Le “pietruzze”

I sassolini nelle scarpe di Pietro de Angelis

Pietro de Angelis

Salvini, sì alla federazione, no al partito unico. Perché?
“Un conto è federare, fare emendamenti comuni, altro è mischiare partiti dalla sera alla mattina. Fondare un nuovo partito non interessa a nessuno”. Matteo Salvini non aspetta 24 ore per bocciare la proposta di Silvio Berlusconi ma, per non polemizzare direttamente con il fondatore di Forza Italia, butta la palla in tribuna e “attacca” Giuseppe Conte che in questa disputa, tutta interna al centro destra, non c’entra un fico secco. “I giochini come quelli dell’ex presidente del consiglio – dice – mi interessano poco”. Solo che Conte a Salvini non ha proposto alcun “giochino”. Il partito unico è un copyright del Cavaliere, e non da ora.
Ma perché, dopo aver proposto una federazione, che potrebbe essere l’anticamera del partito unico, Salvini respinge l’idea di una fusione con Forza Italia?
Molto probabilmente il mancato (per ora) Federatore si è fatto alcuni conti e si è accorto che la riforma elettorale decimerà di un terzo il nuovo Parlamento per cui è meglio non toccare gli attuali equilibri: ognuno pensi al proprio Partito.
Diverso il discorso sulla premiership: Se alle prossime elezioni la Federazione tra Lega e Forza Italia dovesse avere più voti,  Giorgia Meloni contribuirà alla nuova maggioranza ma non potrà avere la guida del Governo.
Ma c’è un altro motivo che ha sconsigliato Salvini dal partito unico. A gennaio si voterà per il nuovo inquilino del Colle e il segretario della Lega preferisce le mani libere per appoggiare questo o quel candidato.
Con il partito unico sarebbe invece più difficile stoppare un’eventuale candidatura di Berlusconi che, a partire dalla quarta votazione, avrebbe i numeri per essere eletto.
Salvini ha il diploma di liceo classico ma, se fosse un contadino, si direbbe “scarpe grosse cervello fino”.
(PdA – 16 giugno 2021)

Le scuse all’ex sindaco di Lodi? Un bel cambiamento
La Politica che chiede pubblicamente scusa è una novità, una sorprendente lezione di etica, anche per i media, dopo che per decenni abbiamo assistito, ben prima delle sentenze, all’utilizzo della gogna come strumento di campagna elettorale o, peggio, di lotta politica.
La lettera di scuse di Luigi Di Maio all’ex sindaco di Lodi, Simone Uggetti, assolto in appello dall’accusa di turbativa d’asta, va in questa direzione ma merita una triplice riflessione: sul linciaggio politico ma anche mediatico innanzitutto, sui tempi della giustizia e, infine, sugli errori di alcuni magistrati e sulle loro ricadute.
Basti pensare all’assoluzione, dopo ben nove anni, dell’ex Ministro della Giustizia Clemente Mastella. Era il 16 gennaio 2008 quando l’allora Guardasigilli rassegnò le dimissioni in un’aula trasformatasi in un Tribunale del Popolo, con i banchi del governo vuoti, quasi a prenderne le distanze, e i giornali e i talk televisivi ad anticipare sentenze di colpevolezza.
Ebbene, la Giustizia molto lentamente fece il suo corso e alla fine Mastella fu assolto. Ma nel frattempo un Ministro si era dimesso, un piccolo Partito (l’Udeur) venne sciolto, i suoi dipendenti finirono senza lavoro, cadde il Governo di centro-sinistra (Prodi2), si chiuse in anticipo la Legislatura e le elezioni anticipate ribaltarono le “forze” in campo portando alla nascita di una maggioranza di centro-destra.
Allora – e qui sta la differenza con l’iniziativa di Di Maio – nessuno chiese pubblicamente scusa a Mastella, ai parlamentari di quel Partito, ai dipendenti rimasti senza lavoro dall’oggi al domani. E tutto proseguì come se nulla fosse accaduto…
Sembra che il giustizialismo dei Davigo, che pensa non esistano innocenti ma solo colpevoli che non sono stati ancora scoperti, lasci il posto al garantismo. Come dire: meglio tardi che mai!
Ed ora è auspicabile un altro passo per una giustizia “più giusta”, cioè meno lenta: per tutti, ma soprattutto per chi ricopre cariche pubbliche. Il cittadino ha il diritto di sapere, non in tempi biblici, se un suo rappresentante è colpevole o innocente. E chi è stato eletto dal popolo deve essere messo in condizione di rispondere del suo operato senza la condanna di un tempo che tutto soffoca: responsabilità ma anche ingiustizie.
(PdA – 30 maggio 2021)

Salvini: dalle felpe al gilet
Matteo Salvini cambia look ma …solo quello. Il segretario della Lega ha dismesso le felpe e – da quando è entrato “da suggeritore esterno” nel Governo di supposta unità nazionale con ben tre ministri, sia pure di non sua stretta osservanza – è passato al gilet. Un capo di abbigliamento elegante se viene indossato sotto la giacca. Diversamente… Salvini infatti l’ama poco e, quando la porta, preferisce tenerla sportivamente su una sola spalla. Altro cambiamento, forse fino all’inizio ufficiale della campagna elettorale per le amministrative del prossimo autunno, riguarda l’abolizione del rituale di rosari, crocefissi e vangeli che accompagnavano i suoi comizi.
Per il resto, tutto come prima: faccione a tutto tondo tendente all’ovale, spesso inespressivo, che il Capitano muove leggermente in segno di approvazione o di diniego verso il suo interlocutore. Un po’ come quei cagnolini che in anni passati gli automobilisti mettevano davanti al lunotto posteriore della loro vettura. E poi due mani, grandi come pale, che nelle interviste il Nostro spalanca, o chiude davanti al petto, quasi in preghiera, con le solite frasi che meccanicamente ripete a mo’ di litania: “La Lega c’è e non si tira indietro…”, “Siamo leali con Draghi…”, “lo sosterremo con convinzione per il Quirinale”, “Noi uniti e centrosinistra diviso…”, “Io lavoro per l’Italia…”, “non sarà questa maggioranza a riformare giustizia e fisco…”. E poi frasi a difesa del Nord produttivo, stop alle cartelle esattoriali, priorità a lavoro e salute.
Salvini rientra in quella categoria di politici della cosiddetta seconda Repubblica abituati ad un solo schema di gioco che applicano in ogni situazione: clamore mediatico, strappi, stop and go, frasi fatte,  impermeabilità alle mediazione. Diversamente…. il nulla.

(PdA – 26 maggio 2021)

Zampa, uscita dalla porta e rientrata dalla finestra
Evidentemente a casa non sa restare. Sottosegretaria alla salute nel Conte2, non è stata confermata da Mario Draghi nel suo Governo di “supposta” unità nazionale. Ma il ministro Roberto Speranza l’ha riportata come Consulente nel suo Dicastero. Si tratta dell’onorevole Sandra Zampa, storica collaboratrice di Romano Prodi che, dal 18 marzo, è responsabile degli aspetti comunicativi relativi alle relazioni internazionali e alle attività istituzionali del Ministero della Salute. Una formula abbastanza complessa per dire più semplicemente che si occuperà di “comunicazione”. Ed è in questa veste che Sandra Zampa, intervistata dal Messaggero, ci dà due notizie: l’obbligo vaccinale con un milione di dosi al giorno e la ridefinizione dei rapporti tra Stato e Regioni.
Solo che la consulente di Speranza ce li annuncia in termini un po’… prodiani, meno ultimativi: “Se alla fine i dati delle somministrazioni non dovessero essere soddisfacenti, occorrerebbe aprire una riflessione sull’obbligo di vaccinazione senza nessuna caccia alle streghe”. Come conciliare l’“obbligo” evitando la “caccia alle streghe” però non lo dice, rinviando una possibile soluzione alla parola “riflessione”.
Anche sull’eventualità di ridefinire i rapporti tra Stato e Regioni, l’ex sottosegretaria alla Sanità ricorre al classico “bastone e carota”, escludendo un “processo” alle Regioni ma premettendo che con la pandemia alle spalle bisognerà rivedere il Titolo Quinto della Costituzione per riportare alcuni poteri a Roma.
Una riforma voluta dal centrosinistra alla vigilia delle elezioni del 2001 e studiata per togliere voti alla Lega, ma che si è rivelata un grosso errore accentuando tra l’altro la conflittualità con lo Stato centrale cui ora, checché dica la Zampa, sarà difficile porre rimedio.
(PdA – 23 maggio 2021)

Letta sbaglia a…”salvinizzarsi”
L’idea di Enrico Letta di una “dote” di 10.000 euro per i diciottenni di famiglie con reddito medio basso, da finanziare con un 1%  sulla tassa di successione, è tutt’altro da scartare come fa la Destra. Ma è sbagliata nelle modalità e nella tempistica.
Avanzata come ha fatto il segretario del PD, affidandosi ad un’intervista su Sette, sembra più che altro una “proposta-spot” che assomiglia tanto alle provocazioni di Matteo Salvini, abilissimo nella politica degli annunci come quando “anticipa” misure già decise dal Governo dandone notizia come una “cosa sua”. Sono “maramaldate” che Letta soffre e cerca di smascherare. Ma è un errore inseguirlo su di un terreno che l’avversario leghista conosce e sa gestire meglio di altri.
Tra le riforme necessarie a rilanciare il Paese c’è anche quella del fisco. Ed è in quella sede, quando se ne discuterà il testo, che Letta avrebbe dovuto avanzare la sua proposta.
Il segretario del PD ha inanellato solo un gelido stop di Mario Draghi (“non è questo il momento di prendere…”) , un  rifiuto scontato dei Partiti di destra e suscitato perplessità anche in una parte della componente renziana rimasta nel Partito.
Ma si è reso conto, Letta, che tra qualche mese si voterà in importanti capitali come Roma, Milano, Torino e Napoli e che il voto, più che amministrativo, sarà politico? Al segretario del PD, teso a contestare le bandierine identitarie di Salvini, evidentemente è scappato il piede dalla frizione non rendendosi conto di aver offerto un insperato “assist” agli avversari che ne faranno uno dei cavalli di battaglia della loro campagna elettorale. Davvero crede che così i diciottenni lo voteranno?
(PdA – 21 maggio 2021)

La Meloni “agita” i sonni di Salvini e Letta
Si dice che tra i due litiganti il terzo goda. Ed è quello che sta avvenendo tra Matteo Salvini ed Enrico Letta, intenti a piantare bandierine identitarie, apparentemente utili al proprio tornaconto elettorale, mentre indisturbata avanza Giorgia Meloni che nei sondaggi si posiziona, per ora, al secondo posto, dietro la Lega e davanti al PD. Di fatto nella Destra si è aperta una “guerra” di leadership tra chi è al governo e chi invece ha preferito restare all’opposizione.
Costretto ad entrare nell’Esecutivo di unità nazionale soprattutto dall’imprenditoria del nord, il Capitano ha mostrato di soffrire questa scelta “di governo di lotta” che in soli tre mesi gli ha fatto perdere due punti scendendo dal 23,7  al 21,7 per cento mentre il Partito della Meloni, sondaggio dopo sondaggio,  lo incalza finendo per rendere credibile l’ipotesi di un sorpasso.
È evidente che l’idea di perdere la leadership inquieta molto Matteo Salvini che potrebbe “sganciarsi” dal governo soltanto mandando Draghi al Quirinale e chiedendo, subito dopo, un ritorno anticipato alle urne.
Ma qui per il Lumbard si potrebbe aprire un altro e più serio  problema: nella nuova Camera arriveranno solo 400 deputati e a Palazzo Madama gli eletti saranno 200. Quanti parlamentari potranno assecondare la sua richiesta di lasciare il seggio con un anno di anticipo e senza la garanzia di essere rieletti?
Ma anche nel PD la situazione non è tranquilla e il sorpasso di Fratelli d’Italia apre molti interrogativi sulla strategia di Enrico Letta. Ci si chiede, per esempio, se questo continuo “botta e risposta” con il segretario della Lega non sia sterile. Anche perché a Palazzo Chigi siede un personaggio di grande carisma e “impermeabile” alle “lamentele” di questo o di quello. Draghi non si scompone, ascolta tutti ma poi, avendo una grande capacità di sintesi, decide. E decide esclusivamente per il bene del Paese.
Qualcuno nel PD osserva che con le buone maniere ed il parlar forbito non si va da nessuna parte. Se Salvini “mena” con la clava e ricorre a colpi bassi non gli si può rispondere con il fioretto.
Emblematico il tentativo della Lega di intestarsi le riaperture. Non è così. Va ricordato forte e chiaro che è risultata vincente l’impostazione del “rischio ragionato”, centrata sulla gradualità e sui vaccini, voluta dal Premier e sostenuta dal PD contro chi, proprio come Salvini, chiedeva da settimane di ignorare i dati scientifici per andare subito ad un “liberi tutti”.
Quel Salvini, va ricordato, che lo scorso anno contestava la linea della prudenza e girava ostentatamente senza mascherina e senza osservare le necessarie misure di distanziamento.
Queste, per molti al Nazareno, sono le cose da ricordare continuamente con forza, senza farsi irretire nell’estenuante pingpong leghista. “Le nostre proposte – dicono nel PD – portiamole avanti con fermezza, a testa alta e senza esitazioni”.
(PdA – 19 maggio 2021)

Al Colle si può esser eletti anche se non si è parlamentari, e Veltroni lo sa
Non tutti sanno – ma non Walter Veltroni – che alla Presidenza della Repubblica si può essere eletti anche da semplici cittadini. Oddio, non è che il dedalo di viuzze che a Roma fa da corona al Quirinale brulichino di cittadini … in corsa per il Colle. Ma non per Veltroni che vanta un curriculum di tutto rispetto, una segreta ambizione e un grande fiuto per la comunicazione.
Da ex politico navigato, Veltroni sa bene di non essere oggi in corsa “ma anche” (per usare una sua storica formula) sa che per andare al Quirinale bisogna prepararsi per tempo, cercando un consenso mediatico e bipartisan, senza però dare troppo nell’occhio, farsi quasi invisibili in vista dello sprint finale quando Mattarella avrà confermato la sua volontà di lasciare, e la situazione – tra veti e contro veti – s’impantanasse.
Di qui il suo attivismo letterario che ne supporta l’immagine in modo che, qualora i giochi politici di Palazzo andassero in stallo, il suo nome potrebbe rivelarsi quello giusto.
In questi ultimi dodici mesi, Veltroni ha scritto una sessantina di articoli per il Corriere della Sera sugli argomenti più vari, che si aggiungono ad una ricca produzione di film e documentari, e a ben cinque libri di editori diversi.
Con l’ultimo, “Il caso Moro e la prima Repubblica”, l’autore sta facendo il giro delle sette chiese, tra ospitate televisive e interviste sui giornali. Ne sorprende la… tempistica, “ma anche” la totale assenza di novità sul più efferato atto di guerra del terrorismo: Il sequestro e l’uccisione di Moro e della sua scorta. Nel senso che il libro non aggiunge nulla a quanto già non si conosca e tutti gli interrogativi restano ancora in piedi.
Veltroni ci ripete che Moro fu rapito “esclusivamente” da un comando delle Brigate Rosse e che furono le Brigate Rosse “materialmente” ad ucciderlo. Anche se nei 55 giorni di prigionia si inserirono soggetti esterni contrari alla liberazione dello Statista democristiano.
Per un motivo o per un altro – ma anche questo è noto – sovietici e americani erano contrari alla politica di Moro, alla solidarietà nazionale e al compromesso storico, e lo volevano morto.
E allora, qual è il valore aggiunto, di analisi e di notizie, di questo libro? Perché esce a pochi mesi dall’inizio del semestre bianco e senza nuovi elementi?
Se Mattarella si convincerà della necessità, in questa delicata situazione sanitaria ed economica, di dare una mano al governo, lo sforzo di Walter Veltroni si rivelerà solo un’ennesima fatica letteraria. In caso diverso i Partiti avranno un altro nome, di prestigio, su cui confrontarsi.
(PdA – 14 maggio 2021)

Il “rottamatore” Renzi rispolvera Casini per il Colle
Da non crederci! Matteo Renzi, il rottamatore di Massimo D’Alema e di una buona parte parte del vecchio PD, il “patron” del governo con i Grillini, l’inventore di “Italia Viva” oggi al 2%, il killer politico del Conte2, non riesce a restare nell’ombra soprattutto ora che al Nazareno è arrivato Enrico Letta.
Al grido “Noi facciamo politica”, il Bulletto toscano si sta ingegnando su come danneggiare ancora il suo (si fa per dire) vecchio Partito. L’assunto è che Mattarella insista nel non volere un secondo mandato per la Presidenza della Repubblica.
In questo caso, si chiede l’astuto Renzi, come far saltare i piani di Enrico Letta? Come frenare le ambizioni di Franceschini? Come “fottere” Walter Veltroni che si sta muovendo nell’ombra con il favore di giornali e televisioni? E soprattutto come sabotare un eventuale accordo PD – Cinque stelle?
Semplice per chi alla politica si è avvicinato giocando alla “Ruota della fortuna”. Tra un weekend con i Sauditi ed una sosta in un autogrill per gustare i Babbi (cioccolatini di cui si dice ghiotto), Matteo Renzi getta le basi per la candidatura di un politico di lungo corso: Pierferdinando Casini.
Un tempo, senza molti complimenti, lo avrebbe inserito tra i “suoi”… rottamand,i ma oggi gli fa comodo riesumarlo e buttarlo tra le gambe di Letta e di Conte. Poi magari, tra una votazione e l’altra, fa un salto in Arabia Saudita…..
“Noi facciamo politica”, ama ripetere a chi lo accusa di cinismo e di spregiudicatezza.

(PdA – 13 maggio 2021)

Blocco navale: dalla Meloni un aiuto a Draghi
Dall’opposizione Giorgia Meloni dà una mano al Presidente del Consiglio Mario Draghi per bloccare l’arrivo sulle nostre coste di 70 mila immigrati irregolari e, ad un tempo, dare lavoro a migliaia di giovani italiani in cerca di occupazione.
Da quest’estate migliaia di ragazzi o studenti in vacanza saranno impegnati in acque internazionali a controllare con gommoni, pattini e moto d’acqua i 1.800 chilometri delle coste libiche da dove salpano i “barconi della speranza” per approdare nelle nostre acque.
È la carta che la Presidente di Fratelli d’Italia, nei sondaggi sempre pericolosamente incalzante sulle spalle di Matteo Salvini, si gioca per dimostrare che, se realmente lo si vuole, il blocco navale da lei più volte invocato è possibile.
Ovvio, le navi della nostra Marina Militare sono insufficienti per “pattugliare” in maniera efficace le acque antistanti la Libia e non si farebbe in tempo, con i fondi del Recovery, a costruirne altre come si fece nell’ultima guerra. Aestas premit
La proposta verrà ufficializzata a Mario Draghi nei prossimi giorni, non appena il Presidente del Consiglio si sarà liberato dai ripetuti incontri che, su questo e su quello, continuamente gli sollecita il segretario della Lega.
Resta un problema che Palazzo Chigi sta cercando di risolvere: impedire che l’on. Meloni e il Sen. Salvini s’incontrino o, peggio, si scontrino.

(PdA – 11 maggio 2021)

Mara Cagol celebrata in un libro…e De Gasperi si rivolta nella tomba
“Figure femminili degne di nota e considerazione…”. Lo si legge nella prefazione di un libro della Provincia di Trento, “Trentatre Trentine”, destinato alle scuole medie.
Lo sfogliamo e leggiamo che una di queste donne “da celebrare” è Mara Cagol, moglie di Renato Curcio, una delle fondatrici delle Brigate Rosse e che creò la prima bandiera, inizialmente con stella gialla e la scritta “Portare l’attacco al cuore dello Stato”.
Allucinante!  De Gasperi si rivolterà nella tomba che, per sua fortuna, non è a Trento ma a Roma,  nella Chiesa di San Lorenzo fuori le Mura.
Alcune osservazioni:
– Con la Cagol, con Renato Curcio e con Alberto Franceschini  cominciò la storia più sanguinosa dell’Italia repubblicana.
– L’iniziativa è stata annunciata nello stesso giorno in cui si è celebrata la giornata della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi.
– Grave che Il  libro sia stato realizzato con soldi pubblici e da un’Università italiana.
– Della Giunta provinciale di Trento fa parte la Lega che ha contribuito a far vincere la Provincia agli autonomisti locali (Patt) e alla SVP.
– Tra le riforme necessarie vogliamo gettare un occhio a talune  “autonomie” di Regioni e Province?
(PdA – 11 maggio 2021)

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