invece preferito “accantonare” una vicenda che in qualche modo potrebbe toccare il suo stesso partito: la tangente di 65 milioni che sarebbe stata trattata al Metropole di Mosca per finanziare la campagna della Lega per le europee.
Quella che ai più è apparsa una decisione alquanto faziosa viene però spiegata dal vertice leghista del Copasir perché – si dice – “c’è un’indagine della magistratura in corso”.
Una motivazione, comunque, apparsa a molti discutibile. Come dire, due pesi e due misure. Anche se va detto che, sul cosiddetto Russiagate, il Presidente del Consiglio Conte non  ha mai fatto mistero di voler quanto prima chiarire la sua posizione.
La stessa cosa non sembra potersi dire per il segretario della Lega che si è sempre rifiutato di riferire al Parlamento. Ed è su questo “no” che si appuntano gli interrogativi di giornalisti e di diversi esponenti politici, e non solo.
Del resto Matteo Salvini non è nuovo a questi “salvataggi” in corner. E’ avvenuto lo scorso anno sul caso della nave Diciotti quando il segretario della Lega ha “costretto” gli alleati di Governo a votargli l’immunità parlamentare, pena l’apertura di una crisi di governo.
La vicenda ora si ripete con il Copasir presieduto, guarda caso, da uno suo collega di partito.

*** (17 ottobre 2019)

Altri tempi, altri uomini
La classe politica certamente ha precise responsabilità ma è fuori discussione che le campagne anti casta di questi ultimi 15 anni hanno allontanato la gente dalle istituzioni,  alimentando nel contempo le fortune letterarie di autorevoli giornalisti e l’audience di diverse trasmissioni giornalistiche con risse verbali,  voci sovrapposte dei vari  protagonisti, fervore parossistico di alcuni conduttori e sviluppo sempre più incontrollato dei social e della rete in genere.
Così la Politica, messa alla berlina, sputtanata – anche per sue innegabili colpe – ne ha fatto le spese. Nessuno si fida più di nessuno,  tutti sproloquiano su tutto (spesso a sproposito) e il Parlamento, sopratutto in queste ultime legislature, si è riempito di personaggi anonimi, senza storia, senza arte né parte, a digiuno delle più elementari conoscenze istituzionali.
L’aula è quasi sempre vuota.  Perché tutti sono impegnati nelle Commissioni parlamentari? Macché. Anche lì ci si va solo quando si vota per cui i corridoi sono sempre vuoti e quasi mai frequentati dai giornalisti, impegnati nella ricerca di ben altre ghiotte notizie di scontri, verbali e non, tra le diverse fazioni in campo.
È in questo clima che è cresciuto il disprezzo per i politici (che ovviamente, giova ripeterlo, ci hanno messo del loro) i quali, impreparati e a corto di argomenti, si sono accodati ai mal di pancia della gente. 
Gli italiani chiedono un Parlamento “dimagrito”? Ed ecco che a Montecitorio – a questo karakiri deciso per motivi di sopravvivenza governativa – si oppongono solo in 14. Almeno il 18 novembre 1923, contro la legge Acerbo voluta da Mussolini, i contrari (123 voti in dissenso) ebbero più coraggio.
Ma erano altri tempi e, soprattutto, altri uomini!

*** ( 11 ottobre 2019)

Zingaretti scomparso dai radar della politica
Un don Abbondio dei nostri tempi, avventurandosi sulle strade impervie della politica, così oggi si interrogherebbe: “Zingaretti, Zingaretti, chi è Costui?”.
In effetti il segretario del PD da qualche tempo è scomparso dai radar di giornali e televisioni, stretto tra il protagonismo di Matteo Renzi, le tensioni interne alla maggioranza e il tentativo del Presidente del Consiglio di tenere comunque  dritta la barra del suo Esecutivo.
Ma, per restare alla narrazione manzoniana, chi incontrerebbe sul suo cammino il povero curato del paesino di Renzi(o) e Lucia? I “bravi” di don Rodrigo, alias proprio il fondatore di “Italia viva” impegnato a dare voce alla sua “Creatura” e al “raduno” fiorentino della Leopolda di fine ottobre.
E’ vero che il Superbone toscano ha bisogno di tempo per allontanare il suo partitino dallo spettro del 3-4 per cento. E’ vero che lo stesso obiettivo temporale lo hanno il PD e i Cinque Stelle, essendosi tagliati alle spalle i ponti di un possibile ritorno al passato. Ma la corda potrebbe spezzarsi da un momento all’altro, anche perché un eventuale “incidente” di percorso è sempre dietro l’angolo. E gli esempi del passato non mancano.
Come evitare che la situazione possa precipitare? C’è una sola carta e, sic stantibus rebus, la può giocare autorevolmente solo il Quirinale con un messaggio alle Camere, richiamando tutti ad un maggiore senso di responsabilità. Soprattutto quei partiti che per evitare nuove elezioni, appena un mese fa, hanno  garantito il Colle sulla loro volontà di dare vita ad una maggioranza di governo certamente anomala ma decisa a portare la legislatura al suo termine naturale.
Certo, allora Renzi era “intruppato” nel PD e Zingaretti e Di Maio garantivano per tutti. Oggi…..

*** (6 ottobre 2019)

Renzi, il gran Bugiardone della politica
Matteo Renzi non si smentisce. Era e resta un gran Bugiardone. E bene fa il Presidente del Consiglio a preoccuparsi delle sue “rassicurazioni”.
Da quando ha fondato “Italia viva” il senatore fiorentino ha sempre detto che l’orizzonte politico della Creatura appena nata dalla costola del PD sarebbero state le politiche del 2023 e che fino ad allora non avrebbe “assolutamente” presentato liste né alle Regionali, né alle Comunali.
Ma così non è. L’appetito vien mangiando e sembra che Renzi, anche in questa occasione, abbia cambiato idea. Certamente non in Umbria, dove non si farebbe in tempo, ma già a gennaio in Emilia l’ex premier – dicono i suoi fedelissimi  fuorisciti dal PD –  potrebbe appoggiare il candidato Democratico, ma con una sua lista civica, preludio di vere e proprie liste di “Italia viva” alle elezioni in Toscana.
Evidentemente l’ambizioso boy scout di Rignano non sa restare in panchina e freme per entrare di nuovo sul campo di gioco (politico) e misurarsi elettoralmente.
Né più né meno di quando il 17 gennaio 2014, alle Invasioni Barbariche di Daria Bignardi, lanciò l’hashtag #Enricostaisereno e dopo un mese era premier a Palazzo Chigi.
Con questo inquietante precedente, può Giuseppe Conte restare tranquillo? Bene farebbe il Presidente del Consiglio a gettare nero su bianco i primi appunti del discorso che a breve potrebbe fare in Parlamento sulla falsariga dell’arringa antisalvini con la quale annunciò le dimissioni del suo primo Esecutivo.

*** (5 ottobre 2019)

Da “stai sereno” a “stai tranquillo”
La “rassicurazione”, si fa per dire, a Giuseppe Conte viene dal gran Bugiardone (che fa rima con gran Superbone) in arte Matteo Renzi. Basta rivedere la sua faccia intervistato dalla Gruber a “Otto e Mezzo”.
Per cui il Presidente del Consiglio, ricordando la sorte del giovane Letta, farebbe bene a fare tutti gli scongiuri possibili, anche per evitare gli stormi di uccelli paduli che volano intorno a Palazzo Chigi.
Bugiardone, Superbone, ma anche gran Parac..o.
In tanti, infatti, si sono chiesti come mai Matteo, quando si è inventato “Italia viva” non si sia portato con sé, oltre alla fida  Boschi, anche l’on. Lotti, l’amico di una vita.
Oggi l’abbiamo capito. Luca è stato rinviato a giudizio.
Per carità. Tutti mettono le mani sul fuoco sulla sua innocenza ma Matteo, con quell’occhiolino sveglio, ha preferito non rischiare di bruciarsele….

*** (4 ottobre 2019)

Perché Renzi ha “fregato” Conte e Di Maio
Come un moderno Ulisse omerico, Renzi ha “fregato” il Presidente del Consiglio Conte ma soprattutto i 5 Stelle. Sarà pure un  “Mezzo Toscano” ma in fatto di astuzia ha dimostrato, anche in questa occasione, di essere un Furbacchione al … cubo.
Eh sì! Perché, se avesse fatto la scissione dal PD prima della formazione del governo, col cavolo che i grillini e la piattaforma Rousseau avrebbero accettato di “imbarcarlo” nell’alleanza. E allora ci sarebbero state inevitabilmente elezioni anticipate.
Proprio quello che il senatore di Rignano non voleva. Il ricorso alle urne lo  avrebbe costretto a misurarsi subito, e non preparato, con il consenso popolare. Un’ipotesi? A freddo non più di un misero 2 per cento.
Meglio quindi “nascondersi” nella pancia del Partito Democratico e a cose fatte uscirsene con una quarantina di parlamentari. Guarda caso, 40 è il numero magico che, nel bene e nel male, ha accompagnato la vita politica dell’ex Presidente del Consiglio ed ex segretario del PD.
La “zattera” è partita. Bisogna vedere se reggerà alle difficoltà di un’agitata navigazione politica e se l’approdo sarà quello sperato.
*** (17/09/2019)

…e nun ce vonno sta’ (detto romanesco)
La battuta forse non è la più indicata per riferirsi ai “nordisti” della Lega ma, come si dice a Roma, “nun ce vonno sta’ “. Parliamo proprio della Lega e in particolare di quel Matteo Salvini che continua ad accusare gli avversari di caccia ai posti e alle poltrone quando, con la richiesta di elezioni anticipate dopo poco più di un anno dall’inizio della Legislatura, puntava a triplicare seggi e posti di ministro in ragione dei trionfali sondaggi e della presunta vittoria elettorale.
Gli è andata male e come un pugile suonato, sconfitto ai punti, cerca  disperatamente di evitare il colpo di un KO che, calmatesi le acque della protesta, potrebbe venirgli dall’interno del suo stesso Partito. Vero Giorgetti….?
In fondo, a guardar bene, le sue accuse di trasformismo, di tradimenti, di unioni innaturali tra PD e 5 Stelle e via dicendo le ha provocate proprio lui aprendo una crisi di governo che verrà ricordata negli annali della nostra storia come la più stupida ed improvvida. Aveva tutto e in un assolato 8 agosto ha perso tutto.
Anche i numeri non lo aiutano. Quanto è durata la crisi per formare questo governo? Meno di un mese contro gli 89 giorni del Conte 1
A conti fatti i due governi complessivamente hanno lo stesso numero di ministri, viceministri e sottosegretari. Prima erano 65 e 65 sono adesso, con appena 2 sottosegretari in più.
A questo punto parlare di “scorpacciata di poltrone”, come fa Salvini, appare davvero ingeneroso. Come dicono a Roma… “e nun ce vo’ sta’”.
*** (15/9/2019)

Il crollo di un influencer
Che la comunicazione politica, oggi, utilizzi soprattutto internet ed in particolare i social web non è un mistero. Anzi, la fortuna del MoVimento 5 Stelle (e a volte anche il suo limite) risiede appunto nelle capacità comunicative della Casaleggio&Associati che ha indubbiamente fatto scuola.
Chi non si è adeguato ha rischiato di sparire dall’agone politico e quindi tutti, chi più chi meno, si son dati da fare in questo senso. Uno degli alunni più diligenti della nuova scuola, di questo nuovo modo di far politica è stato sicuramente Capitan Salvini.
Il leader leghista fra Twitter, Instagram, Facebook e chi più ne ha più ne metta, ha letteralmente invaso la rete. Non c’è stato giorno, o per meglio dire minuto, che lui stesso o i suoi yes-men della comunicazione verde non abbiano infilato sui Social slogan ad “alta tensione” grondanti odio e disprezzo per avversari politici e per categorie umane a lui non gradite.
Solo che il Capitano si è lasciato prendere la mano: i suoi interventi social si sono sempre più gonfiati imbottendo di pensierini, motti salaci, foto con nutella e bischerate varie dal Papetee Beach i suoi seguaci, tanto che la stessa Ferragni ha avuto qualche moto di invidia.
Insomma, il Capitano ha adottato la tecnica degli influencer più che quella dei leader politici ed oggi, all’indomani dello scivolone sul ritiro della fiducia al suo Governo (e malgrado i maldestri tentativi di ricucire lo strappo creato) subisce, almeno nei sondaggi, la stessa sorte degli influencer che “toppano” all’apice della loro fase ascendente: sta crollando precipitevolissimevolmente.

Il risveglio di Conte
Chi ha ascoltato la dura reprimenda del Presidente del Consiglio nei confronti del suo vice leghista, durante l’intervento in Senato per annunciare le dimissioni e la fine del Governo giallo-verde, non può aver fatto a meno di complimentarsi con lui per l’aplomb e il garbo con cui ha trattato l’antagonista: una serie ininterrotta di colpi di fioretto che hanno lasciato però il segno quasi fossero violente sciabolate.
E a niente sono valse le timide “parate” (tutte smorfie e pose da mimo navigato) del Capitan Fracassa, ripetitivo e inconsistente (per non dire incompetente in materia di diritto costituzionale e di prassi parlamentare) anche nella sua arruffata e patetica autodifesa durante l’immediata replica: le accuse rivoltegli dal prof. Conte erano tutte lì, documentate e circostanziate, senza alcuna possibilità di difesa.
Resta però il fatto che questo sussulto di orgoglio da parte di un Presidente del Consiglio finora considerato un’entità evanescente è arrivato un po’ troppo in ritardo. Forse, se si fosse “svegliato” qualche mese fa, prima di essere costretto a fare un paio di figuracce istituzionali in casa propria (una per tutte, la difesa, imputato assente, sul caso Diciotti) e nei confronti degli alleati esteri, oggi la situazione politica poteva già essere più chiara, con conseguenze positive sulla nostra economia e sulla nostra credibilità internazionale.
*** (8 agosto 2019)

La Lega parla russo?
Una legge del giornalismo esclude, giustamente, interrogativi nel titolo. Nei lettori – oggi sempre meno numerosi – non vanno ingenerati dubbi: bisogna invece dare notizie, raccontare fatti, commentare situazioni.
Ma nell’ “affaire Metropole” di Mosca, su possibili rubli al Carroccio, nulla è chiaro. C’è una sola certezza: le notizie rese note oggi dal sito americano BuzzFeed.com erano state anticipate a febbraio dall’Espresso (anche se non corredate dalle registrazioni e da altri particolari) con una inchiesta su sospetti finanziamenti russi alla Lega.
Ebbene, allora Salvini annunciò querele. Ma queste, come riferisce il settimanale, non sono mai arrivate. Perché? Ecco l’interrogativo. Si era alla vigilia della campagna elettorale per le europee e, probabilmente, il Capitano ha preferito stendere un velo di silenzio su di una notizia che, vera o non vera, avrebbe destato comunque per la Lega un fastidioso clamore .
Ora però, a tirare fuori l’indiscrezione ci pensa una fonte americana che, per darle maggiore forza, l’accompagna con la registrazione di colloqui effettivamente avvenuti e che quindi non possono essere smentiti.
Gli interrogativi riguardano chi ha fatto le intercettazioni e per conto di chi, perché sono state fatte uscire e, soprattutto, se l’autore della trattativa parlava per proprio conto (anche se dice di non saper parlare in russo) o se era “ambasciatore” di altri.
Ecco spiegato l’interrogativo nel titolo.
*** (12 luglio 2019)

Lega e 5 Stelle senza vergogna
Continuano ad assicurare che le tasse si abbasseranno, incuranti delle smentite che sistematicamente arrivano dagli istituti di ricerca (oggi quella dell’Istat) e, soprattutto, dalle tasche degli italiani. Così come, in assenza di un’opposizione credibile, insistono nel cercare di portare avanti quel contratto di governo che ogni giorno, da infidi alleati, li vede attestati su fronti opposti: non c’è argomento sul quale siano d’accordo. Se la Lega accelera, i Cinque Stelle frenano. E viceversa.
Chi pensava che dopo le elezioni europee la situazione si sarebbe normalizzata non ha fatto i conti con le conseguenze del crollo grillino, peraltro atteso ma non nelle attuali dimensioni, e il successo ampiamente scontato di Salvini.Nella cosiddetta “prima Repubblica” si sarebbe tornati alle urne. Non con questa innaturale alleanza che si incentra su due partiti che, pur diversi, non hanno interesse a modificare lo statu quo; e non con la scomparsa – oggi – di un partito di centro e della funzione che questo potrebbe svolgere, come accadeva una volta con la Democrazia Cristiana.
Per quanto tempo potrà durare questa situazione? Difficile dirlo, perché una sola cosa è certa: e cioè che in un’epoca di partiti e di loro leader ai quali non interessa perdere la faccia, non è facile avanzare previsioni.

*** (26 giugno 2019)

Matteo Salvini, o della coerenza
Il 2 marzo scorso, in uno dei tanti affollati comizi elettorali per le europee, Matteo Salvini disse: “Andrò a Bruxelles per difendere gli interessi degli italiani e per ‘cambiare’ le politiche sull’immigrazione. Noi non possiamo più essere il porto dell’Europa”.
La gente, i suoi elettori, felici e plaudenti, convennero con il loro Capitano che l’unico modo per aiutare il Paese era di mandarlo in Europa per far sentire forte la nostra voce. Il segretario della Lega è stato in assoluto il politico più votato. Bene, disse chi lo aveva votato, ora saranno c…i del Parlamento Europeo e della Commissione. Finalmente avremo chi parlerà con loro a brutto muso.
E l’occasione è venuta. Oggi in Lussemburgo si riuniscono i ministri dell’interno dei 28 Paesi dell’Unione per parlare di migranti e rimpatri. Solo che il ministro Salvini non ci sarà. Lo attende Barbara D’Urso a Pomeriggio Cinque.
Del resto, il ragazzotto lombardo che grida sguaiatamente contro i burocrati europei e i loro regolamenti non è nuovo a disertare Bruxelles e Strasburgo dove nell’ultima legislatura ha brillato per assenteismo.
E quest’anno non è diverso.
Più delle aule parlamentari gli piacciono i comizi dove affronta gli stessi temi (immigrazione e ordine pubblico) senza contraddittori e solo in chiave di annunci.
Il 7 febbraio e il 7 marzo, per restare agli ultimi appuntamenti europei, Salvini li ha snobbati. Invece di unirsi ai colleghi europei che si incontravano a Bucarest, il segretario della Lega ha preferito, la prima volta, un comizio elettorale a Pescara, mentre a marzo ha disertato la riunione di Bruxelles per “comiziare” a Potenza.
Anche perché in queste occasioni nessuno contesta le sue sparate contro la burocrazia europea e gli annunci di cambiamento.
Tanto non costano nulla
*** (7 giugno 2019)

Un maestro…Manzi per capitan Salvini
Non sarà facile mettere a Salvini, questo ragazzotto lombardo di 46 anni, un grembiulino a quadretti bianchi e blu, il fiocco azzurro, la cartellina di cartone sulle spalle e riportarlo sui banchi di scuola. È vero – lo dice anche lui – che ha una testa dura ma … “Non è mai troppo tardi”.
A scuola il segretario della Lega potrebbe provare ad imparare i fondamentali dell’aritmetica, in particolare …. le addizioni: due più due fa quattro e non cinque o sei. Apprenderebbe così che in un sistema proporzionale le percentuali delle europee (ammesso di replicarle anche alle politiche) difficilmente gli consentirebbero di governare in solitudine contro tutti.
E lo stesso discorso vale in Europa, dove il “Ministro di tutto” si troverebbe isolato, anche da quei sovranisti che lui definisce suoi “amici”.
Il maestro Manzi di turno gli ricorderebbe la lezione di un piccolo Partito della prima Repubblica (la DC) che, anche quando i numeri glielo avrebbero consentito, non ha mai pensato di essere autosufficiente. Ma allora c’erano i De Gasperi, i Fanfani, i Moro….
Quindi, accanto all’aritmetica, anche una bella… lezione di storia!

Un po’ troppo per … l’Asinello della Lega?
*** (4 giugno 2019)

Conte va in streaming e Salvini se ne frega
Il Presidente del consiglio stava parlando solo da una quindicina di minuti che, puntuale ma sgraziato, è giunto un primo commento di Salvini. Il segretario della Lega, da capo del governo in pectore, gli ha snocciolato una serie di cose da fare per non andare a casa. Il Capitano parlava in un comizio per i ballottaggi di domenica prossima e la reazione è stata da tribuno. Domani, probabilmente, correggerà il tiro, anche per non restare con il cerino che Conte gli ha messo in mano.
Quello del Presidente del consiglio è stato un discorso molto dignitoso e di responsabilità, viste le scadenze europee e la situazione del Paese.
Ci si chiede perché questo non sia avvenuto nelle aule parlamentari. Molto probabilmente – si fa notare – per offrire alle “guide” delle due forze di governo un momento di riflessione sulle conseguenze di una loro eventuale, e possibile, risposta negativa.
Ecco perché domani Salvini potrebbe “correggersi”. Non lo farà? E allora rischia di andare a sbattere contro un muro. Un po’ come avvenne con il 40% di Renzj alle europee del 2014. Fu l’inizio della sua inarrestabile discesa.

*** (3 giugno 2019

Qual è il vero obiettivo di Fico?
Impreparati, certamentente. Stupidi, no. Perché allora l’on. Fico nel giorno della festa della Repubblica se ne esce con il riferimento ai Rom? Una provocazione nei confronti di Salvini. Potrebbe essere ma “di rimbalzo”.
La polemica ha tutto il sapore di una faida interna. Si direbbe più contro Di Maio che contro il segretario della Lega “ex Nord”.
Ma Fico sa bene – anche per i contatti riservati che intercorrono tra le più alte cariche dello Stato – che questa Legislatura è in uno stadio preagonizzante e non pensa certo OGGI di proporre un’accordo con Zingaretti: mancano i numeri e mezzo Partito, “bullonato” alle poltrone, non lo seguirebbe.
Il disegno sembra avere un orizzonte più ampio: affrontare le elezioni, perderle per subentrare a Di Maio e riportate il Movimento alla sua naturale vocazione, costringere Salvini a caricarsi di una “difficile” manovra finanziaria, raccogliere i frutti del malcontento del Paese, e SOLO ALLORA proporre al PD un’alleanza di governo che escluda soprattutto Salvini e Meloni dalle trattative per il successore di Mattarella o anche – perché no – la sua riconferma.
Fantapolitica? Se si va oltre il proprio naso – i tempi e lo scenario ideato da Fico non sembrano campati per aria.

*** (3 giugno 2019)

…e adesso pedala!
Sconcerta la decisione di Matteo Salvini di rinunciare al seggio europeo. Non è una novità per i politici italiani:  prima di lui, altri lo hanno fatto. Ma da  chi ci ha scassato i cabasisi con la “liturgia” del  cambiamento sarebbe stato coerente un diverso atteggiamento.
E invece, il segretario della Lega ha messo nel cassetto le felpe, i crocefissi e i vangeli che lo hanno strumentalmente accompagnato in tutta la campagna elettorale, le promesse di difendere dallo scranno europeo le esigenze degli italiani,  ed ora – passata la festa gabbatu lu santu – torna ad occuparsi di politica interna.  
Era questo, evidentemente, l’obiettivo dei suoi chiassosi  comizi e degli appelli elettorali alla Madonna: denunciare le “colpe” dell’Europa – e ce ne sono – per raccattare un consenso da far poi “pesare”  all’interno del governo gialloverde.
Ed ora che ha raggiunto lo scopo c’è da sperare che si occupi “davvero” dei tanti problemi italiani. Anche se, per questi, occorre danaro sonante perché, come si dice, “senza soldi non si cantano messe”.
Ma è  qui nascono i problemi. Non sono pochi infatti quelli che pensano ad un’altra “furbata” del Capitano: passare la mano ad un governo balneare al quale lasciare l’arduo compito di intestarsi una manovra economica di lacrime e sangue gradita all’Europa e di sistemare i conti per poi puntare ad elezioni anticipate giocando il ruolo del salvatore della Patria.
Salvini, niente trucchi! Hai voluto la bicicletta? Ora pedala e facci vedere come – senza soldi in cassa e isolato in un’Europa che non ti ama e dove sei in minoranza – riesci a fare tutto quello che hai promesso.
*** (29 maggio 2019)

Pacta sunt servanda…o no?
Salvini e Di Maio, nelle loro continue liti (per usare un eufemismo) ricordano molto la leggendaria contrapposizione, nella prima Repubblica, tra Bettino Craxi e Ciriaco De Mita.
Per governare, il leader della Lega e quello dei 5 Stelle hanno firmato un “contratto di governo”. Negli anni ’80 del secolo scorso i segretari della DC e del PSI, De Mita e Craxi, furono costretti anch’essi a trovare un accordo, che passò alla storia come il ”patto della staffetta”: l’impegno a metà legislatura di scambiarsi la guida dell’Esecutivo.
Allora non funzionò e dopo 4 anni di governo Craxi, si andò ad elezioni anticipate. Oggi, dopo le europee del 26 maggio, la prospettiva di un nuovo ricorso alle urne, appare ogni giorno più concreta. Ed è passato solo 1 anno!
Il paragone si ferma qui, talmente abissale la caratura politica dei protagonisti. In quel Governo figuravano, tra gli altri, politici come Andreotti, Forlani, Martinazzoli, Spadolini che qualcosa avrebbero potuto insegnare ai vari Toninelli, Centinaio, Fraccaro, Lorenzo Fontana. E, soprattutto, a Matteo Salvini e Luigi Di Maio.
È vero che in quegli anni purtroppo furono gettati anche i semi della futura Tangentopoli; ma è anche vero che, pure oggi, corruzione e politica affaristica dilagano. Stando proprio alle cronache di questi giorni.

*** (16 maggio 2019)

Diritti umani: lezione di Bergoglio a Salvini
“Se il mio gesto ha sconvolto qualcuno, bene. Forse quel qualcuno capirà che era giusto aiutare quelle persone”. Poche righe che sintetizzano la posizione della Chiesa nei confronti degli “ultimi”. La vicenda è oggi su tutti i giornali. L’Elemosiniere del Papa card. Konrad Krajenski ha riattivato i contatori della luce in un palazzo di oltre 400 persone dove per morosità era stata sospesa.
Non ci vuole la zingara per indovinate che l’iniziativa è stata voluta dal Papa per mandare un messaggio “concreto” dopo i suoi tanti, e inascoltati, appelli verso le persone in obiettive difficoltà. Ma è chiaro che nel mirino di Bergoglio c’è anche quel Salvini che cinicamente si sta muovendo in chiave elettorale sulla pelle dei più deboli.
Un atto simbolico, certo, ma che vuole indicare con chiarezza da che parte sta la Chiesa nella lotta alle povertà: con i fatti e non a parole! Altro che “porti chiusi” e “prima gli italiani”.

*** (13 maggio 2019)

Di Maio imita Salvini per raccattar voti
Competition is competition. Il voto europeo bussa alle porte e agita i sonni del guaglione vicepremier impegnato a ridurre il divario con l’alleato leghista e a non farsi superare dal PD di Nicola Zingaretti.
E così, intascato il licenziamento del sottosegretario Armando Siri, si “appropria” disinvoltamente della massima Salviniana “prima gli italiani”, redarguisce la sindaca Raggi (salvo poi smentire l’attacco) e si “accosta” alle posizioni di  Casa Pound.
L’occasione, l’assegnazione di un alloggio popolare ad una famiglia rom, che però ne ha diritto.
A Di Maio questo non interessa e, sperando in qualche voto in più, spara “la casa prima ai romani”.
Non è da escludere che, prima del voto di maggio, si lasci scappare anche un: “porti chiusi”.
A Napoli dicono: “‘a fessa ‘n mano a ‘e creature”.
*** (9 maggio 2019)

Per Salvini un taxi a 5 stelle
È finita come tutti già sapevano ed è prevedibile che nel Governo non ci saranno ripercussioni. La partita infatti si è tutta giocata in chiave elettorale.
Salvini sa bene che Di Maio è per lui il migliore alleato. Ma sa anche, il Furbacchione, che il compagno di merende (pardon di governo) è atteso a maggio ad un delicato “redde rationem”: il divario con la Lega non dovrà scendere oltre i 10 punti. E se Di Maio avesse ceduto su Siri il tonfo elettorale dei Cinque Stelle avrebbe assunto proporzioni allarmanti per il futuro della coalizione. Esattamente quello che Salvini non vuole perché questo avrebbe significato un cambio di guida fra i Pentastellati con il rischio concreto di elezioni anticipate e un probabile ritorno – per vincere – di Salvini con Berlusconi. Una ipotesi che il Capitano vede come il fumo negli occhi.
Meglio quindi “sacrificare” Siri, “aiutare” Di Maio a contenere l’insuccesso elettorale, restituirgli il “favore” della Diciotti e restare insieme il tempo necessario per guadagnare ulteriori consensi e, solo allora, scaricare i grillini per guidare tutto il fronte moderato da leader incontrastato.
Ed ora una domanda: Di Maio ha capito di venire usato come un taxi? Può darsi, ma la situazione non gli consente alternative. A Roma si dice “ie tocca abbozzà”!
*** (8 maggio 2019)

Giustizia a due facce
Questi leghisti sono abbastanza strani. E la “vicenda Siri” ne è una conferma. Sbraitano, minacciano, si dicono pronti a chiarire tutto con la giustizia. Ma poi, quando si presenta l’occassione, evitano il confronto.
È stato così con Salvini che sulla Diciotti si è blindato con la “corazza” parlamentare costringendo i senatori a “credere” alla favola della minaccia terroristica come a suo tempo votarono che Ruby era la nipote di Mubarak.
Ed è così oggi con Siri che rifiuta di farsi interrogare dai giudici, preferendo trincerarsi dietro una memoria scritta che verosimilmente verrà attentamente “studiata” da colei che è diventata l’avvocato della Lega. In contrapposizione al Premier, autodefinitosi avvocato del popolo.
È questo il cambiamento della Lega? Un po’ poco se i comportamenti sono quelli di quando più sinceramente aggiungeva la scritta “Nord”.
*** (7 maggio 2019)

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