Quirinale: da Mattarella passo indietro o di lato?

Le regole del buon giornalismo suggeriscono che i titoli di un articolo non dovrebbero essere mai seguiti dal punto interrogativo. Il motivo è semplice.   Chi legge si attende di essere informato, non di essere “caricato” di dubbi.

Ma tutte le regole vivono di eccezioni e l’interrogativo oggi si giustifica perché – e qui sta la “notizia” – mondo politico e opinionisti si interrogano sulle reali intenzioni di Sergio Mattarella. Il Capo dello Stato ha voluto realmente mettere un punto fermo e ribadire la sua volontà di non volere un altro mandato al Quirinale? Ed è in questa direzione che va letto anche il recente riferimento a Giovanni Leone sulla non rieleggibilità del Presidente della Repubblica?

Oppure, di fronte ad una situazione particolarmente ingarbugliata – con i Grandi Elettori incapaci di trovare un candidato condiviso, e in presenza di una pandemia ben lontana dall’essere sconfitta e con i finanziamenti europei ancora a rischio di erogazione – il Capo dello Stato potrebbe ripensarci?

Del resto fu proprio Mattarella, nell’affidare a Mario Draghi la guida di un governo di “quasi” unità nazionale ad indicare con chiarezza al futuro Presidente del Consiglio e ai Partiti le due emergenze principali del Paese: sanitaria ed economica.

Il problema, quindi, non riguarda più il Capo dello Stato che con chiarezza, e da tempo, ha fatto conoscere la sua volontà, quanto  una classe politica, irresponsabile e molto modesta rispetto alle precedenti, che vede l’appuntamento quirinalizio come l’occasione per battere un colpo e  tornare a trastullarsi in giochetti politici sulla pelle degli italiani e sul futuro del Paese.

Non è un mistero che la diffusione di sondaggi favorevoli al Centrodestra spingano personaggi come Giorgia Meloni e Matteo Salvini a “liberarsi” dell’attuale Presidente del Consiglio “promuovendolo” e trasferendolo al Colle per occupare, loro, Palazzo Chigi.

Sempre che le urne, un po’ puttane come le considerava Pietro Nenni, lo consentiranno. Nel 1948 PCI e PSI erano convinti di vincere ma il popolo, sovrano, votò in massa per la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi.

Un risultato elettorale che oggi potrebbe ripetersi, certo non per la caratura politica delle forze in campo, per la verità molto scarsa, ma per la responsabilità e la maturità di un elettorato che potrebbe tradire le aspettative del “degustatore” del Papeete e della Giovanna d’Arco de’ Noantri.

Solo che anche a Sinistra le cose non vanno bene con un PD,  in parte ancora renziano nei gruppi parlamentari ereditati da Enrico Letta,  e i Cinque Stelle dove Giuseppe Conte non riesce  ad assumere una leadership riconosciuta dalle varie componenti interne.

Inoltre, quanto peserà il “fattore pensione” sulla compattezza dei gruppi parlamentari di tutti i partiti?  Non va dimenticato infatti che quasi 3 parlamentari su 4, essendo entrati per la prima volta in Parlamento a marzo 2018, perderebbero non solo lo stipendio ma anche la pensione qualora l’elezione del nuovo Capo dello Stato portasse a nuove elezioni in primavera, come chiedono Lega e Fratelli d’Italia.

È in questa situazione di stallo che – sempre che Draghi non venga prima “bruciato” in manovre di Palazzo – il Presidente Mattarella potrebbe essere costretto a rivedere la sua posizione.

Pazienza se i condomini dell’appartamento già preso in affitto dovranno attendere ancora qualche anno per incontrarlo e scambiare quattro chiacchiere!

In fondo si tratterebbe di portare la Legislatura alla sua naturale conclusione e consentire al nuovo Parlamento, più ridotto nei numeri, di eleggersi il nuovo Capo dello Stato.

In fondo, quello di Mattarella non verrebbe considerato un mandato a tempo ma la conclusione naturale di un accidentato percorso istituzionale di un Parlamento  che passa il testimone ad un Senato e ad una Camera più rappresentativi della maggioranza relativa del Paese e, ci si augura,  meno raccogliticci degli attuali.

La palla ora si trasferisce da Mattarella ai leader dei Partiti che dovrebbero riuscire a trovare le modalità giuste per accantonare momentaneamente i rispettivi “appetiti” nell’interesse del Paese e ottenere un “ripensamento” dell’attuale Capo dello Stato.

Certo non sono più King maker come lo furono De Mita per Cossiga, Craxi per Pertini, Veltroni per Ciampi. Ma anche perché, alle prossime votazioni, troveremo un Parlamento unito solo dalla volontà di restare in sella fin o all’ultimo giorno ma diviso su di una scelta così importante come quella del nuovo Presidente della Repubblica.

Ovviamente servirebbe più qualità. Ma questo offre il mercato…

Pietro de Angelis

Giornalista parlamentare collabora con importanti media nazionali. In Parlamento per oltre 40 anni ha seguito la storia politica del Paese, dalla prima repubblica ad oggi. Ha ricoperto l'incarico di caposervizio all'agenzia giornalistica Asca per la quale successivamente ha diretto, come redattore capo, il servizio politico-parlamentare. E' stato tra i fondatori di Mediaquattro ed è autore per Socialpolitik delle rubriche "Le pietruzze" e "Pillole... di saggezza?"

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