Regioni: succhiano soltanto soldi

A quasi cinquant’anni dalla sua attuazione l’ordinamento regionale dimostra tutta la sua inefficienza e genera confusione e spreco di soldi pubblici. E la vicenda della sanità lombarda in questi mesi di pandemia sta lì a dimostrarlo.

Una classe politica responsabile dovrebbe prenderne atto ed avere il coraggio, una volta per tutte, di abolirle.

È vero che sono previste dalla Costituzione, ma è anche vero che diverse altre parti della nostra Carta non hanno finora trovato attuazione. Ed è vero che fino al 1972 ne abbiamo fatto a meno, se escludiamo quelle a statuto speciale nate per silenziare dirompenti spinte autonomiste.

E quelli sono stati per l’Italia del dopoguerra gli anni migliori. Anni di ricostruzione dopo i danni bellici, con i territori che venivano gestiti da Province e Comuni, avendo una visione più completa delle particolari esigenze delle popolazioni locali.  Del resto, il nostro è il Paese dei mille campanili. Ed è stato in quegli anni che l’Italia è rinata.

Tra il 1951 e il 1958 il prodotto interno lordo aumentò di oltre il 5% sfiorando l’anno dopo il 7% e superando l’8% nel 1961. Siamo nel periodo del “miracolo economico”. Nel 1964 il reddito nazionale netto era aumentato del 50 per cento.

Tra il 1953 e il 1961 la crescita media della produttività fu del’84% (fonte Sole 24 Ore) e per il Daily Mail il livello di efficienza e di prosperità raggiunto dall’Italia era “uno dei miracoli economici del continente europeo”. E non è un caso che una giuria internazionale nominata dal Financial Times attribuì alla lira italiana l’Oscar della moneta più salda dell’Occidente.

In quegli anni le Regioni erano ancora nel “limbo” della nostra Carta Costituzionale. Eppure il Paese andò avanti e andò avanti bene. I Comuni si preoccupavano del territorio di loro competenza e le Province dei Comuni che ne facevano parte. Poi c’era lo Stato centrale.

I problemi per l’Italia nascono, in gran parte, con la nascita delle Regioni, enti territoriali con propri statuti, poteri e funzioni, che non sono né carne né pesce.

Alla fine (comprese le già costituite regioni a statuto speciale: Sicilia, Sardegna, Val d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia, cui vanno aggiunte le province autonome di Trento e Bolzano) nascono quindi, in piccolo, venti “Stati locali”, venti “parlamentini”, venti “Governatori”, venti Consigli regionali, venti Giunte, con cerimoniali, segreterie, uffici legislativi, uffici stampa, portavoce, dipendenti, e chi più ne ha più ne metta. Comprese le nuove venti costose campagne elettorali.   

Dal 1972 tutto diventa più pletorico e quindi più difficile con spreco di ingenti risorse pubbliche. Ma soprattutto comincia a farsi strada la corruzione. Non che prima non ci fosse, ma sembrava essere senz’altro più ridotta.

Le Regioni, praticamente in concorrenza con lo Stato centrale, si dotano di apparati organizzativi e sedi “faraoniche”. Addirittura, aprono nuovi lussuosi uffici all’estero. Dicono per “promuovere” i loro prodotti. Ma per questo non esiste il Ministero del Commercio con l’Estero? Non esistono le nostre Ambasciate e i nostri Consolati. O è per farsi concorrenza l’una con l’altra?

E a proposito di lussi e sprechi, come dimenticare la pletora di autisti e di vetture di grande rappresentanza? Doveva arrivare “dall’altra parte del mondo” un Papa per vederlo viaggiare su di una utilitaria. Grande esempio per i nostri politici nazionali e regionali. E non solo.

Se le cose andassero bene, se la macchina statale funzionasse, poco male. Ma così non è! E allora? In un processo di dimagrimento in atto nello Stato centrale perché non pensare ad una riforma costituzionale che abolisca questi organismi “succhia-soldi” e fonte di corruzione?

Ci sono da anni studi che ipotizzano la creazione di 3/4 macroregioni. È un’ipotesi, purché le competenze con lo Stato centrale siano ben definite e non avvenga più quello che si è verificato dal 1972 in poi.

Pietro de Angelis

Giornalista parlamentare collabora con importanti media nazionali. In Parlamento per oltre 40 anni ha seguito la storia politica del Paese, dalla prima repubblica ad oggi. Ha ricoperto l'incarico di caposervizio all'agenzia giornalistica Asca per la quale successivamente ha diretto, come redattore capo, il servizio politico-parlamentare. E' stato tra i fondatori di Mediaquattro ed è autore per Socialpolitik delle rubriche "Le pietruzze" e "Pillole... di saggezza?"

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