No ai nazionalismi per uscire dalla crisi

Lo ha sottolineato anche Carlo Cottarelli in un tweet qualche giorno fa: tutti gli attacchi all’Unione europea per non aver deciso di “aiutare l’Italia” sono, quantomeno, non giustificati. Perché se ancora non siamo andati in default è proprio grazie alle istituzioni europee. In particolare grazie alla BCE, che per tener bassi i tassi di interesse ha immesso sul mercato quasi mille miliardi di euro, di cui 250 solo per l’Italia, siamo riusciti a contrastare qualsiasi speculazione sul nostro debito pubblico.

Ma le accuse “all’Unione europea” sono oltretutto sbagliate: non solo gli otto che hanno firmato insieme all’Italia l’appello al Consiglio europeo (Spagna, Francia, Portogallo, Slovenia, Grecia, Irlanda, Belgio e Lussemburgo), ma anche altri Paesi dell’Est sono nostri alleati nella battaglia per ottenere risorse straordinarie in questo eccezionale momento, in primis attraverso l’emissione dei cosiddetti “coronabonds”.

Quindi non è “l’Unione europea” ad essere contro l’Italia: semmai lo sono solo alcuni Stati e in particolare Germania e Olanda che si oppongono a che l’Ue adotti provvedimenti straordinari. O meglio, non parliamo di Stati, ma di Governi, visto che le opposizioni in quelle stesse nazioni si sono dette più disponibili.

E non è il caso, qui, di ricordare che il comportamento di quei Governi potrebbe rifarsi a quanto le nostre, di opposizioni, stanno proclamando da tanto tempo. C’è chi ha sempre detto “prima gli italiani”? Bene, e allora perché in Germania non dovrebbero dire “prima i tedeschi” o in Olanda “prima gli olandesi”?

In realtà la spiegazione non è questa: è invece il fatto che in quei Paesi conoscono perfettamente la nostra situazione, l’ammontare spaventoso del nostro debito pubblico, frutto di decenni di vita “allegra”. Noi italiani, sostengono (forse con qualche ragione) per anni abbiamo preferito politici che hanno aumentato il debito e hanno protetto gli evasori fiscali, respingendo quanti cercavano di sanare la finanza pubblica e di combattere l’evasione.

E adesso che tutti stiamo vivendo questa crisi straordinaria cosa vorremmo? Non abbiamo un euro in cassa e chiediamo a chi invece ha combattuto sprechi ed evasione, a chi ha ridotto il proprio debito, di darci il loro denaro (il loro, non quello dell’Ue), garantendo – attraverso il meccanismo degli eurobond – i nostri creditori. Forse, al posto di tedeschi e olandesi, faremmo la stessa scelta che hanno fatto loro.

Soprattutto se tutti ragionassimo come Salvini & Co., che pochi giorni fa hanno gridato allo scandalo perché l’Italia ha prestato alla Tunisia 50 milioni di euro (attenzione: ha prestato, non regalato, grosso modo la stessa cifra “sparita” dai conti della Lega, solo due milioni in più).

Ma la Germania, comunque, a parte dimenticare lo spirito di solidarietà europeo (e le migliaia di morti che si stanno registrando non sono certamente una cosa da sottovalutare con il dolore e la sofferenza che comportano), non ha calcolato un fatto importante e cioè che un potenziale fallimento dell’Italia avrebbe conseguenze negative anche per la sua tenuta. Insomma, per risparmiare un euro oggi quasi sicuramente dovrebbe pagarne cento domani. Stesso discorso per l’Olanda che, oltretutto, grazie al suo particolare regime fiscale (ne sanno qualcosa anche alcune aziende “ex italiane”) drena risorse ed investimenti dagli altri paesi comunitari.

Allora, forse, alla Germania converrebbe pensare a una qualche soluzione immediata, sia questa l’emissione degli eurobonds, la revisione delle condizioni per accedere ai fondi del MES o qualche altro sistema. Anche perché al suo interno i casi di positivi al coronavirus sono in aumento e comincia ad esserlo pure, purtroppo, il numero dei decessi.

Nessun Paese sarà immune da questa catastrofe, la ripresa sarà ancora più dura e nessun Paese riuscirà a farcela da solo: nemmeno la Germania o l’Olanda. Soltanto con un’azione comune, abbandonando sterili nazionalismi ed egoismi, l’Unione europea potrà riprendere un cammino di sviluppo. E di speranza.

Roberto Ambrogi

Giornalista professionista dal 1976, ha iniziato la sua lunga carriera di operatore dell'informazione nel 1969 in un'agenzia nazionale di stampa specializzandosi nel settore economico, per passare poi nella redazione di un quotidiano politico, in quella di vari periodici e dei giornali radio nazionali. Ha diretto anche numerosi periodici di settore (Assicurazioni e Finanza, Lavoro, PMI, Commercio e Turismo), svolgendo poi parte della carriera giornalistica "dall'altra parte della barricata", come responsabile delle relazioni esterne ed istituzionali di enti e società industriali ed agroalimentari, occupandosi infine dei rapporti con la stampa per conto di partiti politici e gruppi parlamentari. Attratto dalle possibilità di comunicazione offerte dal web fin dal suo primo apparire ha ideato e dirige vari magazine settoriali online, dove opera anche come videomaker.

Roberto Ambrogi

Lascia un commento

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: