Le “pietruzze”

I sassolini nelle scarpe di Pietro de Angelis

Pietro de Angelis

Salvini, Renzi e Rotondi: il trio dei “Patetici”
Se la conferma di Giorgio Napolitano nel 2013 alla Presidenza della Repubblica potrebbe essere ricordata anche per l’episodio dei 101 franchi tiratori, che poi furono molti di più, le “Quirinarie” del 2022 potrebbero passare alla storia per i “Patetici”, il trio di Salvini, Renzi e Rotondi che se sapessero cantare e suonare uno strumento verrebbero invitati da Amadeus come ospiti al prossimo Festival di Sanremo.
Per buttarla sul serio, sono mesi che i due Matteo (il leghista e il fiorentino) stanno cercando di riguadagnare il centro della scena politica mentre Gianfranco Rotondi appare sempre di più come la “vedova” inconsolabile del Cavaliere, addirittura – lui cattolico integerrimo – da rischiare la blasfemia, paragonando Silvio Berlusconi a Gesù: “Anche lui fu vittima di una condanna”: più patetico di così…
Ma torniamo a Salvini e Renzi, tutti e due con il desiderio spasmodico di tornare a “contare”.  Come? Precluso il premierato, l’uno e l’altro si venderebbero l’anima per un posto nel governo da cui ambedue si sono a suo tempo autoesclusi: Renzi giocando il suo faccione, affatto empatico, sulla ruota del referendum istituzionale, Salvini chiedendo i pieni poteri e ignorando una regola elementare: se li vuoi, non lo dici! In questo caso ha giocato un ruolo un Mojito di troppo? L’alcool test non lo ha fatto ma potrebbe essere.
Ed è questo sfrenato desiderio di rientrare al governo che ha spinto Salvini a proporre un nuovo Esecutivo con dentro tutti i leader. In un primo momento, non ricordando che i Partiti non ci sono più, aveva parlato di segretari. Proposta respinta un po’ da tutti, tranne Matteo Renzi che non ha tardato a definirla una buona soluzione. Un modo per fare anche lui, con il 2 per cento, il Ministro…, magari al posto della Bellanova.
Caduta l’ipotesi dei leader nel governo, Salvini gioca allora la carta del king-maker del futuro Presidente della Repubblica. Ma nessuno se lo fila, anche perché in campo ci sono Giorgia Meloni che lo ignora e un certo Silvio Berlusconi che lo marca stretto e lo costringe a precipitose marce indietro ogni volta che avanza proposte non gradite ad Arcore.
Ma Salvini ha sempre il problema di riguadagnare la leadership del centrodestra: Fratelli d’Italia ha da tempo sorpassato la Lega ed è lì al secondo posto, dietro solo al PD. Ed ecco che gli viene in soccorso il futuro suocero, Denis Verdini – ai domiciliari e condannato a 6 anni per il crac del Credito Fiorentino – che ne diventa lo stratega ed attiva i suoi canali per fare del fidanzato della figlia il regista per l’elezione del nuovo Capo dello Stato. Poi, nel caso si liberasse Palazzo Chigi, anche del futuro Governo.
Salvini insiste: ci vuole entrare, segretari o non segretari, e già fa sapere di aver ipotecato per la Lega – e quindi per lui stesso – il Viminale. Quanto erano belle quelle felpe multicolore appartenenti alle varie forze di polizia! 
Immigrati, datevi da fare, il tempo stringe e presto potrebbe non esserci più trippa né per cani né per gatti! Sulla tolda non di una nave ONG ma del Ministero degli Interni potrebbe tornare Matteo Salvini!

(PdA – 19 gennaio 2022)

Per la corsa al Quirinale manca ancora una regia
Quirinale: per il nuovo Inquilino della Casa degli Italiani solo un groviglio di tatticismi di… piccolo cabotaggio ma ancora nessuna strategia. Tra un paio di settimane è fissata la prima votazione per la scelta del nuovo Presidente della Repubblica e si è alla ricerca di una regia che fino ad oggi è mancata del tutto. Forse è la prima volta nella storia repubblicana che un Parlamento sbrindellato e senza valori, se non con il solo obiettivo di finire la legislatura, beccarsi gli ultimi accrediti di stipendio, garantirsi una pensione, sia ancora alla ricerca di un approdo che gli consenta di rinviare di un altro anno – per i non eletti – la ricerca di un lavoro al di fuori del Palazzo.
Certo, la quarta ondata della pandemia ha un suo ruolo. Certo, un settennato di alto profilo come quello di Sergio Mattarella rende difficile l’individuazione di un nome adeguato su cui convergere se non rimescolando completamente le carte e mandando al Colle l’attuale Presidente del consiglio Mario Draghi scelto da Mattarella per la guida di un governo di “quasi” unità nazionale e di garanzia per l’Europa. Ma la scelta di un eventuale successore a Palazzo Chigi sta ingarbugliando ancora di più le carte.
L’elezione di Ciampi e Cossiga al primo turno, e con un ampio consenso, poggiava su una regia che oggi, almeno finora, non si è vista. Chi potrebbe essere il regista? Giorgia Meloni che, per capitalizzare i consensi dei sondaggi, punta solo ad andare subito ad elezioni anticipate? E poi sarà quel che sarà?
Né, regista, lo può essere Matteo Salvini, in disaccordo su tutto con Giorgia Meloni e “ostaggio” delle mire di un Berlusconi che ad 85 anni se la vuole giocare tutta, convinto di poterla spuntare a partire dalla quarta votazione quando basteranno 505 grandi elettori.
Ma Salvini ha un problema ancora più grosso: decidere cosa fare… da grande. Stretto tra le leadership incalzanti dei suoi Governatori del Nord e le divisioni interne, ancora non sa se puntare, nell’anno elettorale, a recuperar una parte dei voti di Fratelli d’Italia uscendo dal governo o, restando nell’Esecutivo, creare con Matteo Renzi un’aggregazione di Centro, distante e distinta dalla destra di Giorgia Meloni e la sinistra del PD e dei suoi alleati.
Ed è chiaro che, in questa confusione di idee, non può essere lui il regista dell’ “operazione quirinale” anche se si sforza di farlo credere. Un po’ come avvenne nell’estate 2019 con la richiesta dei “pieni poteri”.
Se, per carità di patria, evitiamo di soffermarci sulle continue “giravolte” dei 5 Stelle, vediamo che chances di regia non le può avere neppure Enrico Letta, alla guida di un partito diviso, oggetto di recente di attenzioni dalemiane, e in gran parte ancora renziano.
Ecco, però. Renzi potrebbe essere la soluzione: ha la capacità e la spregiudicatezza per essere il king maker di una diversa maggioranza governativa e del nuovo Presidente della Repubblica. Ed infatti comincia a ragionare se, e come, far nascere un nuovo governo con un programma ben delimitato nel tempo: arrivare a fine legislatura, fronteggiare la pandemia, gestire il PNRR e varare una nuova legge elettorale. L’obiettivo è un proporzionale nel segno delle mani libere per tutti. E, nel gioco dell’oca, si tornerebbe così alla tanto bistrattata Prima Repubblica.
Ma, pur valido, il segretario di Italia Viva è inaffidabile e accompagnato da una pessima nomea. Per assestagli una “legnata” definitiva e toglierselo di torno una volta per tutte, c’è chi farebbe carte false per armare schiere di franchi tiratori e far fallire i suoi progetti. Proprio come fece lo stesso Renzi per affossare la candidatura di Romano Prodi. L’obiettivo dei suoi nemici, ad oggi, è di “utilizzarlo” ma senza renderlo determinante.
E se alla fine della giostra Mattarella dovesse cedere e ricandidarsi? Almeno fino alla fine di questa Legislatura? Potrebbe essere una soluzione, il Paese capirebbe e applaudirebbe, ma purtroppo, all’orizzonte, non s’intravedono teste pensanti in grado di tessere il filo in questa direzione e, pertanto, tutto viene lasciato al caso.
(PdA – 7 gennaio 2022)

Quirinale: Mattarella esclude il bis, ma i Partiti?
So bene che l’analisi è impietosa, ma ci sarà pure un motivo per cui la Sinistra democristiana, in tutta la storia della prima repubblica, pur contando su uomini di cultura e di grande preparazione politica, non è riuscita quasi mai ad avere la guida del Partito. E quando l’ha avuta, come nel breve periodo della segreteria Zaccagnini tra il giugno 1976 e l’assassinio di Aldo Moro, l’ha subito persa.
Il motivo sta nel “rigore” – nel Partito non sempre condiviso dalle altre componenti – e nella cristallina rettitudine dei suoi esponenti, da molti ritenuta eccessiva. Sì, c’è stato De Mita. Ma De Mita è stato sempre considerato, per una sua concezione del potere, un’anomalia, un “doroteo di sinistra”.
Quando parliamo di Sinistra DC parliamo dei Bodrato, dei Salvi, dei Granelli, dei Pisanu, dei Fracanzani, dei Galloni che, eletto capogruppo alla Camera, si è fatto soffiare il posto dopo poco più di due anni da Gerardo Bianco, allora oscuro rappresentante dei “peones”.
E parliamo soprattutto di Sergio Mattarella che la sera del 31 dicembre, nel suo ultimo discorso al Quirinale, asciutto ma ricco di riflessioni, ha escluso qualsiasi ipotesi di “bis”
Una “saldezza morale” ed un rispetto della Costituzione  cui la Sinistra DC si è sempre ispirata e che avevano caratterizzato la vita politica dei primi anni della nostra storia repubblicana consentendo all’Italia di uscire rapidamente, e bene, dalle rovine del dopoguerra; ma che “cozzano”, oggi, con la trasformazione della Politica che negli anni ha purtroppo perso la “P” maiuscola.
Una conferma viene dalla “rigorosa” lettura di Sergio Mattarella dell’art. 85 della Carta che però, nella irresponsabilità di un Parlamento frammentato e in assenza di una regia politica, potrebbe anche consegnare la più alta magistratura dello Stato a Silvio Berlusconi e la guida del Paese ad una Destra in mano a personaggi spregiudicati come Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Due furbacchioni, con una storia personale ed un curriculum culturale che fa a cazzotti, stride, con quello dei nostri Padri costituenti e dell’attuale Presidente della Repubblica
È vero. Il mandato del Capo dello Stato è fissato in 7 anni, non pochi per la verità. E sulla sua riduzione è in corso da anni uno sterile dibattito politico. Ma l’emergenza pandemica, versione Omicron, senza precedenti nel mondo, e i miliardi del Recovery Fund che non sono ancora in banca, avrebbero potuto suggerire anche a Mattarella una lettura meno rigorosa del dettato costituzionale. Senza considerare che molte delle riforme richieste dall’Europa non sono ancora iniziate o sono appena in embrione.
In fondo, se proprio per l’emergenza sanitaria è slittato il voto amministrativo in importanti città come Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna, altrettanto si potrebbe fare con l’elezione del nuovo Capo dello Stato. Tanto più che ci troviamo ad un anno dalla fine naturale della Legislatura. Addirittura, più funzionale, forse, potrebbe essere un accordo fra tutti i Partiti per far eleggere il successore di Mattarella dal nuovo Parlamento, per la prima volta ridotto drasticamente nei numeri da una riforma costituzionale firmata proprio dall’attuale Presidente della Repubblica.
Non si discute sul fatto che le rappresentanze parlamentari del 2018 non corrispondano più – ma attenzione, solo sulla base di sondaggi – al peso odierno delle forze parlamentari. Ma come si fa, sulla base di tale presunzione, a “legare” la scelta del nuovo Capo dello Stato ad un “accordo” che preveda, subito dopo, lo scioglimento della legislatura e sapendo che la metà dei parlamentari non verranno confermati per effetto della loro riduzione e per i cambiamenti (sempre secondo i sondaggi) intervenuti nell’opinione pubblica?
Allora che succederà? Si darà ancora spazio a franchi tiratori e decisioni al buio?
(PdA – 2 gennaio 2022)

Renzi stia zitto. Da lui nessuna lezione ai giornalisti
A Napoli esiste l’espressione “tienne a faccia comm’o c..lo”: certamente un po’ volgare ma che ben si attaglia al faccione di Matteo Renzi che immagina di rivalersi sui giornalisti dopo  essere finito al centro di una polemica per un’inchiesta sui suoi estratti conto.  
Sgombriamo il campo, comunque, da un possibile equivoco. Nessuna ipocrisia. La diffusione dei conti bancari del segretario di Italia Viva non è condivisibile anche se i documenti resi pubblici non sono più riservati, avendo la Procura di Firenze chiuso l’indagine sulla Fondazione Open.
Ciò detto, è grave che Renzi entri a gamba tesa, per semplice ripicca, sul salvataggio dell’Inpgi. Sull’argomento il buon gusto vorrebbe che il concorrente di tanti anni fa alla Ruota della Fortuna stesse zitto. Lui che in questi mesi ha vivacizzato le pagine dei giornali con una serie di attività che nulla hanno a che fare con il suo essere senatore della Repubblica.
E non è sufficiente che il senatore di Rignano dica che nessuna legge lo impedisce, che anche su questa attività paga le tasse in Italia. Ci mancherebbe pure che non lo facesse! Solamente, non è opportuno, anzi immorale, che un Eletto del popolo se ne vada in giro per il mondo a “fare soldi” e pretenda poi di elevarsi al rango di moralizzatore. Ma il Nostro ha presente quali  Paesi bazzica per i suoi affari privati? Erano passati solo pochi mesi dal barbaro assassinio del giornalista Jamal Khashoggi da parte di alcuni sicari del regime saudita e Renzi presente a ben 2 eventi pubblici profumatamente remunerati e pubblicizzati con relative foto, ha offerto un innegabile anche se involontario “aiuto” diplomatico a quel regime.
Di comparsata in comparsata lo troviamo, il 6 giugno 2018,  al cinquantesimo anniversario della morte di Bob Kennedy per leggere in “perfetto” inglese una lunga citazione da un discorso dello stesso Bob Kennedy. Durata: due minuti e 23 secondi per il modico compenso di 944 euro. Ovviamente spesato di viaggio, albergo e spostamenti interni.
E dai dollari americani vogliamo passare ai rubli russi? Qual è il problema? Renzi non si tira indietro. Così come un anno dopo il crollo del ponte Morandi intervenne a Firenze, ovviamente “cum pecunia”, ad un meeting di Alessandro Benetton sulle “eccellenze made in Italy”. Anche in quel caso si trattò di una sorta di riabilitazione, sia pure involontaria, per la Famiglia di Treviso. E pensare che, ovviamente nel classico stile renziano, subito dopo il crollo del ponte Morandi, aveva detto: “Mai un soldo da loro”. E ancora più chiaramente: “Non ho mai ricevuto un centesimo da Autostrade o dai Benetton”. 
Questi sono i fatti che inchioderebbero Matteo Renzi ad un pudico silenzio. Lui, che in una trasmissione di qualche anno fa a Matrix, parlava così dell’intreccio politica-affari: “Se volete fare soldi non fate politica. Se volete fare soldi andate nelle banche d’affari. Prendete i contratti milionari che vi offrono, non vi mettete a fare il politico. Chi fa il politico – chiosava – ha questi conti correnti”. E mostrava il suo con soli 15 mila euro.
Ecco perché la polemica di Renzi sull’Inpgi è vergognosa e sa esclusivamente di rivalsa. Eppure, proprio Renzi, negli anni in cui è stato a Palazzo Chigi, dovrebbe sapere che i tanti stati di crisi editoriali autorizzati in oltre venti anni dai vari governi, compreso il suo, hanno gravato esclusivamente sulle casse dell’Inpgi.  Ed è per questo, anche per aver sostenuto spese di ristrutturazioni che sarebbero dovute pesare sullo Stato, che l’Istituto dei giornalisti è costretto oggi ad alzare bandiera bianca.
Ma questo Renzi non lo dice. Ed è per questo che farebbe bene a stare zitto su tutto il resto!

(PdA – 9 novembre 2021)

“Di lotta e di Governo”: valeva per il Pci, non per la Lega
“Io ascolto tutti ma poi decido io”! Di Matteo Salvini, che senza alcun imbarazzo l’ha pronunciata, Pietro Metastasio direbbe “voce dal sen fuggita” e che ricorda molto l’agosto di due anni fa quando il segretario della Lega si lasciò andare alla richiesta dei pieni poteri! E sappiamo come andò a finire…
Eppure, allora, i sondaggi accreditavano il Carroccio di percentuali che si avvicinavano al 40 per cento. Oggi quei consensi si sono dimezzati e nel Partito ci si chiede se l’ambiguità della politica del Segretario tra l’occhieggiare ai no-vax e al tempo stesso far parte di un “governo degli opposti”, come lo definisce  Carlo De Benedetti, sia una scelta pagante.
Da febbraio, quando è nato l’Esecutivo guidato da Mario Draghi, ad oggi la Lega ha perso 4 punti e mezzo finendo dietro al PD e a Fratelli d’Italia e suscitando dubbi e perplessità fra i molti parlamentari che temono di essere falcidiati alle prossime elezioni. E qualcuno si interroga se il sacrificio ne valga la pena. “Se a fine anno saremo sotto il 15 per cento – ci si chiede – Matteo che fa? Continua a fare il gradasso mentre Meloni ci divora?”.
Diciamo che a Salvini manca lo spessore culturale di Enrico Berlinguer, necessario per guidare un partito, il PCI, che restasse all’opposizione pur non ostacolando pregiudizialmente, su specifici temi, l’azione di governo. La formula valida in un particolare difficile momento non è però sempre replicabile, soprattutto se non si ha alle spalle una storia “importante” come quella del partito comunista italiano e un leader, appunto, come Enrico Berlinguer. E non solo.
In quella stagione – siamo nella prima repubblica – un’intera classe dirigente, di gran valore, di “quel” partito condivise le scelte e la linea politica del suo segretario senza che questi dicesse  “qui decido io”.
Oggi non è così, anche per la “pochezza” dei suoi interpreti. Né la Lega né Matteo Salvini hanno la caratura per scimmiottare una formula che consentì all’Italia di affrontare con successo una piaga come il terrorismo. Certo, ci furono anche allora errori e “distinguo”, ma l’impalcatura democratica resse.
Oggi i tempi sono cambiati ma sono cambiate anche le qualità degli interpreti. E lo si è toccato con mano nel modo disarticolato e confuso con il quale un Partito che ha preso disinvoltamente in prestito la formula “di lotta e di governo” ha gestito la pandemia: con un occhio alle misure, costretto ad assecondare per affrontarla, e l’altro ben attento al proprio tornaconto elettorale, agli interessi di bottega. Parliamo della Lega e del suo segretario Matteo Salvini che nella lotta al Covid hanno avuto – ed hanno ancora – comportamenti ondivaghi e di comodo, specchio di un Partito che in questi ultimi anni ha detto tutto e il contrario di tutto: federalista, indipendentista, berlusconiano, prima il Nord, prima gli italiani. E ancora: europeista ma sovranista ed anche filorusso.
E ci si chiede perché perde consensi?

(PdA – 5 novembre 2021)

Roma: la legge dei numeri e le “dimissioni” di Michetti
Roma non saprà mai se sarebbe tornata ai fasti della Città dei Cesari e dei grandi Papi. Eh già! Enrico Michetti, l’avvocato-tribuno sconfitto nella corsa al Campidoglio da un professionista della politica come Roberto Gualtieri, colui che Giorgia Meloni sognava di vedere alla guida della Capitale, “tomo tomo cachio cacchio” (per dirla con Totò), dopo 164 giorni ha gettato la spugna.
Ma qui si apre un giallo che spiegherebbe il silenzio che ha circondato la decisione, presa quasi in clandestinità, di lasciare. Troppo poco per chi aspirava ad essere “incoronato” sindaco di Roma, lo scranno di Capo dell’opposizione? Può darsi. Ma circola un’altra voce più maliziosa e che chiamerebbe in causa proprio Giorgia Meloni: Michetti non si è dimesso ma … “qualcuno” lo ha dimesso e si vocifera che sia stata proprio colei che lo aveva imposto ai suoi alleati non proprio entusiasti, anche se dopo le prime uscite, spesso infelici, sembra si fosse fortemente pentita.
Un gesto di rivalsa, quindi? Sì e no, visto che la Segretaria di Fratelli d’Italia con una fava ha preso due piccioni, anzi tre. Si è disfatta di un personaggio un poco ingombrante e di fatto “estraneo” al Partito; con il subentrante supera per numero di Consiglieri il partito di Calenda; inoltre – e siamo al terzo piccione – entra in Consiglio Federico Rocca, già consigliere di Alemanno e legatissimo al capogruppo alla Camera Francesco Lollobrigida, proprio il cognato della Meloni se si fosse sposata.
Se le cose stanno così, davvero un bel colpo: un civico fuori e un meloniano dentro. In fondo, la politica la si fa sempre con i numeri. Anche nell’antica Roma del tribuno Enrico Michetti
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(PdA – 2 novembre 2021)

Quirinale: Berlusconi vede più vicino il Colle
Che il Quirinale rientrasse da sempre nelle ambizioni di Silvio Berlusconi è noto. Solo che le maggioranze “bulgare” regalategli dal centrosinistra non hanno mai coinciso con questo appuntamento.
L’ipotesi, accarezzata da tempo, ora sembra più concreta anche se non proprio facile. È come se l’anziano leader vivesse i suoi 85 anni con un cannocchiale particolare: In una lente inquadra il Quirinale, con l’altra Castelporziano. E con la sentenza sul Ruby ter che lo assolve, sia pure solo in primo grado, sente il traguardo più vicino. Diciamo a portata di mano.
Sembra che gli manchino una cinquantina di voti che, però, è convinto di poter recuperare “arando” soprattutto nel campo travagliato dei 5 Stelle spaccati da divisioni e polemiche interne, molti dei quali giunti al termine della loro breve stagione parlamentare e senza arte né parte. Quindi, di facile “conquista”. E in questo Silvio non ha competitor.
Scontati i voti di Forza Italia, resta da vedere quale sarà, alla prova dei fatti, la reale compattezza della Destra di Salvini e Meloni apparentemente uniti ma da tempo ai ferri corti. Tutti e due però potrebbero essere invogliati a votare per il Cavaliere attratti dalla possibilità delle urne in primavera o, al più tardi, in autunno quando – dopo 4 anni e 6 mesi – scatterà la pensione di fine legislatura.
Certo, bisognerà vedere se per allora la Lega sarà riuscita a recuperare su Fratelli d’Italia. Diversamente Salvini potrebbe avere bisogno di più tempo per cercare di strappare a Giorgia Meloni la leadership della Destra. E per Berlusconi in questo caso l’ipotesi Quirinale si allontanerebbe definitivamente.
Ma c’è un altro ostacolo sulla strada del Cavaliere e riguarda il campo “largo” del centrosinistra chiamato a giocare di intelligenza una partita pragmatica e senza pregiudizi.
Due le ipotesi sul terreno. La prima ovvia ma più ardua: convincere Sergio Mattarella a restare, libero più avanti di lasciare l’incarico quando lo riterrà opportuno. L’alternativa, restare compatti e, soprattutto, non perdere quella cinquantina di voti “ambiti” dal Cavaliere e realisticamente “in libera uscita” per il “miglior offerente”.
Un “mercato”? Certo. Ma a volte il fine giustifica i mezzi…

(PdA – 22 ottobre 2021)

Astensionismo: la causa nella fine dei Partiti e del proporzionale
Da anni, ad ogni competizione elettorale, diminuisce il numero dei cittadini che si recano alle urne. Tutti denunciano il fenomeno ma poi non succede nulla. Greta Thunberg direbbe “bla bla bla”. E in effetti è così. La Politica, quella che dovrebbe decidere e fare qualcosa, non fa nulla. Parole di circostanza all’inizio, poi tutto come prima, e gli elettori ridotti a spettatori che si uniformano ad un andazzo che cozza con la democrazia, quella partecipata.
A Roma non ha votato quasi il 60 per cento degli aventi diritto. Le cause? Diverse. Certamente la caratura dei candidati, la qualità di scelte non partecipate, spesso sconosciute e che i cittadini avvertono come calate dall’alto. Ma questo non è sufficiente a spiegare un fenomeno che sta toccando livelli di guardia.
A suo tempo qualche “Solone”, anche di grandi partiti, si affrettò a dire che nei Paesi moderni non si va a votare in massa. E infatti stiamo toccando con mano dove questa tesi minimalista ci stia portando. Per cui alla fine voteranno per loro stessi solo i candidati e i loro amici!
La tesi potrebbe sembrare azzardata ma forse una spiegazione per tanta disaffezione potrebbe venire dalla scomparsa dei Partiti e del sistema proporzionale.
Fino al referendum di Mario Segni i Partiti erano una fucina di idee con dibatti e contrapposizioni, anche interne, che si spiegavano come il sale della democrazia. Oggi tutto questo non c’è più. Le sedi, occasioni dove i militanti si incontravano e a volte si scontravano, anche duramente, sono state chiuse; le correnti solo un ricordo di anni che, in omaggio alla modernità, si sono voluti cancellare come il male assoluto; i congressi e le assemblee di partito, nemmeno a parlarne.
Oggi tutto ruota intorno al leader, che decide per tutti, e il cui nome compare in grande evidenza sui manifesti e sulle schede elettorali.
E il dibattito interno su questo o quel programma da portare avanti? Niente. Decide il Capo e, se non ti sta bene, te ne vai.
È Lui, il Segretario, con una parvenza di Direzione e un manipolo di fedelissimi, a formare le liste elettorali e a decidere quindi chi farà il Sindaco o il Presidente di Regione o andrà in Parlamento E i cittadini? Sono esclusi da tutti i vari processi decisionali e chiamati solo ad avallare con una croce le scelte del Capo.
Proprio non poter contribuire a scegliere la propria classe dirigente, come in parte avveniva con il proporzionale, potrebbe essere alla base di tanta disaffezione e spingere molti a restarsene a casa.
Ma così non si andrà lontano!
(PdA -19 ottobre 2021)

Che fine ha fatto Renzi?
Sono in molti a chiedersi che fine abbia fatto Matteo Renzi, lo sponsor del MES, che ora sembra non interessare più a nessuno, anche perché l’obiettivo “vero” è stato raggiunto: far cadere il Conte 2.
Catapultatosi sulla scena politica – prima come sindaco di Firenze, poi come segretario del PD e dal 2014 a 2016 Presidente del Consiglio – oggi se ne sono perse le tracce. Un po’ come  “Dove sta Zazà”, uno dei cavalli di battaglia di Nino Taranto, l’attore napoletano che, in giacchetta “a fior di culo” e paglietta a tre punte, ha portato con successo in teatro e in televisione nei primi anni cinquanta.
Ricordiamo Renzi come il “rottamatore” della vecchia politica, il promotore “perdente” di un referendum istituzionale che lo ha messo per qualche mese in panchina, salvo risorgere come “levatrice” di un governo PD–Grillini che lui stesso, dopo un anno, ha contribuito a far cadere. Motivazione: l’allora Presidente del Consiglio non riteneva opportuno che l’Italia ricorresse ai fondi del MES. Questi, e non altro, è stato in politica Matteo Renzi!
Da allora lo si è…perso di vista, salvo ritrovarlo come “business man”, profumatamente pagato nonostante il suo ruolo di senatore tuttora in carica e segretario di una piccolo partito, Italia Viva, che non riesce a crescere oltre il 2 per cento.
E forse potrebbe essere proprio questo il motivo della trasformazione di Renzi da politico in uomo d’affari.
Il fu “rottamatore” ha infatti di sé un’altissima considerazione, ritenendosi una star mondiale e quindi sprecato per essere solo uno dei trecento e passa senatori. Troppo poco per il chi è stato segretario del PD al 40 per cento e Presidente del Consiglio! Per lui non c’è più posto a Palazzo Chigi o al Quirinale? Bene – deve aver pensato il “Bullo” fiorentino – manteniamo la politica ma solo come un hobby, e puntiamo al “dio danaro”.
Per la verità non si conosce molto dei suoi guadagni extrapolitici, tutti legittimi, anche se per Renzi  “pecunia non olet”, per cui  non ha difficoltà nel passare dalle consulenze in Arabia Saudita ai rubli russi con una particolarità non del tutto trascurabile: dall’agosto scorso siede nel consiglio di amministrazione della Delimobil, un’azienda privata, straniera,  la più grande società di car sharing in Russia, che sta per quotarsi alla borsa di Wall Street. Quanto guadagna?  Per il momento non è dato sapere e le sue fonti rinviano alla prossima dichiarazione dei redditi. Basti sapere però che per l’intero Consiglio è previsto l’equivalente di un milione di dollari oltre a rimborsi spese non quantificati.
E a tutto questo ben di Dio, chi è partito con la Ruota della Fortuna dovrebbe dire addio? “Ma mi faccia il piacere”, direbbe Totò!

(PdA – 12 ottobre 2021)

… E Gualtieri “scivola” su Casa Pound
Se Atene piange, Sparta non ride. A Roma, per il ballottaggio per il sindaco, siamo messi davvero male. Tra Michetti e Gualtieri non si tratta di scegliere il migliore (e chiediamo scusa a Palmiro Togliatti per il “prestito” di un aggettivo che per storia e carisma appartiene solo a lui) ma il meno peggio.
Lasciamo perdere le elucubrazioni sulla Roma antica del Tribuno della Destra, ma anche con Gualtieri non siamo affatto messi bene.
Come si fa a sostenere che il primo provvedimento del nuovo sindaco sarà lo sgombro di Casa Pound, lo stabile all’Esquilino occupato da quasi 20 anni dall’omonimo movimento politico di estrema destra! Con tutti i problemi che la Capitale si trova ad affrontare: dalla mondezza agli incendi degli autobus, dai ponti che prendono fuoco ai cinghiali che tranquillamente passeggiano tra macchine e cumuli di sporcizia!
L’occupazione di interi palazzi è certamente un problema, ma non “il” problema. Alla città servono personaggi come Argan, Petroselli, Rutelli e non politici che il PD – prima dell’esperienza ministeriale del Conte 2 – aveva relegato, se si escludono Prodi e Gentiloni, nelle seconde file.
Gualtieri non ci faccia rimpiangere Virginia che, nei suoi programmi, aveva una Roma di… funivie!
Una sola speranza: che il candidato PD abbia citato Casa Pound perché si tratta di un provvedimento-lampo. Se realmente lo si vuole, il palazzo occupato abusivamente dal 2003 lo si può liberare in un giorno.
Ben più lunghi, invece, i tempi per le tante altre emergenze che affliggono Roma!

(PdA – 9 ottobre 2021)

Dopo il fiasco elettorale Salvini rompe sul fisco
La data è “storica”, una di quelle da cerchiare in rosso: a poco meno di otto mesi dalla formazione del governo del “quasi tutti” dentro, Matteo Salvini dissotterra l’ascia di guerra e rompe con Mario Draghi. Non lo dice ma ne ha sopportate troppe. La difesa ad oltranza da parte del Premier dei ministri Lamorgese e Speranza, le decisioni dei tecnici sulle riaperture, il green pass, per citare solo alcuni dei punti su cui il leader leghista è stato “zittito” nei fatti dal Capo del Governo.
E sul fisco, dopo il fiasco della Lega alle amministrative al Nord, arriva lo strappo. Oddio, solo un pretesto per distogliere l’attenzione dai problemi della Lega. Tanto che a sera si affretta ad escludere volontà di crisi.
Diciamo una sorta di … rammendino. “ma Draghi chiarisca”. Peccato per lui che non c’è nulla da chiarire: “gli scambi che sono avvenuti nei giorni scorsi – spiega in conferenza stampa il Presidente del Consiglio – avevano dato informazioni sufficienti a valutare i contenuti della legge delega” per cui “l’azione del governo non è stata interrotta”. E quindi la sfida sul voltafaccia del Leghista con un secco “sta a lui spiegarlo”.
Poi un “contentino” al “Felpa”, come alcuni leghisti hanno ribattezzato il Capitano dopo averlo “degradato” sul campo in seguito alla scoppola elettorale nelle grandi città: “Siamo di fronte indubbiamente ad un gesto serio”, gli concede Draghi, come ad offrirgli un appiglio per risalire sulla barca dalla quale Salvini non vuole scendere ma dalla quale stava per sbalzare in acqua.
E per il segretario della Lega da oggi inizia un percorso nuovo, tutto da reinventare. La batosta elettorale, il sorpasso di Giorgia Meloni in voti e non in sondaggi, le fibrillazioni dell’ala più intransigente guidata dai Borghi e dai Bagnai, la decisione di Mario Draghi di proseguire per la sua strada, sono tutti elementi che costringono Salvini a guardarsi intorno e a studiare un nuovo percorso per restare a galla.
I suoi Governatori e gli imprenditori del nord hanno più volte fatto capire di volere una Lega di governo, il voto amministrativo soprattutto nelle grandi città lo ha confermato, il Presidente del Consiglio intende mantenere fermo il cronoprogramma su cui ha messo la faccia e ottenuto la fiducia: “Non seguo – ha detto – il calendario elettorale”.
Salvini ha due strade: passare all’opposizione e accodarsi alla Meloni, non più oramai come leader del centrodestra, per cercare di recuperare una parte dei consensi ceduti, oppure sposare con convinzione le scelte governative e tentare di creare un’area moderata di centro: con Forza Italia, ma senza la Meloni, e forse con la pattuglia di Matteo Renzi.
Prioritaria c’è però un’esigenza: cambiare il logo della Lega togliendo la scritta “Salvini premier”. Una speranza che ha perso nell’agosto di due anni fa al Papeete. Quel treno non passerà più.

(PdA – 6 ottobre 2021)

No di Meloni ad un Mattarella bis. Perché?
Chi l’avrebbe mai detto a Giorgia Meloni, solo un paio di anni fa, che una sua dichiarazione sarebbe andata con grande evidenza sulle prime pagine dei giornali. Eppure… È la politica!
Il presidente di Fratelli d’Italia è stata la prima fra i segretari politici ad annunciare due decisioni, peraltro nell’aria ma non ancora ufficializzate: un secco “no” ad una riconferma di Mattarella ed elezioni politiche in primavera.
Non prendiamoci in giro. La mossa politica della Meloni assomiglia molto a quel giocatore di bowling che lancia la boccia cercando di abbattere più birilli possibili per fare strike e poi… sarà quel che sarà.
Sulla cresta dell’onda dei sondaggi, soprattutto grazie a Salvini, Meloni sa che o sfonda ora o sarà destinata a farsi risucchiare dai partner della coalizione. Quindi, ora o mai più. Il treno, almeno per lei, è destinato a passare una sola volta, sente la leadership del centrodestra a portata di mano, gioca d’azzardo e fa di tutto per non farsela scappare.
Se lo stop all’attuale Presidente della Repubblica sembra precludere quasi definitivamente alla possibilità di un suo secondo mandato, peraltro più volte escluso dallo stesso interessato, diverso appare il discorso sulla fine anticipata della legislatura.
Posto che a deciderlo non sarà la Meloni, la sua iniziativa pone il classico interrogativo: cui prodest andare ad elezioni in primavera? Non a Forza Italia che si prepara a giocare per il Quirinale la carta Berlusconi. Non a Matteo Salvini che si trova con un partito spaccato e alle prese con le ricadute della “vicenda Morisi. Non a Giuseppe Conte che deve ancora completare la traversata del deserto del suo “rinnovato” Movimento. Non a Matteo Renzi, oggi determinante per la formazione di alcuni scacchieri politici e dopo le elezioni chissà….
In effetti, un altro protagonista politico al quale le elezioni anticipate potrebbero convenire c’è e si chiama Enrico Letta: attenzione, lui e non l’intero PD. Le urne, infatti, potrebbero consentirgli di ridisegnare una mappa parlamentare, ereditata proprio da Renzi, e – nel rinnovato Parlamento – finalmente più in linea con le sue istanze.
Ma Letta avrà questo cinismo? Non è detto. Tutta la sua vicenda politica va in maniera opposta.
E poi c’è una domanda da fare a Giorgia Meloni, di statura politica ben diversa rispetto al “corpaccione” di Fratelli d’Italia, di non poco conto: è sensato, con una pandemia tuttora in corso ed una situazione economica – ed europea – che necessita per i prossimi anni di una guida ferma e competente come quella di Draghi, “sparigliare” per i “desiderata”, pur legittimi, di una Giovanna d’Arco dei Noantri alla guida di quelli che Cossiga definirebbe gli straccioni di Valmy?
Non sarebbe più corretto arrivare alla fine naturale della legislatura e consentire al nuovo Parlamento di scegliersi per i prossimi sette anni il “suo” Presidente della Repubblica?
(PdA – 30 settembre 2021)

La burocrazia senza nome e cognome
Quando l’ho letto non ci volevo credere e mi è tornato in mente il detto popolare secondo il quale “la mamma dei cretini è sempre incinta”. Ad Amatrice, dopo oltre cinque anni dal terremoto, si pretende il pagamento di bollette per case inagibili, o nel frattempo demolite, o crollate nella notte del sisma! Ma allora – mi sono detto – in questa vicenda i cretini non c’entrano nulla. È la burocrazia, la mamma di tutti i mali.
E questo delle utenze per la burocrazia “ancora attive” non è un caso isolato. Ci sono abitanti che vengono ancora contattati per sapere se vogliono cambiare il gestore del gas. Solo che la casa non c’è più. Oppure casi di terremotati che ricevono una lettera per la sostituzione del misuratore o la richiesta di pagamento delle tasse a chi ha ottenuto contributi a fondo perduto.
La cosa grave è che questa burocrazia non ha un nome e cognome, è invisibile, non si riesce a sconfiggerla e – quel che è più grave – mina la fiducia di cittadini.
Non si tratta purtroppo di singoli casi. Prendiamo il Comune di Roma che – alla pagina di servizio per il voto dei disabili – sbaglia la data delle elezioni: si voterà, come è arcinoto da mesi, il 3 e 4 ottobre ma, altre, sono le date del Campidoglio: venerdì 2 e sabato 3. Salvo poi correggere.
Possibile che nessuno controlli? Precedenti anche recenti li abbiamo avuti con la targa sbagliata per Carlo Aze(g)lio Ciampi, il video del Campidoglio che confonde il Colosseo con l’Arena di Nimes in Francia e, sempre riguardo al Colosseo, la gaffe di scambiarlo con la Basilica di S. Pietro. Diciamo che “errare humanum est”, perseverare….
E che dire della precipitosa marcia indietro della ASL di Civitavecchia che aveva pensato ad una “gitarella” di tre giorni per una settantina di dirigenti sanitari in un relais di lusso nel reatino?
Anche in questa occasione “brilla” l’anonimato, almeno nell’imbarazzato comunicato riparatore: iniziativa “stoppata”, si precisa in uno scarno burocratese, per evitare strumentalizzazioni. Bene! Ma non può sfuggire una particolarità: mentre l’invito per la vacanza “rigeneratrice” en plein air era stato firmato dalla dirigente, lo stop porta la firma di una generica “direzione generale”.
Come dire: ancora una volta manca il nome e cognome!

(PdA – 27 settembre 2021)

Solo Giorgia Meloni contraria ad un Mattarella-bis
“Il futuro capo dello Stato deve avere equilibrio, gran senso delle istituzioni e svolgere un ruolo di garanzia attiva”.
A delineare le caratteristiche del futuro Presidente della Repubblica è qualcuno che spinge per una riconferma a febbraio di Sergio Mattarella al Quirinale? No. Fu lo stesso Mattarella nel 1998 in un’intervista al Corriere della Sera.
Mancavano ancora pochi mesi alla elezione del successore di Oscar Luigi Scalfaro al Colle e i partiti si preparavano per tempo all’appuntamento. E Mattarella non parlava da semplice deputato. Era il presidente dei deputati del Partito Popolare e da anni era impegnato sul fronte delle riforme istituzionali.
È vero, come dice Romano Prodi, che i “siciliani silenziosi non cambiano mai parere”, che Mattarella ha più volte ribadito l’intenzione di “lasciare”, che è trascorso quasi un quarto di secolo da quella dichiarazione e che molta acqua è passata sotto i ponti di questa travagliata Repubblica (prima, seconda, terza, fate Voi!) ma è anche vero che la stragrande maggioranza dei partiti vedrebbe con favore l’ipotesi di una sua rielezione. Anche perché, in questo particolare periodo politico, risolverebbe loro non pochi problemi.
Contraria – e per coerenza non ne fa mistero – è solo Giorgia Meloni, desiderosa di mettere a frutto tutto il consenso finora raggiunto nei sondaggi, andando a votare in primavera. Ma è l’unica. Non il PD di Enrico Letta, non i 5 Stelle di “Giuseppi”, non la Lega di Matteo Salvini, per restare ai maggiori partiti.
L’Italia necessita oggi di stabilità governativa e continuità istituzionale. Non si è ancora fuori del guado e i finanziamenti europei non sono scontati. Le elezioni anticipate, con tutto quello che ne potrebbe conseguire, potrebbero essere un pericoloso salto nel buio. E Mattarella – come lo è stato in tutti questi difficili anni – continuerebbe ad essere un elemento di equilibrio e di garanzia.
La fine naturale della legislatura comporterebbe poi un altro non trascurabile vantaggio: Il nuovo Capo dello Stato verrebbe eletto – ovviamente non a tempo – da un Parlamento profondamente rinnovato: negli uomini e nei numeri.
E non c’è dubbio alcuno che sarebbe lo stesso Mattarella, al momento opportuno, a consentire ai nuovi Eletti di esprimersi sul futuro Presidente della Repubblica.

(PdA – 26 settembre 2021)

Green Pass: alla Camera la “casta” resta “casta”
Si susseguono le legislature, passano le Repubbliche (anche se costituzionalmente non è vero) ma i parlamentari restano “Casta”. A dimostrarlo, il tampone gratis (per ora solo a Montecitorio) per quei deputati sprovvisti di green pass: un piccolo ennesimo privilegio.
Non lo pagheranno infatti direttamente, tirando dalle loro tasche 15 euro ogni 72 ore, perché il costo verrà sostenuto dal fondo di previdenza interna di Montecitorio. Si dirà che sono sempre soldi loro perché il fondo viene alimentato dai contributi prelevati agli onorevoli dall’indennità parlamentare. Non è proprio la stessa cosa: per tutti i comuni lavoratori, pubblici e privati, l’INPS infatti non si fa carico di sostenere la spesa. E sempre soldi loro sarebbero!  
Il Senato deciderà nei prossimi giorni ma è facile prevedere che non si discosterà dalle modalità di Montecitorio, anche se sarebbe un bel segnale di resipiscenza che i “Vertici” di corso Rinascimento evitassero questa piccola differenza con gli altri lavoratori.
Ma da Palazzo Madama viene un’altra notizia che alcuni derubricano più che altro ad una goliardata. Sembrerebbe – e il condizionale è d’obbligo – che dalla Sala del Risorgimento del Senato, dove vengono esposti per la lettura quotidiani italiani e stranieri, scompaia spesso un prestigioso giornale: Il Financial Times.
Se l’indiscrezione fosse vera, avremmo qualche senatore buon conoscitore della lingua inglese e interessato alle tematiche affrontate dal quotidiano economico-finanziario britannico.
E poi dicono che i nostri rappresentanti del popolo sono ignoranti e provinciali…

(PdA – 23 settembre 2021)

I dubbi di Salvini: perdere con la Meloni o perdere le elezioni?
I dubbi di Matteo Salvini: È meglio andare alle elezioni politiche per il rinnovo del Parlamento immediatamente dopo l’elezione del successore di Sergio Mattarella, probabilmente vincerle, ma perdere con Giorgia Meloni la leadership della Destra? Oppure arrivare alla fine naturale della legislatura e perdere le elezioni nei confronti del centrosinistra?
Sembrerebbe una battuta di Massimo Catalano a “Quelli della Notte”, la fortunata trasmissione televisiva di Renzo Arbore. Ma non è così. La Lega è fortemente divisa al suo interno tra governisti e un’ala minoritaria guidata dai Borghi e dai Bagnai,  e il suo segretario rischia di finire come Bossi quando fu defenestrato da Roberto Maroni il 1 luglio 2012 nel congresso federale tenutosi al forum di Assago.
Nell’attuale situazione la parte “maroniana” potrebbe essere rappresentata dai Giorgetti e dai governatori del Nord, supportati da un’imprenditoria settentrionale assai critica con la linea politica di un Salvini altalenante e diviso tra una Lega di governo e una di opposizione.
Al contrario c’è invece bisogno di usare di più la ragione anziché alimentare la confusione e chi ha compiti di responsabilità, come i leghisti al governo, deve aiutare il Paese a rialzarsi.
Agli imprenditori – da sempre più concreti e meno ideologici – non interessa un fico secco la “gara” tra Salvini e Meloni per la leadership. Non vogliono invece rischiare nuove chiusure e temono che l’aumentata conflittualità nella maggioranza di governo finisca per bloccare i finanziamenti europei, assolutamente necessari per il rilancio delle loro imprese e del Paese. A loro interessa, a chi ha attività economiche, di non chiudere e a chi vuole investire di poterlo fare senza problemi.
Salvini, se vuole riguadagnare consensi e soprattutto credibilità, deve fermarsi e riflettere se non gli convenga guardarsi intorno e vedere se non sia possibile lanciarsi in un nuovo progetto politico con un altro “perdente”, Matteo Renzi, alla disperata ricerca di riscatto e da sempre in conflitto con Enrico Letta propenso ad elezioni anticipate, in particolare per disegnare una componente parlamentare a lui politicamente più vicina.
Si è parlato di questo nel breve incontro, domenica, alla cena degli Angelucci in una villa ai castelli romani? Una possibilità gli potrebbe venire dalle trattative sul successore di Sergio Mattarella. Insieme potrebbero essere determinanti per mandare al Quirinale un Candidato disponibile a portare le Camere alla naturale fine della legislatura e consentire loro di avere più tempo per mettere a punto una nuova strategia politica.

(PdA – 22 settembre 2021)

Green Pass: Draghi decide e Salvini…si allinea
Di tutta la composita maggioranza che lo forma, ancora una volta Matteo Salvini dimostra di essere il più fedele sostenitore di questo Governo. Sì, fa qualche bizza, ma poi… – come si dice – “can che abbaia non morde”.
Sui giornali del 9 settembre il segretario della Lega assicurava: “ho parlato con Draghi, non risulta nessuna estensione del green pass pubblico e privato”. Bene è passata una settimana e, zac!, il Presidente del Consiglio convoca di mattina la cabina di regia, nel pomeriggio il Consiglio dei Ministri e vara, con l’accordo anche dei ministri leghisti, il passaporto vaccinale “per il settore pubblico e privato”.
E questo nonostante, solo due mesi fa, Salvini definisse il green pass  una “cagata pazzesca” giurando, dopo l’ennesimo colloquio con Draghi, che non avremmo mai imitato la Francia.
Infatti… Una vera e propria “comica” per cui, invece di rifarsi al “Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche, è meglio citare il film  “Così parlò Bellavista” di Luciano De Crescenzo: per il Lumbard meno impegnativo e… più divertente.
Non è la prima volta che Salvini si avventura in assicurazioni puntualmente smentite dal Governo. Per cui ci si chiede se non ritenga maturi i tempi di cambiare cartomante e trovarne un’altra che, per non fargli fare figuracce, tenga conto dei cambiamenti nella Lega che di fatto lo sta mettendo nell’angolo, degli “umori” dei suoi Governatori e di un’imprenditoria del Nord che vive con l’incubo di nuovi lockdown e che aspetta il green pass come gli ebrei, per non morire, attendevano la manna dal cielo. Queste cose, Matteo Salvini, le conosce o i mojito del Papeete continuano a giocargli… brutti scherzi?
Ed ora? Spuntate da Draghi le frecce contro i ministri Speranza e Lamorgese, archiviata la polemica sul green pass secondo i “diktat” di Palazzo Chigi, come farà il Capitano a restare a galla e contenere lo scivolamento dei sondaggi verso Giorgia Meloni?
“Tranquilli”, assicura il segretario della Lega e rilancia la partita del nucleare in Lombardia. “Perché no?”, dice con l’appoggio di Fontana e della Moratti.
Di rigore la domanda: Ha cambiato cartomante o è la stessa dei “buffetti” di Palazzo Chigi in questi mesi?
(PdA – 16 settembre 2021)

Salvini in difficoltà, al Governo e nel partito
Una cosa Matteo Salvini dovrebbe capire: La Lega non è come la Democrazia Cristiana della Prima Repubblica in grado di tenere insieme, pur nelle loro diversità,   tutte le sue varie anime interne e lui non è Enrico Berlinguer capace di guidare un Partito Comunista che, pur non tradendo una storica linea di opposizione, contribuì con i governi di allora a sconfiggere il terrorismo.
Per dire che  il Partito di lotta e di governo o lo sai fare, oppure – per citare il Dante dell’Inferno – finirai tra color “c’hanno perduto il ben dell’intelletto”. Non si capirebbe diversamente la schizofrenia di una Lega che entra nel Governo per poi oscillare di continuo tra il richiamo di Fratelli d’Italia e  gli “schiaffi”, ovviamente metaforici, di Palazzo Chigi.
Una prima “bacchettata” Salvini se l’è presa il giorno d’insediamento del Governo con l’elogio della moneta unica e con la condanna del nazionalismo. Eravamo, allora, a febbraio ma ai primi di maggio un nuovo “schiaffone” ha riguardato il tema dell’immigrazione, quando Draghi disse che “nessuno deve essere lasciato solo nelle acque territoriali italiane”.
E come sorvolare – per restare solo ai casi più eclatanti – sulle dimissioni ottenute dal sottosegretario Claudio Durigon e  sulle parole con le quali più volte il Presidente del Consiglio ha difeso di Ministri della Salute e degli Interni? Di Speranza disse che le critiche  “non sono né fondate né giustificate” e della Lamorgese che “è brava e lavora bene”.
Due, in particolare, i problemi che impediscono al Segretario della Lega di stare con convinzione nella maggioranza governativa: il fiato sul collo di Giorgia Meloni che nei sondaggi lo ha stabilmente superato, e le divisioni interne del partito tra i Governatori portatori degli interessi dell’imprenditoria del nord e i Bagnai e i Borghi sensibili ai richiami dei no vax e comunque critici con Draghi. E poi ci sono i malumori fra i leghisti ortodossi cresciuti nel solco bossiano e alcuni esponenti del partito, come l’europarlamentare Francesca Donato, che con le loro uscite creano sconcerto e disappunto.
Anche così si spiega – in parte ma è un’aggravante – la gaffe televisiva del Segretario della Lega  secondo il quale “le varianti nascono come reazioni ai vaccini”. La replica del mondo della scienza è stata tranchant e secca: “Il senatore Salvini deve parlare delle cose che sa e non di cose orecchiate in giro”.
Un monito che difficilmente il “Nostro” ascolterà, soprattutto con un importante turno amministrativo alle porte. Poi, a seconda dei risultati, si vedrà.
(PdA – 12 settembre 2021)

Virginia Raggi come la DC del 1963
I guru della comunicazione, beninteso quella elettorale, non riescono a partorire slogan in grado di annullare i commenti, spesso al vetriolo, degli avversari. Lo è stato nella cosiddetta Prima Repubblica e continua ad esserlo in quelle che sono venute dopo.
Correva l’anno 1963 e ci si preparava alle elezioni politiche quando sui tabelloni elettorali e sui muri apparve un manifesto con una bella ragazza giovane, sorridente, vestita di bianco, con la scritta “la DC è maggiorenne”. Poche ore e sugli stessi muri, con la vernice rossa, gli avversari replicarono con un evidente doppio senso: “E’ ora di … fotterla”.
Il ricordo di quel colorito commento mi è venuto in mente guardando una bella immagine di Virginia Raggi sulle fiancate di alcuni autobus dell’ATAC, che tanti problemi hanno creato al Sindaco in questa consiliatura.
Il volto è bello, disteso, sorridente ma lo slogan – visti questi cinque anni – quanto di meno indicato: “Avanti con coraggio”.
Effettivamente, notano i critici, ci vuole coraggio a camminare per la città tra buche, eterni lavori in corso, montagne di immondizia, autobus che “prendono” fuoco, metropolitana infrequentabile e qualche…cinghialotto a spasso.
Sarebbe stato sufficiente, come mi suggerisce un vecchio giornalista esperto di marketing e di campagne elettorali, “volare” più basso e riconoscere le difficoltà di “aggredire” all’inizio una macchina  burocratica complicata come Roma. Bastava essere più realisti e scrivere in bell’evidenza “Tranquilli, ho studiato”.
E sempre a Roma non va meglio con gli altri candidati “di punta”. Prendiamo, ad esempio, Michetti chi? che, su uno dei suoi cartelloni pubblicitari, ironizza sull’essere ignoto ai più, seguito però da un presuntuoso “risolvo i problemi”. E chi sei, Cacini?, verrebbe da dire. E fa anche discutere questo suo “scappare” dai dibattiti.
Finora l’aspirante sindaco ha disertato due volte su due il confronto con i suoi avversari. Una prima volta “infastidito”, disse, per il botta e risposta tra i competitor. La seconda volta, sostiene, per “un appuntamento privato”. Resta il fatto che Enrico Michetti, bravo a parlare da solo dalla sua radio, sembra abbia qualche problema nei dibattiti pubblici
Attenzione: Il candidato a sindaco di Roma per il centrodestra, gli appuntamenti, non li evita, ci va ma poi, con una scusa più o meno plausibile, abbandona la scena. Un altro modo per farsi conoscere e far parlare di sé? “Mi si nota di più – recitava Nanni Moretti – se vado e me ne sto in disparte o se non vado per niente?”. Michetti va!
Meno impegnativi, forse perché fuori corsa, gli slogan-guida di Roberto Gualtieri (“Roma. E tutti noi”) con una replica al vetriolo di Carlo Calenda (“Vorrei ma non posso”) che invece, per quanto riguarda la sua persona, punta su serietà (“Roma, sul serio”) e competenza. Una competenza forse ostentata e saccente che difficilmente, stando ai sondaggi, lo porterà al ballottaggio.

(PdA – 11 settembre 2021)

Nuova campagna elettorale e vecchie bacheche di latta
Andiamo nello spazio, giriamo con un piccolo computer/telefono in tasca, le auto a benzina cedono il passo a quelle elettriche, viaggiamo sui treni ad alta velocità, i gettoni del telefono sono un ricordo dei più anziani ma alle vecchie bacheche, travolte dalla tecnologia al tempo dei social, non sappiamo rinunciare o, meglio, non ci fanno rinunciare.
Tra meno di un mese, il 3 e 4 ottobre, si torna a votare in importanti città come Milano, Torino e Napoli, ed anche a Roma ricompaiono gli inutili tabelloni, un tempo affastellati di manifesti dei vari partiti ma oggi vuoti e tristi nella loro solitudine.
I partiti pagavano intere squadre di attacchini che, soprattutto di notte, si scontravano per incollare manifesti e locandine che poco dopo venivano staccati dagli avversari e sostituiti da quelli dei loro partiti. Così come le caselle delle poste dei nostri palazzi venivano riempite di “santini” colorati dei vari candidati con le loro foto e i relativi curricula.
Ed erano bei soldini per le tipografie che in quei mesi di propaganda elettorale lavoravano a ritmo incessante giorno e notte e i Partiti se le accaparravano, anche per creare disagi agli avversari. Una delle più note, allora, la A.BE.TE grafica si sviluppa in quegli anni e viene di fatto monopolizzata dalla DC.
La legge sulle affissioni risale al 1956, quando ancora non c’era l’autostrada del sole, la televisione era in bianco e nero e con un solo canale. Ma nessuno ha mai pensato di modificarla o, addirittura, di abolirla, ora che il confronto politico si è spostato sui talk e sui social.
E così per mesi (perché i tabelloni non saranno subito rimossi a consultazione avvenuta) i marciapiedi ed i parchi vengono bucati per piantare migliaia di tubi innocenti che sorreggono antiestetiche lastre di metallo ripulite alla meglio ma nude, oramai senza manifesti, che ingenerano ricordi e aloni di malinconia, ma anche sconcerto se si pensa che tutto questo materiale finisce, per esempio a Roma, in un enorme magazzino elettorale che a breve tornerà ad ospitare 44.751 traverse gialle, 37.470 pali anch’essi gialli, 25.180 staffe, 34.070 lamiere, 59.586 supporti metallici, 310.000 targhette di plastica e 16.000 fasce.
Ma a questo spreco di danaro pubblico nessuno ha pensato di mettere mano. C’è da augurarsi che finalmente lo faccia il Governo del “quasi tutti dentro”.

(PdA – 10 settembre 2021)

Salvini: leale con Draghi, ma vota con Giorgia Meloni
Questo “giochino” di stare al Governo nella maggioranza e di votare in Parlamento con l’opposizione non è semplice da mandare avanti alla lunga. Doveva arrivare uno statista (???) del Nord per giungere a tanto!
Certo, Salvini soffre maledettamente il pressing pro vax e pro-greenpass di governatori e imprenditori dell’ala più produttiva del Paese e la netta opposizione di Giorgia Meloni, che intanto gli ha già soffiato il primo posto e continua a erodergli consensi, soprattutto alla vigilia di un turno amministrativo destinato ad orientare la politica dopo la scadenza del settennato di Sergio Mattarella. E si rende conto, il Capitano, che questa “anomala” libertà di voto non giova alla Lega e condanna il Paese ad una delegittimazione della politica per cui, di fatto, un Partito (il suo) si disinteressa dei problemi, che sono molti e che dovrebbe contribuire a risolvere, tanto c’è a Palazzo … chi lavora per lui.
Il consenso comunque è ancora consistente ma forse il momento magico di Salvini è passato. I sondaggi sono impietosi con la Lega sotto il 20 per cento, a ben 14 punti in meno rispetto alle Europee del 2019 e ancora di meno rispetto ai sondaggi del Papeete. È stato allora che il Lumbard ha perso il treno del successo. Un po’ come l’altro Matteo, Renzi, con il referendum istituzionale del 2016.
Una soluzione potrebbe essere la Federazione di destra ed elezioni politiche a primavera con rinuncia, almeno per lui, al “pallino” di Palazzo Chigi. L’alternativa invece, se si votasse nel 2023, potrebbe essere con il Matteo toscano per la costruzione di un’area di centro, da costruire in questi due anni senza ulteriori tentennamenti.
È con queste scelte strategiche che si diventa leader non con i “giochini”!

(PdA – 9 settembre 2021)

“Non ho l’età…”: per il Quirinale Gigliola Cinquetti sì, Matteo Renzi no
Sgombriamo subito il campo da una voce corrente: Matteo Renzi per esempio – contrariamente a Gigliola Cinquetti – non ha l’età per essere eletto al Quirinale.Vero, si voterà per il successore di Mattarella (se ci sarà) nei primi mesi del prossimo anno, ma l’argomento da tempo non è più tabù e si rincorrono voci ed ipotesi su chi potrebbe andare al Colle. Bene, Renzi no. È nato l’11 gennaio 1975 e quindi a 46 anni non è candidabile.Sia detto per inciso, una contraddizione. La Costituzione prevede che si siano compiuti i 50 anni mentre un Presidente del Senato di appena 40 anni (età richiesta per sedere sugli scranni di Palazzo Madama) potrebbe svolgere, in caso di necessità, le funzioni suppletive del Presidente della Repubblica.Ma torniamo alle “voci” sul prossimo inquilino del Colle. Renzi, impossibilitato per età, è quindi fuori dei giochi? Sì e no.Pur non essendo candidabile, infatti, potrebbe diventare determinante nella scelta del nuovo Capo dello Stato. E il senatore toscano non lo dice, ma si sta già muovendo a fari spenti per non essere tagliato fuori dalla partita. Anzi! Le previsioni – ad oggi – sono oggettivamente difficili e, come si dice, spesso chi entra Papa esce Cardinale e se gli aspiranti sono tanti, quelli con reali chances si contano sulle dita di una mano: l’ecumenica Presidente del Senato Elisabetta Casellati e il ministro della Giustizia Marta Cartabia tra le donne. E sarebbe, questa, una novità di grande valore.
Tra gli uomini, due navigate personalità della politica: il ministro Dario Franceschini e il … sempreverde Pier Ferdinando Casini che esclude (scaramanticamente?) di essere in corsa ma è il nome sul quale – se si esclude una ricandidatura di Mattarella e quella di Mario Draghi – potrebbero convergere i Grandi elettori.
E non è un caso che ad una sua iniziativa istituzionale abbiano aderito tutti i “pezzi grossi” della politica italiana: da Giuseppe Conte ad Enrico Letta, da Matteo Salvini a Giorgia Meloni, a Matteo Renzi che sembra sia uno dei suoi grandi sponsor.
La cosa non dovrebbe stupire più di tanto. In Parlamento da 38 anni, Casini è stato Presidente della Camera dal 2001 al 2006 ed è in buoni rapporti con quasi tutti i Big italiani: di centro (essendo nato e cresciuto nella DC), di sinistra e di destra.
Quindi…
(PdA – 6 settembre 2021)

Reddito di cittadinanza: il bluff di Renzi sul referendum
Errare, humanum est. Perseverare… Come una mosca che si dibatte, di qua e di là, fra le pareti interne di un bicchiere rovesciato per evitarle di infastidire i commensali così Matteo Renzi, alla guida di un piccolo Partito del due per cento, si agita nella ricerca di quella visibilità persa da tempo, anche per colpa sua.
Peccato! Perché l’uomo è intelligente e, su di una scena politica affollata di nani, se non proprio un gigante potrebbe anche fare la sua porca figura. Solo che lo frega il suo Ego smisurato.
Ed eccolo di nuovo scivolare sulla buccia di banana di un nuovo referendum. Questa volta, in odio al Partito di Conte, da lui disarcionato con un’operazione da killer, il senatore fiorentino mette nel mirino del suo “schioppo” il reddito di cittadinanza. E annuncia in pompa magna un referendum abrogativo, come se la sua celebrazione fosse dietro l’angolo.
Ma non è così. Anche questa volta bluffa: sui tempi, mentre nel dicembre 2016 lo fregarono i contenuti per farne l’uomo solo al comando.
Ma vediamo il bluff.
“Venghino signori, venghino”, sembra dire il “Bomba” toscano in un italiano da venditore ambulante. Il reddito di cittadinanza non funziona e noi (io) lo togliamo: Come? Con un referendum. Quando, il prossimo anno? Non proprio. L’imbonitore lo sa ma non lo dice. Sicuramente non nei prossimi mesi, come sembra far credere. Comunque, non prima di 3 / 4 anni, al più presto nel 2024.  Possibile? Lo prevede la legge!
Ma Renzi continua a fare finta di niente e a sventolare nelle interviste televisive, a costo zero, il quesito in televisione e nelle piazze dove cerca di raccogliere consensi per la sua esangue creaturina politica.
Attenzione! Renzi, il referendum, lo ha annunciato ma non ha presentato il quesito in Cassazione. Perché? il segretario di Italia Viva è un furbacchione e sa – ma non lo dice – che le firme vanno raccolte per tre mesi consecutivi e debbono depositarsi, ogni anno, entro il 30 settembre.
E andiamo avanti. La legge stabilisce che tutto questo non può avvenire nell’anno precedente la scadenza di una delle due Camere. E il 2022 è infatti l’anno preelettorale visto che al più tardi si voterà per il nuovo Parlamento nel 2023.
Ma Renzi sa anche – o almeno dovrebbe sapere – che il “suo” referendum non si potrebbe tenere nemmeno in caso di scioglimento anticipato del Parlamento. Il 2023 prevede l’elezione del successore di Mattarella e il ricorso anticipato alle urne non potrebbe quindi svolgersi prima del 30 marzo. Ma la legge stabilisce anche che la richiesta di referendum non possa essere depositata “nei sei mesi successivi la convocazione dei comizi elettorali”.  E quindi verrebbe a cadere la data del 30 settembre, data ultima – come si è visto – per il deposito delle 500 mila firme necessarie.
Raccolta di firme, quindi, non prima di due anni, nel 2023, per votare il referendum renziano nel 2024? Non è detto. Ci si potrebbe trovare infatti dinanzi alla scadenza naturale della legislatura e tutto slitterebbe di un altro anno: nel 2025.
Se la legge è questa, e non ammette interpretazioni di comodo, che senso ha tutto questo agitarsi di Matteo Renzi?
A Napoli si direbbe: “per fare ammuina”!
(PdA – 5 settembre 2021)

Draghi indica i prossimi impegni e snobba la Lega
Mario Draghi stile Giulio Andreotti. Il Presidente del Consiglio evita di pretendere che la Lega chiarisca la sua posizione nella maggioranza ma coglie l’occasione di una conferenza stampa per assestare pubblicamente quattro sonori ceffoni a Matteo Salvini. Lamorgese? “sta lavorando bene” e risponde con due secchi “si”  a chi gli chiede l’orientamento del Governo sull’obbligo vaccinale e sull’eventualità di una terza dose annunciando anche l’estensione dell’utilizzo del green pass.
E Salvini? Stretto tra la competizione elettorale di Giorgia Meloni, contraria ai provvedimenti del Governo, e i Governatori del Nord favorevoli invece alla linea “interventista”, non replica: prende tempo e affida ad un’anonima “fonti delle Lega” il suo disappunto.
Ricorda molto quella gag di Totò che, preso a schiaffi da un signore che lo credeva “Giovanni”, rispondeva divertito: “…e che sono Giovanni, io?”. Quasi che le sberle di Draghi non lo riguardassero. Un po’ come è avvenuto quando Mattarella ha stigmatizzato l’ipocrisia di quanti, in Europa e in Italia, sono contrari all’accoglienza dei profughi afgani. “Non penso che il Presidente si riferisse a noi”, commentò allora Salvini facendo finta di niente.
Ma Draghi è “uomo di mondo” e, da politico “navigato”, concede al Segretario della Lega uno zuccherino  anticipando che tutto sarà a suo tempo esaminato in una cabina di regia, “come ha chiesto il senatore Salvini”. Come dire: dissentono? Affari loro!
(PdA – 3 settembre 2021)

Draghi chiarisca con la Lega: dentro o fuori dal Governo
Delle due l’una: o Salvini è un due di coppe, un’anatra zoppa, con Giorgetti che decide nel Governo e Claudio Borghi in Parlamento, oppure è un politicante ambiguo di cui non fidarsi che spergiura lealtà ma poi per calcoli di bottega si abbandona a comportamenti opposti.
A questo punto è necessario che il Presidente del Consiglio pretenda chiarezza dalla Lega sulle sue reali posizioni: dentro il governo o fuori con Fratelli d’Italia. E lo deve fare non nelle ovattate stanze di Palazzo Chigi ma pubblicamente, in modo che il Paese  e gli … alleati sappiano con chi hanno a che fare. Solo nel Paese di Pulcinella i ministri di un partito votano in un modo e i parlamentari dello stesso Partito votano il contrario, come è avvenuto sul decreto per il green pass
Enrico Berlinguer si rivolterebbe nella tomba nel vedere come la sua politica “di lotta e di governo” venga stravolta dal segretario della Lega.
Infatti, quando il leader comunista battezzò questa espressione, era mosso da finalità propositive (portare il PCI nell’area governativa) e non ostruzionistiche e distruttive come sta avvenendo ora.
A Draghi gli altri Partiti facciano sapere che sono disposti a seguirlo nella navigazione anche senza un compagno inaffidabile come la Lega. Sulla carta i numeri ci sono a meno che qualche “acrobata” circense non si chiami fuori. Ma in questo caso è bene che il Paese lo sappia.
Una cosa è certa: Con questi comportamenti ondivaghi della Lega non si può andare avanti: Per rispetto degli italiani “prima di tutto”, secondo la … giaculatoria del segretario leghista, ma anche per rispetto di Mario Draghi che su questa avventura ci ha messo la faccia.

(PdA – 2 settembre 2021)

Per coerenza e dignità, Salvini chieda a Molteni di dimettersi
Non c’è giorno che Matteo Salvini non critichi il ministro Lamorgese. E… passi. La nostalgia per quella poltrona “persa” e le posizioni della Lega sugli sbarchi degli immigrati si comprendono umanamente anche se politicamente non si giustificano. Nel governo del “quasi tutti dentro” il Carroccio è entrato liberamente, ben sapendo che avrebbe lasciato spazio a Giorgia Meloni che prontamente ne ha saputo approfittare.
Ma l’anomalia non è Salvini. L’anomalia è il permanere nel governo di Nicola Molteni.
In un Paese normale un sottosegretario agli Interni che non condivide l’operato del suo Ministro si dimette e se ne va a fare qualcos’altro. E il suo Segretario politico per coerenza lo dovrebbe invitare a lasciare l’incarico. Ma questo, in un Paese normale!
E l’Italia, dove nel governo convivono destra e sinistra con politiche diametralmente opposte, non è un Paese normale. E non è normale che la Lega si meravigli che due colleghe di governo, Gelmini e Carfagna, difendano la loro collega Luciana Lamorgese.
Ma la Lega è questa: di governo per “attenzionare” i soldi dell’Europa, di lotta per “frenare” l’espansionismo di Giorgia Meloni, in testa nei sondaggi.
Sì, la stessa Lega sotto indagine per i 49 milioni spariti. Una inchiesta che starebbe marciando verso l’archiviazione con un giallo: il computer che gli inquirenti liguri cercavano in Lussemburgo, con le prove dell’operazione, sarebbe stato trovato formattato a Bergamo.
Ma va là, che combinazione! E poi chi si ricorda più del “fuori onda” di Claudio Durigon quando si è lasciato scappare che “chi fa le indagini sulla Lega lo abbiamo messo noi…”. Andreotti, se ci sei batti un colpo!
(PdA – 30 agosto 2021)

Salvini a Lamorgese: non sai fare il ministro, impara da me
Salvini, con la nostalgia del Viminale e delle felpe che ogni giorno indossava, una diversa dall’altra, sale in cattedra e… bacchetta il ministro Luciana Lamorgese. “Sei inadeguata”, gli manda a dire dal palco della kermesse di Comunione e Liberazione, “impara da me che l’ho fatto bene”.
Vedi da che pulpito viene la predica…, verrebbe da dire! Sì, Matteo Salvini che per poco più di un anno è stato Ministro dell’Interno: dal 1 giugno 2018 alla … “sbronza” del Papeete nell’estate del 2019. Salvini, che con il chiodo fisso dell’immigrazione, ha disertato ben 7 vertici dell’Unione Europea su 8, non rendendosi conto che l’unica sede dove farsi sentire su di un problema complesso come quello degli sbarchi era – ed è –  proprio Bruxelles.
No. Il segretario della Lega preferiva in quei mesi fare campagna elettorale direttamente da casa sua, presidiando i porti siciliani o controllando che nelle piccole spiagge o nelle insenature non fossero approdati barchini, gommoni e agili pattini con a bordo qualche immigrato riuscito ad evitare, di notte, i pattugliamenti della nostra Guardia Costiera.
Invece, di andare in Europa ad alzare la voce, nemmeno l’ombra. Forse, dicono le malelingue, perché “conosce bene” il russo ma non l’inglese, il francese o il tedesco!
Poverino, nessuno gli aveva detto che a Bruxelles ci sono gli interpreti in simultanea!!!
(PdA – 25 agosto 2021)

Salvini e Dadone: tutto per il palcoscenico della politica
Fabiana Dadone, 37 anni di Cuneo con laurea in giurisprudenza, Ministro per le politiche giovanili e, nel Conte2, titolare del Dicastero per la Pubblica Amministrazione. Eppure, sono pochi gli italiani che la conoscono. Almeno fino a quando sui giornali non è nato il “caso Dadone”.
Andiamo con ordine. In Consiglio dei Ministri Mario Draghi chiede l’autorizzazione a porre la fiducia sulla riforma della giustizia. Si discute ma alla fine nessuno si oppone. Tutti votano a favore. E il Presidente l’annuncia in conferenza stampa.
La mattina dopo però la Dadone, ignota ai più, avanza l’ipotesi delle dimissioni dei ministri pentastellati “se non ci saranno miglioramenti” al testo della Cartabia. E poi, serafica, nel pomeriggio corregge il tiro: “non è nel mio stile minacciare ma dialogare e confrontarci…”.
Evidentemente le dovrebbe essere arrivata una telefonatina. Di Conte?
Ma veniamo a Matteo Salvini che secondo un’immagine piuttosto ambigua fatta circolare sui social dal suo ufficio stampa si sarebbe vaccinato.
Ma è così? Lo schiaffone assestatogli pubblicamente da Draghi in conferenza stampa ha convinto il battagliero segretario della Lega a farsi inoculare l’anti Covid? Uno schiaffone molto simile a quello che gli aveva dato Giuseppe Conte nel dibattito al Senato dopo la crisi annunciata nell’agosto di due anni fa al Papeete?
Effettivamente la foto è “volutamente” poco chiara: dice e non dice. Il colmo, per un personaggio come Salvini che ci ha abituati a parole forti e chiare, e che quindi ingenera non pochi dubbi: si è vaccinato o ci ha preso tutti in giro, e con noi … il Presidente del Consiglio che lo aveva … bacchettato?
E qui soccorre, ancora una volta, una vecchia volpe della politica della Prima Repubblica: A pensar male si fa peccato ma…
(PdA – 24 luglio 2021)

Vaccini e Giustizia, Salvini e Conte costretti a ingoiare il rospo
Alla fine – prima “compari” di governo e l’anno dopo “duellanti” – Matteo Salvini e Giuseppe Conte sono stati ridotti al silenzio.       Come due scolaretti che disturbano la classe lanciandosi aeroplanini di carta, il “maestro” Mario Draghi li ha messi al muro.
Il segretario della Lega si è dovuto mordere la lingua per non replicare alle bordate severe indirizzate dal Presidente del Consiglio a lui e a Giorgia Meloni contrari alla certificazione verde e ambigui sulla necessità di vaccinarsi.
Salvini si è limitato a far ringhiare qualche fedelissimo, attento però a tenerlo ben stretto al guinzaglio. Conte ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco ed accettare sulla giustizia solo qualche ritocchino – tanto per salvare la faccia a Bonafede e ai suoi Ministri che in Consiglio avevano votato la riforma della Cartabia – ma portando a casa l’importante riconoscimento di Capo dei Cinque Stelle. E per il Gruppo parlamentare più numeroso di questa Legislatura non è poco!
Se il vincitore indiscusso di questa prima vera prova di forza resta il Presidente del Consiglio, chi ne esce con le ossa rotte è Salvini che, con l’ingresso di Conte, rischia di vedersi appannata l’immagine di interlocutore privilegiato di un Governo del “quasi tutti dentro”.
Anche perché i numeri in Parlamento contano più dei sondaggi, comunque per lui sempre più impietosi, a favore della silenziosa ma rampante Giorgia Meloni.
(PdA – 23 luglio 2021)

Per Salvini esiste anche la legittima difesa “accidentale
Prima “guardiano” inflessibile dei porti contro i barconi dei migranti, poi “degustatore” a tempo perso (in agosto) del mojito, quindi “testimonial” di crocefissi e vangeli, di recente virologo ed ora anche “fine giurista”. La parabola, per ora solo ascendente, di Matteo Salvini, non finisce di stupire e ci si illudeva si fermasse all’anatema di una siringa che seguisse, come la nuvoletta di Fantozzi, i ragazzi recalcitranti al vaccino.
Ci si era sbagliati. L’uccisione ieri a Voghera di un marocchino, beccato dallo sceriffo-assessore della città a importunare i frequentatori di un bar, ci regala l’immagine di un Salvini “anche” fine giurista.
Molto presto il Parlamento – impegnato in questi giorni in una controversa riforma della giustizia – sarà chiamato a pronunciarsi su due nuove fattispecie giuridiche: la difesa è “sempre” legittima, senza se e senza ma, e la legittima difesa “accidentale”.
La tesi del segretario della Lega per il quale la “difesa è sempre legittima” era nota. La novità sta in quell’aggettivo che l’accompagna: “legittima”.  
Per la Bestia non ha alcuna rilevanza che lo sceriffo-assessore girasse per la città armato; non si chiede perché la pistola regolarmente denunciata avesse un colpo in canna; non ha importanza che il marocchino lo avesse spintonato e fatto cadere per terra. La difesa è stata legittima e soprattutto “accidentale” ed è ininfluente sapere perché l’omicida, prima di cadere, avesse in mano l’arma da cui è partito “accidentalmente” il colpo mortale.
Una curiosità può spiegare i nostri dubbi: l’assassino è della Lega e il morto un immigrato di colore!

(PdA – 22 luglio 2021)

60 bimbi in isolamento smascherano Salvini “falso medico”
“È dimostrato che l’obbligo vaccinale per i 12/15enni è una follia, va contro la scienza. Terrorizzare milioni di ragazzi è veramente meschino”. A parlare con questa sicurezza non è un virologo ma Matteo Salvini, evidentemente…desideroso di “arricchire” il suo curriculum con una cattedra in medicina, vista la sicurezza con la quale “pontifica” in un campo che lo trova del tutto estraneo alla sua attività.
Ma il segretario della Lega è così. Non usa mezzi termini. Non invita a non vaccinare i bambini ma va giù duro e dice: “non massacriamo i bambini”. Ricorda tanto i suoi “anatemi” contro i migranti che cercavano di sbarcare sulle nostre coste. Eppure, su quei barconi c’erano anche migliaia di bambini, molti dei quali venivano inghiottiti dalla furia delle acque. Ma per loro la Bestia non ha mai mostrato alcuna “pietas”. Non erano bambini “nostri”.
Bene, il “dottor” Salvini sostiene che la vaccinazione dei ragazzi “è una follia”. Peccato che a stretto giro sia stato smentito, nei fatti, da una notizia che giunge da Roma: “Dalla Balduina al Primo Municipio si moltiplicano i casi di contagio tra i piccoli che accusano febbre, spossatezza e mal di gola. Temiamo – dicono i pediatri – si tratti della variabile Delta”. E infatti l’andamento del virus, che da almeno due settimane ha colpito il Lazio, non risparmia i più piccoli. Sarebbe interessante sapere a questo punto cosa dice il “mancato” dottor Salvini di fronte ad episodi che a Roma si stanno moltiplicando.
In un botta e risposta con Zingaretti, la Bestia lo invita “a collegare il cervello alla bocca”. Un invito, visti i fatti, che farebbe bene rivolgere a sé stesso”.

(PdA – 21 luglio 2021)

La corsa ai “Civici” dimostra il fallimento della politica
Più che una moda è diventata una necessità. La politica, sputtanata, non fa più breccia nell’elettorato e si ricorre allora al “candidato civico” con la speranza che il nome o l’attività del “prescelto”, come specchietto per le allodole, attiri consensi che gli “Eletti” (per dirla con Grillo) in questi anni hanno perso.
Manca la controprova ma non è detto che nel 2020 in Emilia Romagna Stefano Bonaccini avrebbe ottenuto ugualmente il 51,42 per cento se per tutta la campagna elettorale non avesse “nascosto” il simbolo del Partito di appartenenza: quel PD che ottenne invece un più modesto 34,69 per cento. E la lezione l’hanno capita molti dei candidati sindaci alla tornata amministrativa del prossimo autunno.
Eclatante il caso di Roma dove i cartelloni pubblicitari di Gualtieri, Raggi, Michetti e Calenda “nascondono” il simbolo del Partito che li ha candidati.
Passi per il sindaco uscente che ha deciso di ripresentarsi in opposizione al suo Movimento che, solo in un secondo momento, ha deciso di appoggiarla, ma il discorso cambia per Roberto Gualtieri.
Ma come!!! Vinci le Primarie del PD, sei un suo iscritto, con quella maglietta sei andato al Parlamento Europeo, nel Conte2 hai ricoperto l’incarico di Ministro dell’Economia, e a Roma vuoi far credere che sei figlio di nessuno?
Roberto! Sei del PD. Lo sanno i giornalisti che per anni ti hanno intervistato, i talk dei quali sei stato ospite, i cittadini che si sono abituati al tuo bel faccione… Menomale che ti candidi a Roma perché a Napoli direbbero “Ccà nisciuno è fesso”!
(PdA – 14 luglio 2021)

Renzi, il ddl Zen e gli influencer: una battaglia senza storia
L’incauto Renzi non si è “tenuto” ed ha incrociato la spada della polemica con la Ferragni e Fedez. “Galeotto” il ddl Zan e il voltafaccia di Italia Viva: voto favorevole alla Camera ma non al Senato.
Alla nota influencer che aveva bollato il “no” dei renziani a Palazzo Madama con un “che schifo che fate voi politici”, il Bullo fiorentino è salito in cattedra per ricordare, come sempre afferma,  che “la politica è una cosa seria e faticosa” e che le parole della Ferragni hanno il sapore del “qualunquismo”.
Al vetriolo la replica di Fedez che fa suo lo storico “stai sereno” di Renzi al quale ricorda che “c’è tempo per spiegare quanto sei bravo, Matteo, a fare la pipì sulla testa degli italiani dicendo che è pioggia”.
Effettivamente Renzi nel “botta e risposta” con la Ferragni – alla quale si rivolge con il titolo di “dottoressa” – si era spocchiosamente esercitato in una specie di “lectio magistralis” invitandola a “studiare” e a confrontarsi sugli articoli 1, 4 e 7 del disegno di legge e sugli emendamenti di Scalfarotto, su come funziona il voto segreto al Senato ai sensi dell’articolo 113.4 del Regolamento, e ad un “dibattito pubblico dove vuole e come vuole”.
Uno sfoggio di cultura parlamentare, quello del segretario di Italia Viva, un po’ eccessivo. Ma quando il caratteraccio, da lui stesso più volte riconosciuto, non t’aiuta…
(PdA – 6 luglio 2021

Ddl Zan, ciambella di salvataggio per Renzi
Che cosa non si fa, anche in politica,  per rimanere a galla e la “commedia” grillina di questi giorni ne è una conferma! Ma a nuotare in acque agitate non sono solo i 5 Stelle. Il taglio dei parlamentari previsto dalla nuova legge elettorale costringe i più incerti a veri esercizi di acrobazia. Il semestre bianco è alle porte e quindi per molti il “redde rationem” ci sarà dopo l’elezione del nuovo Inquilino del Colle o, più verosimilmente, nel 2023. Ma…è meglio muoversi per tempo.
Al momento, in mare, ci sono solo due “ONG” in grado di raccogliere i possibili naufraghi: il Partito della Meloni e quello di Matteo Salvini. Ma c’è un altro Matteo (Renzi) che cerca di salvare il suo “barchino”. Ora, che ci sia chi salti dalla “zattera” di Forza Italia alla Lega, è plausibile. Ma che questo lo si tenti anche dalla “scialuppa” di Matteo Renzi ha dell’incredibile.
Sì. Quel Renzi che, solo due anni fa, spinse il PD ad un’alleanza “innaturale” con il Movimento di Grillo (salvo “ingegnarsi” poi ad affossarla) pur di evitare che l’altro Matteo (Salvini) andasse alle elezioni per trasferirsi, vincitore, dalla “Padania” a Palazzo Chigi. Ed invece – alla faccia della coerenza che nel Bullo fiorentino ha sempre fatto difetto – assistiamo ad un tentativo disperato di restare a galla.
Il Matteo di Rignano sta gettando le basi per un’alleanza con il Matteo lumbard. La ciambella di salvataggio è il ddl Zan votato dai renziani alla Camera ma messo in discussione al Senato, con un’intesa “politica” proprio con la Lega. Intesa prodroma della possibile creazione di un’area di Centro con Lega e FI, in grado di attirare i voti dei moderati.
Come dire: quando si sta per affogare, e sotto il 2 per cento è difficile restare a galla (a meno che…)  – ogni salvagente è buono!
(PdA – 5 luglio 2021)

Malika e i social, da osannata a condannata il passo è breve
Chi è Malika? Una operaia di Castelfiorentino in cassa integrazione che un giorno ha il coraggio di confessare la sua omosessualità. Una vicenda privata? Affatto. La storia finisce sui social. E così si viene a sapere che i genitori non l’hanno presa bene, per usare un eufemismo, e in meno di 24 ore l’hanno buttata fuori di casa senza un soldo e senza neppure un cambio di biancheria.
Della vicenda si occupa la Procura di Firenze e sulla rete si apre una gara di solidarietà che presto raccoglie ben 140 mila euro. Si vuole consentire alla ragazza, senza più punti di riferimento familiari, di non sentirsi sola e soprattutto metterla in grado di superare le inevitabili difficoltà economiche.
Ma la bella storia non finisce qui. Malika si trasferisce a Milano, viene invitata ad alcune trasmissioni televisive e in un video compare alla guida di una Mercedes. Usata, vero. Ma costata 17 mila euro.  Si viene anche a sapere che, come supporto psicologico, la ragazza che vive sola a Milano si è regalata un cane: non un bastardino trovatello bisognoso di affetto come lei, ma di razza, pagandolo 2.500 euro.
Si scatena il finimondo, sempre sui social, che pure l’avevano “eletta” a vittima di una storia familiare di discriminazione sessuale.
Vero che le donazioni di chi voleva aiutarla erano senza condizioni e che quindi Malika, con quei soldi, ci poteva fare quello che voleva. Ma la Mercedes e il cagnolino di razza, per un’operaia in cassa integrazione, anche se omosessuale, no. E da allora le espressioni di benevolenza si sono trasformate in indignazione. Sempre sui social.
(PdA – 4 luglio 2021)

Se la Meloni scavalca Salvini … (ma è un sondaggio!)
Chiariamo subito che i sondaggi restano sondaggi e lasciano il tempo che trovano. Ma quello che oggi assegna il primo posto a Fratelli d’Italia è una notizia. Anzi “la” notizia. E legittima qualche domanda a Matteo Salvini. Lui fa spallucce. Vero, domani potrebbe esserci un controsorpasso. E la verità la potremo appurare solo quando – verosimilmente – nel 2023 andremo a votare.
Eppure, chi perde nei sondaggi – in appena due anni – quasi venti punti, si dovrà pure interrogare sui motivi di questo “tonfo”. 
Furono proprio i sondaggi che, nell’estate 2019, lo portarono a mandare a casa il Conte1 con il miraggio di nuove elezioni e dei “pieni poteri”. Ma, dal Papeete fino ad oggi, la Lega di Matteo Salvini ha continuato a perdere punti fino a cedere il primo posto a Giorgia Meloni.
E forse l’improvvisa idea di federarsi con Forza Italia nasce proprio dal calcolo di qualche “ragiunatt” lombardo:se la federazione vincesse le elezioni, le toccherebbe esprimere il Presidente del Consiglio, cioè Salvini.
Se invece ciascuno rimanesse per suo conto e il voto confermasse i sondaggi di oggi, andrebbe a Giorgia Meloni l’incarico di guidare il governo.
D’accordo, sono sondaggi. Ma Salvini si deve mettere d’accordo con sé stesso e dirci se i sondaggi valgono sempre o solo quando sono a lui favorevoli. È stato sulla base dei sondaggi, che lo davano intorno al 37/38 per cento, che due anni fa ha deciso la crisi di governo per andare al voto. Se oggi i sondaggi gli assegnano il secondo posto, perché studiare l’escamotage della Federazione? Della serie: voglio Palazzo Chigi. E basta!

(PdA – 30 giugno 2021)

La “scudisciata” della Cartabia ai giudici
È passata quasi sotto silenzio, anche da parte di molti media e della stessa Magistratura, la “scudisciata” che il Ministro della Giustizia Marta Cartabia ha assestato ai giudici denunciando senza messi termini una “crisi di credibilità e di fiducia” da parte dei cittadini. Sono parole estremamente dure, soprattutto perché vengono da un ex presidente della Corte Costituzionale ed uno dei più autorevoli candidati alla successione di Mattarella al Quirinale.
Addirittura la Cartabia non chiede ai giudici di “avere statura”, il che sarebbe normale, ma  di “TORNARE” ad avere “quella statura che la Costituzione chiede loro nel momento del giuramento”. Sembrano lontani i tempi quando in via Arenula si alternavano esponenti di partito che non avrebbero avuto “titoli” per rivolgere un appello di questo tenore.
Anche la sede e l’occasione scelti dal Ministro non sono sembrati casuali: la Sicilia e il ricordo del giudice Rosario Livatino ucciso a soli 38 anni  e da poco proclamato Beato. Un magistrato assassinato per aver esercitato la professione con quella “dignità” e quell’ “onore” richiesti espressamente dalla Costituzione.
Ed è quello che il Ministro chiede ai giudici: di “essere e apparire sempre” magistrati “degni” della toga che indossano.
Un messaggio chiaro, quello di Marta Cartabia, in particolare quando ricorda alla categoria che l’indipendenza del giudice “è nella credibilità che il giudice riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni e in ogni momento della sua attività”.

(PdA – 23 giugno 2021)

Salvini, sì alla federazione, no al partito unico. Perché?
“Un conto è federare, fare emendamenti comuni, altro è mischiare partiti dalla sera alla mattina. Fondare un nuovo partito non interessa a nessuno”. Matteo Salvini non aspetta 24 ore per bocciare la proposta di Silvio Berlusconi ma, per non polemizzare direttamente con il fondatore di Forza Italia, butta la palla in tribuna e “attacca” Giuseppe Conte che in questa disputa, tutta interna al centro destra, non c’entra un fico secco. “I giochini come quelli dell’ex presidente del consiglio – dice – mi interessano poco”. Solo che Conte a Salvini non ha proposto alcun “giochino”. Il partito unico è un copyright del Cavaliere, e non da ora.
Ma perché, dopo aver proposto una federazione, che potrebbe essere l’anticamera del partito unico, Salvini respinge l’idea di una fusione con Forza Italia?
Molto probabilmente il mancato (per ora) Federatore si è fatto alcuni conti e si è accorto che la riforma elettorale decimerà di un terzo il nuovo Parlamento per cui è meglio non toccare gli attuali equilibri: ognuno pensi al proprio Partito.
Diverso il discorso sulla premiership: Se alle prossime elezioni la Federazione tra Lega e Forza Italia dovesse avere più voti,  Giorgia Meloni contribuirà alla nuova maggioranza ma non potrà avere la guida del Governo.
Ma c’è un altro motivo che ha sconsigliato Salvini dal partito unico. A gennaio si voterà per il nuovo inquilino del Colle e il segretario della Lega preferisce le mani libere per appoggiare questo o quel candidato.
Con il partito unico sarebbe invece più difficile stoppare un’eventuale candidatura di Berlusconi che, a partire dalla quarta votazione, avrebbe i numeri per essere eletto.
Salvini ha il diploma di liceo classico ma, se fosse un contadino, si direbbe “scarpe grosse cervello fino”.
(PdA – 16 giugno 2021)

Le scuse all’ex sindaco di Lodi? Un bel cambiamento
La Politica che chiede pubblicamente scusa è una novità, una sorprendente lezione di etica, anche per i media, dopo che per decenni abbiamo assistito, ben prima delle sentenze, all’utilizzo della gogna come strumento di campagna elettorale o, peggio, di lotta politica.
La lettera di scuse di Luigi Di Maio all’ex sindaco di Lodi, Simone Uggetti, assolto in appello dall’accusa di turbativa d’asta, va in questa direzione ma merita una triplice riflessione: sul linciaggio politico ma anche mediatico innanzitutto, sui tempi della giustizia e, infine, sugli errori di alcuni magistrati e sulle loro ricadute.
Basti pensare all’assoluzione, dopo ben nove anni, dell’ex Ministro della Giustizia Clemente Mastella. Era il 16 gennaio 2008 quando l’allora Guardasigilli rassegnò le dimissioni in un’aula trasformatasi in un Tribunale del Popolo, con i banchi del governo vuoti, quasi a prenderne le distanze, e i giornali e i talk televisivi ad anticipare sentenze di colpevolezza.
Ebbene, la Giustizia molto lentamente fece il suo corso e alla fine Mastella fu assolto. Ma nel frattempo un Ministro si era dimesso, un piccolo Partito (l’Udeur) venne sciolto, i suoi dipendenti finirono senza lavoro, cadde il Governo di centro-sinistra (Prodi2), si chiuse in anticipo la Legislatura e le elezioni anticipate ribaltarono le “forze” in campo portando alla nascita di una maggioranza di centro-destra.
Allora – e qui sta la differenza con l’iniziativa di Di Maio – nessuno chiese pubblicamente scusa a Mastella, ai parlamentari di quel Partito, ai dipendenti rimasti senza lavoro dall’oggi al domani. E tutto proseguì come se nulla fosse accaduto…
Sembra che il giustizialismo dei Davigo, che pensa non esistano innocenti ma solo colpevoli che non sono stati ancora scoperti, lasci il posto al garantismo. Come dire: meglio tardi che mai!
Ed ora è auspicabile un altro passo per una giustizia “più giusta”, cioè meno lenta: per tutti, ma soprattutto per chi ricopre cariche pubbliche. Il cittadino ha il diritto di sapere, non in tempi biblici, se un suo rappresentante è colpevole o innocente. E chi è stato eletto dal popolo deve essere messo in condizione di rispondere del suo operato senza la condanna di un tempo che tutto soffoca: responsabilità ma anche ingiustizie.
(PdA – 30 maggio 2021)

Salvini: dalle felpe al gilet
Matteo Salvini cambia look ma …solo quello. Il segretario della Lega ha dismesso le felpe e – da quando è entrato “da suggeritore esterno” nel Governo di supposta unità nazionale con ben tre ministri, sia pure di non sua stretta osservanza – è passato al gilet. Un capo di abbigliamento elegante se viene indossato sotto la giacca. Diversamente… Salvini infatti l’ama poco e, quando la porta, preferisce tenerla sportivamente su una sola spalla. Altro cambiamento, forse fino all’inizio ufficiale della campagna elettorale per le amministrative del prossimo autunno, riguarda l’abolizione del rituale di rosari, crocefissi e vangeli che accompagnavano i suoi comizi.
Per il resto, tutto come prima: faccione a tutto tondo tendente all’ovale, spesso inespressivo, che il Capitano muove leggermente in segno di approvazione o di diniego verso il suo interlocutore. Un po’ come quei cagnolini che in anni passati gli automobilisti mettevano davanti al lunotto posteriore della loro vettura. E poi due mani, grandi come pale, che nelle interviste il Nostro spalanca, o chiude davanti al petto, quasi in preghiera, con le solite frasi che meccanicamente ripete a mo’ di litania: “La Lega c’è e non si tira indietro…”, “Siamo leali con Draghi…”, “lo sosterremo con convinzione per il Quirinale”, “Noi uniti e centrosinistra diviso…”, “Io lavoro per l’Italia…”, “non sarà questa maggioranza a riformare giustizia e fisco…”. E poi frasi a difesa del Nord produttivo, stop alle cartelle esattoriali, priorità a lavoro e salute.
Salvini rientra in quella categoria di politici della cosiddetta seconda Repubblica abituati ad un solo schema di gioco che applicano in ogni situazione: clamore mediatico, strappi, stop and go, frasi fatte,  impermeabilità alle mediazione. Diversamente…. il nulla.

(PdA – 26 maggio 2021)

Zampa, uscita dalla porta e rientrata dalla finestra
Evidentemente a casa non sa restare. Sottosegretaria alla salute nel Conte2, non è stata confermata da Mario Draghi nel suo Governo di “supposta” unità nazionale. Ma il ministro Roberto Speranza l’ha riportata come Consulente nel suo Dicastero. Si tratta dell’onorevole Sandra Zampa, storica collaboratrice di Romano Prodi che, dal 18 marzo, è responsabile degli aspetti comunicativi relativi alle relazioni internazionali e alle attività istituzionali del Ministero della Salute. Una formula abbastanza complessa per dire più semplicemente che si occuperà di “comunicazione”. Ed è in questa veste che Sandra Zampa, intervistata dal Messaggero, ci dà due notizie: l’obbligo vaccinale con un milione di dosi al giorno e la ridefinizione dei rapporti tra Stato e Regioni.
Solo che la consulente di Speranza ce li annuncia in termini un po’… prodiani, meno ultimativi: “Se alla fine i dati delle somministrazioni non dovessero essere soddisfacenti, occorrerebbe aprire una riflessione sull’obbligo di vaccinazione senza nessuna caccia alle streghe”. Come conciliare l’“obbligo” evitando la “caccia alle streghe” però non lo dice, rinviando una possibile soluzione alla parola “riflessione”.
Anche sull’eventualità di ridefinire i rapporti tra Stato e Regioni, l’ex sottosegretaria alla Sanità ricorre al classico “bastone e carota”, escludendo un “processo” alle Regioni ma premettendo che con la pandemia alle spalle bisognerà rivedere il Titolo Quinto della Costituzione per riportare alcuni poteri a Roma.
Una riforma voluta dal centrosinistra alla vigilia delle elezioni del 2001 e studiata per togliere voti alla Lega, ma che si è rivelata un grosso errore accentuando tra l’altro la conflittualità con lo Stato centrale cui ora, checché dica la Zampa, sarà difficile porre rimedio.
(PdA – 23 maggio 2021)

Letta sbaglia a…”salvinizzarsi”
L’idea di Enrico Letta di una “dote” di 10.000 euro per i diciottenni di famiglie con reddito medio basso, da finanziare con un 1%  sulla tassa di successione, è tutt’altro da scartare come fa la Destra. Ma è sbagliata nelle modalità e nella tempistica.
Avanzata come ha fatto il segretario del PD, affidandosi ad un’intervista su Sette, sembra più che altro una “proposta-spot” che assomiglia tanto alle provocazioni di Matteo Salvini, abilissimo nella politica degli annunci come quando “anticipa” misure già decise dal Governo dandone notizia come una “cosa sua”. Sono “maramaldate” che Letta soffre e cerca di smascherare. Ma è un errore inseguirlo su di un terreno che l’avversario leghista conosce e sa gestire meglio di altri.
Tra le riforme necessarie a rilanciare il Paese c’è anche quella del fisco. Ed è in quella sede, quando se ne discuterà il testo, che Letta avrebbe dovuto avanzare la sua proposta.
Il segretario del PD ha inanellato solo un gelido stop di Mario Draghi (“non è questo il momento di prendere…”) , un  rifiuto scontato dei Partiti di destra e suscitato perplessità anche in una parte della componente renziana rimasta nel Partito.
Ma si è reso conto, Letta, che tra qualche mese si voterà in importanti capitali come Roma, Milano, Torino e Napoli e che il voto, più che amministrativo, sarà politico? Al segretario del PD, teso a contestare le bandierine identitarie di Salvini, evidentemente è scappato il piede dalla frizione non rendendosi conto di aver offerto un insperato “assist” agli avversari che ne faranno uno dei cavalli di battaglia della loro campagna elettorale. Davvero crede che così i diciottenni lo voteranno?
(PdA – 21 maggio 2021)

La Meloni “agita” i sonni di Salvini e Letta
Si dice che tra i due litiganti il terzo goda. Ed è quello che sta avvenendo tra Matteo Salvini ed Enrico Letta, intenti a piantare bandierine identitarie, apparentemente utili al proprio tornaconto elettorale, mentre indisturbata avanza Giorgia Meloni che nei sondaggi si posiziona, per ora, al secondo posto, dietro la Lega e davanti al PD. Di fatto nella Destra si è aperta una “guerra” di leadership tra chi è al governo e chi invece ha preferito restare all’opposizione.
Costretto ad entrare nell’Esecutivo di unità nazionale soprattutto dall’imprenditoria del nord, il Capitano ha mostrato di soffrire questa scelta “di governo di lotta” che in soli tre mesi gli ha fatto perdere due punti scendendo dal 23,7  al 21,7 per cento mentre il Partito della Meloni, sondaggio dopo sondaggio,  lo incalza finendo per rendere credibile l’ipotesi di un sorpasso.
È evidente che l’idea di perdere la leadership inquieta molto Matteo Salvini che potrebbe “sganciarsi” dal governo soltanto mandando Draghi al Quirinale e chiedendo, subito dopo, un ritorno anticipato alle urne.
Ma qui per il Lumbard si potrebbe aprire un altro e più serio  problema: nella nuova Camera arriveranno solo 400 deputati e a Palazzo Madama gli eletti saranno 200. Quanti parlamentari potranno assecondare la sua richiesta di lasciare il seggio con un anno di anticipo e senza la garanzia di essere rieletti?
Ma anche nel PD la situazione non è tranquilla e il sorpasso di Fratelli d’Italia apre molti interrogativi sulla strategia di Enrico Letta. Ci si chiede, per esempio, se questo continuo “botta e risposta” con il segretario della Lega non sia sterile. Anche perché a Palazzo Chigi siede un personaggio di grande carisma e “impermeabile” alle “lamentele” di questo o di quello. Draghi non si scompone, ascolta tutti ma poi, avendo una grande capacità di sintesi, decide. E decide esclusivamente per il bene del Paese.
Qualcuno nel PD osserva che con le buone maniere ed il parlar forbito non si va da nessuna parte. Se Salvini “mena” con la clava e ricorre a colpi bassi non gli si può rispondere con il fioretto.
Emblematico il tentativo della Lega di intestarsi le riaperture. Non è così. Va ricordato forte e chiaro che è risultata vincente l’impostazione del “rischio ragionato”, centrata sulla gradualità e sui vaccini, voluta dal Premier e sostenuta dal PD contro chi, proprio come Salvini, chiedeva da settimane di ignorare i dati scientifici per andare subito ad un “liberi tutti”.
Quel Salvini, va ricordato, che lo scorso anno contestava la linea della prudenza e girava ostentatamente senza mascherina e senza osservare le necessarie misure di distanziamento.
Queste, per molti al Nazareno, sono le cose da ricordare continuamente con forza, senza farsi irretire nell’estenuante pingpong leghista. “Le nostre proposte – dicono nel PD – portiamole avanti con fermezza, a testa alta e senza esitazioni”.
(PdA – 19 maggio 2021)

Al Colle si può esser eletti anche se non si è parlamentari, e Veltroni lo sa
Non tutti sanno – ma non Walter Veltroni – che alla Presidenza della Repubblica si può essere eletti anche da semplici cittadini. Oddio, non è che il dedalo di viuzze che a Roma fa da corona al Quirinale brulichino di cittadini … in corsa per il Colle. Ma non per Veltroni che vanta un curriculum di tutto rispetto, una segreta ambizione e un grande fiuto per la comunicazione.
Da ex politico navigato, Veltroni sa bene di non essere oggi in corsa “ma anche” (per usare una sua storica formula) sa che per andare al Quirinale bisogna prepararsi per tempo, cercando un consenso mediatico e bipartisan, senza però dare troppo nell’occhio, farsi quasi invisibili in vista dello sprint finale quando Mattarella avrà confermato la sua volontà di lasciare, e la situazione – tra veti e contro veti – s’impantanasse.
Di qui il suo attivismo letterario che ne supporta l’immagine in modo che, qualora i giochi politici di Palazzo andassero in stallo, il suo nome potrebbe rivelarsi quello giusto.
In questi ultimi dodici mesi, Veltroni ha scritto una sessantina di articoli per il Corriere della Sera sugli argomenti più vari, che si aggiungono ad una ricca produzione di film e documentari, e a ben cinque libri di editori diversi.
Con l’ultimo, “Il caso Moro e la prima Repubblica”, l’autore sta facendo il giro delle sette chiese, tra ospitate televisive e interviste sui giornali. Ne sorprende la… tempistica, “ma anche” la totale assenza di novità sul più efferato atto di guerra del terrorismo: Il sequestro e l’uccisione di Moro e della sua scorta. Nel senso che il libro non aggiunge nulla a quanto già non si conosca e tutti gli interrogativi restano ancora in piedi.
Veltroni ci ripete che Moro fu rapito “esclusivamente” da un comando delle Brigate Rosse e che furono le Brigate Rosse “materialmente” ad ucciderlo. Anche se nei 55 giorni di prigionia si inserirono soggetti esterni contrari alla liberazione dello Statista democristiano.
Per un motivo o per un altro – ma anche questo è noto – sovietici e americani erano contrari alla politica di Moro, alla solidarietà nazionale e al compromesso storico, e lo volevano morto.
E allora, qual è il valore aggiunto, di analisi e di notizie, di questo libro? Perché esce a pochi mesi dall’inizio del semestre bianco e senza nuovi elementi?
Se Mattarella si convincerà della necessità, in questa delicata situazione sanitaria ed economica, di dare una mano al governo, lo sforzo di Walter Veltroni si rivelerà solo un’ennesima fatica letteraria. In caso diverso i Partiti avranno un altro nome, di prestigio, su cui confrontarsi.
(PdA – 14 maggio 2021)

Il “rottamatore” Renzi rispolvera Casini per il Colle
Da non crederci! Matteo Renzi, il rottamatore di Massimo D’Alema e di una buona parte parte del vecchio PD, il “patron” del governo con i Grillini, l’inventore di “Italia Viva” oggi al 2%, il killer politico del Conte2, non riesce a restare nell’ombra soprattutto ora che al Nazareno è arrivato Enrico Letta.
Al grido “Noi facciamo politica”, il Bulletto toscano si sta ingegnando su come danneggiare ancora il suo (si fa per dire) vecchio Partito. L’assunto è che Mattarella insista nel non volere un secondo mandato per la Presidenza della Repubblica.
In questo caso, si chiede l’astuto Renzi, come far saltare i piani di Enrico Letta? Come frenare le ambizioni di Franceschini? Come “fottere” Walter Veltroni che si sta muovendo nell’ombra con il favore di giornali e televisioni? E soprattutto come sabotare un eventuale accordo PD – Cinque stelle?
Semplice per chi alla politica si è avvicinato giocando alla “Ruota della fortuna”. Tra un weekend con i Sauditi ed una sosta in un autogrill per gustare i Babbi (cioccolatini di cui si dice ghiotto), Matteo Renzi getta le basi per la candidatura di un politico di lungo corso: Pierferdinando Casini.
Un tempo, senza molti complimenti, lo avrebbe inserito tra i “suoi”… rottamand,i ma oggi gli fa comodo riesumarlo e buttarlo tra le gambe di Letta e di Conte. Poi magari, tra una votazione e l’altra, fa un salto in Arabia Saudita…..
“Noi facciamo politica”, ama ripetere a chi lo accusa di cinismo e di spregiudicatezza.

(PdA – 13 maggio 2021)

Blocco navale: dalla Meloni un aiuto a Draghi
Dall’opposizione Giorgia Meloni dà una mano al Presidente del Consiglio Mario Draghi per bloccare l’arrivo sulle nostre coste di 70 mila immigrati irregolari e, ad un tempo, dare lavoro a migliaia di giovani italiani in cerca di occupazione.
Da quest’estate migliaia di ragazzi o studenti in vacanza saranno impegnati in acque internazionali a controllare con gommoni, pattini e moto d’acqua i 1.800 chilometri delle coste libiche da dove salpano i “barconi della speranza” per approdare nelle nostre acque.
È la carta che la Presidente di Fratelli d’Italia, nei sondaggi sempre pericolosamente incalzante sulle spalle di Matteo Salvini, si gioca per dimostrare che, se realmente lo si vuole, il blocco navale da lei più volte invocato è possibile.
Ovvio, le navi della nostra Marina Militare sono insufficienti per “pattugliare” in maniera efficace le acque antistanti la Libia e non si farebbe in tempo, con i fondi del Recovery, a costruirne altre come si fece nell’ultima guerra. Aestas premit
La proposta verrà ufficializzata a Mario Draghi nei prossimi giorni, non appena il Presidente del Consiglio si sarà liberato dai ripetuti incontri che, su questo e su quello, continuamente gli sollecita il segretario della Lega.
Resta un problema che Palazzo Chigi sta cercando di risolvere: impedire che l’on. Meloni e il Sen. Salvini s’incontrino o, peggio, si scontrino.

(PdA – 11 maggio 2021)

Mara Cagol celebrata in un libro…e De Gasperi si rivolta nella tomba
“Figure femminili degne di nota e considerazione…”. Lo si legge nella prefazione di un libro della Provincia di Trento, “Trentatre Trentine”, destinato alle scuole medie.
Lo sfogliamo e leggiamo che una di queste donne “da celebrare” è Mara Cagol, moglie di Renato Curcio, una delle fondatrici delle Brigate Rosse e che creò la prima bandiera, inizialmente con stella gialla e la scritta “Portare l’attacco al cuore dello Stato”.
Allucinante!  De Gasperi si rivolterà nella tomba che, per sua fortuna, non è a Trento ma a Roma,  nella Chiesa di San Lorenzo fuori le Mura.
Alcune osservazioni:
– Con la Cagol, con Renato Curcio e con Alberto Franceschini  cominciò la storia più sanguinosa dell’Italia repubblicana.
– L’iniziativa è stata annunciata nello stesso giorno in cui si è celebrata la giornata della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi.
– Grave che Il  libro sia stato realizzato con soldi pubblici e da un’Università italiana.
– Della Giunta provinciale di Trento fa parte la Lega che ha contribuito a far vincere la Provincia agli autonomisti locali (Patt) e alla SVP.
– Tra le riforme necessarie vogliamo gettare un occhio a talune  “autonomie” di Regioni e Province?
(PdA – 11 maggio 2021)

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