Le “pietruzze”

I sassolini nelle scarpe di Pietro de Angelis

Pietro de Angelis

Green Pass: Draghi decide e Salvini…si allinea
Di tutta la composita maggioranza che lo forma, ancora una volta Matteo Salvini dimostra di essere il più fedele sostenitore di questo Governo. Sì, fa qualche bizza, ma poi… – come si dice – “can che abbaia non morde”.
Sui giornali del 9 settembre il segretario della Lega assicurava: “ho parlato con Draghi, non risulta nessuna estensione del green pass pubblico e privato”. Bene è passata una settimana e, zac!, il Presidente del Consiglio convoca di mattina la cabina di regia, nel pomeriggio il Consiglio dei Ministri e vara, con l’accordo anche dei ministri leghisti, il passaporto vaccinale “per il settore pubblico e privato”.
E questo nonostante, solo due mesi fa, Salvini definisse il green pass  una “cagata pazzesca” giurando, dopo l’ennesimo colloquio con Draghi, che non avremmo mai imitato la Francia.
Infatti… Una vera e propria “comica” per cui, invece di rifarsi al “Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche, è meglio citare il film  “Così parlò Bellavista” di Luciano De Crescenzo: per il Lumbard meno impegnativo e… più divertente.
Non è la prima volta che Salvini si avventura in assicurazioni puntualmente smentite dal Governo. Per cui ci si chiede se non ritenga maturi i tempi di cambiare cartomante e trovarne un’altra che, per non fargli fare figuracce, tenga conto dei cambiamenti nella Lega che di fatto lo sta mettendo nell’angolo, degli “umori” dei suoi Governatori e di un’imprenditoria del Nord che vive con l’incubo di nuovi lockdown e che aspetta il green pass come gli ebrei, per non morire, attendevano la manna dal cielo. Queste cose, Matteo Salvini, le conosce o i mojito del Papeete continuano a giocargli… brutti scherzi?
Ed ora? Spuntate da Draghi le frecce contro i ministri Speranza e Lamorgese, archiviata la polemica sul green pass secondo i “diktat” di Palazzo Chigi, come farà il Capitano a restare a galla e contenere lo scivolamento dei sondaggi verso Giorgia Meloni?
“Tranquilli”, assicura il segretario della Lega e rilancia la partita del nucleare in Lombardia. “Perché no?”, dice con l’appoggio di Fontana e della Moratti.
Di rigore la domanda: Ha cambiato cartomante o è la stessa dei “buffetti” di Palazzo Chigi in questi mesi?
(PdA – 16 settembre 2021)

Salvini in difficoltà, al Governo e nel partito
Una cosa Matteo Salvini dovrebbe capire: La Lega non è come la Democrazia Cristiana della Prima Repubblica in grado di tenere insieme, pur nelle loro diversità,   tutte le sue varie anime interne e lui non è Enrico Berlinguer capace di guidare un Partito Comunista che, pur non tradendo una storica linea di opposizione, contribuì con i governi di allora a sconfiggere il terrorismo.
Per dire che  il Partito di lotta e di governo o lo sai fare, oppure – per citare il Dante dell’Inferno – finirai tra color “c’hanno perduto il ben dell’intelletto”. Non si capirebbe diversamente la schizofrenia di una Lega che entra nel Governo per poi oscillare di continuo tra il richiamo di Fratelli d’Italia e  gli “schiaffi”, ovviamente metaforici, di Palazzo Chigi.
Una prima “bacchettata” Salvini se l’è presa il giorno d’insediamento del Governo con l’elogio della moneta unica e con la condanna del nazionalismo. Eravamo, allora, a febbraio ma ai primi di maggio un nuovo “schiaffone” ha riguardato il tema dell’immigrazione, quando Draghi disse che “nessuno deve essere lasciato solo nelle acque territoriali italiane”.
E come sorvolare – per restare solo ai casi più eclatanti – sulle dimissioni ottenute dal sottosegretario Claudio Durigon e  sulle parole con le quali più volte il Presidente del Consiglio ha difeso di Ministri della Salute e degli Interni? Di Speranza disse che le critiche  “non sono né fondate né giustificate” e della Lamorgese che “è brava e lavora bene”.
Due, in particolare, i problemi che impediscono al Segretario della Lega di stare con convinzione nella maggioranza governativa: il fiato sul collo di Giorgia Meloni che nei sondaggi lo ha stabilmente superato, e le divisioni interne del partito tra i Governatori portatori degli interessi dell’imprenditoria del nord e i Bagnai e i Borghi sensibili ai richiami dei no vax e comunque critici con Draghi. E poi ci sono i malumori fra i leghisti ortodossi cresciuti nel solco bossiano e alcuni esponenti del partito, come l’europarlamentare Francesca Donato, che con le loro uscite creano sconcerto e disappunto.
Anche così si spiega – in parte ma è un’aggravante – la gaffe televisiva del Segretario della Lega  secondo il quale “le varianti nascono come reazioni ai vaccini”. La replica del mondo della scienza è stata tranchant e secca: “Il senatore Salvini deve parlare delle cose che sa e non di cose orecchiate in giro”.
Un monito che difficilmente il “Nostro” ascolterà, soprattutto con un importante turno amministrativo alle porte. Poi, a seconda dei risultati, si vedrà.
(PdA – 12 settembre 2021)

Virginia Raggi come la DC del 1963
I guru della comunicazione, beninteso quella elettorale, non riescono a partorire slogan in grado di annullare i commenti, spesso al vetriolo, degli avversari. Lo è stato nella cosiddetta Prima Repubblica e continua ad esserlo in quelle che sono venute dopo.
Correva l’anno 1963 e ci si preparava alle elezioni politiche quando sui tabelloni elettorali e sui muri apparve un manifesto con una bella ragazza giovane, sorridente, vestita di bianco, con la scritta “la DC è maggiorenne”. Poche ore e sugli stessi muri, con la vernice rossa, gli avversari replicarono con un evidente doppio senso: “E’ ora di … fotterla”.
Il ricordo di quel colorito commento mi è venuto in mente guardando una bella immagine di Virginia Raggi sulle fiancate di alcuni autobus dell’ATAC, che tanti problemi hanno creato al Sindaco in questa consiliatura.
Il volto è bello, disteso, sorridente ma lo slogan – visti questi cinque anni – quanto di meno indicato: “Avanti con coraggio”.
Effettivamente, notano i critici, ci vuole coraggio a camminare per la città tra buche, eterni lavori in corso, montagne di immondizia, autobus che “prendono” fuoco, metropolitana infrequentabile e qualche…cinghialotto a spasso.
Sarebbe stato sufficiente, come mi suggerisce un vecchio giornalista esperto di marketing e di campagne elettorali, “volare” più basso e riconoscere le difficoltà di “aggredire” all’inizio una macchina  burocratica complicata come Roma. Bastava essere più realisti e scrivere in bell’evidenza “Tranquilli, ho studiato”.
E sempre a Roma non va meglio con gli altri candidati “di punta”. Prendiamo, ad esempio, Michetti chi? che, su uno dei suoi cartelloni pubblicitari, ironizza sull’essere ignoto ai più, seguito però da un presuntuoso “risolvo i problemi”. E chi sei, Cacini?, verrebbe da dire. E fa anche discutere questo suo “scappare” dai dibattiti.
Finora l’aspirante sindaco ha disertato due volte su due il confronto con i suoi avversari. Una prima volta “infastidito”, disse, per il botta e risposta tra i competitor. La seconda volta, sostiene, per “un appuntamento privato”. Resta il fatto che Enrico Michetti, bravo a parlare da solo dalla sua radio, sembra abbia qualche problema nei dibattiti pubblici
Attenzione: Il candidato a sindaco di Roma per il centrodestra, gli appuntamenti, non li evita, ci va ma poi, con una scusa più o meno plausibile, abbandona la scena. Un altro modo per farsi conoscere e far parlare di sé? “Mi si nota di più – recitava Nanni Moretti – se vado e me ne sto in disparte o se non vado per niente?”. Michetti va!
Meno impegnativi, forse perché fuori corsa, gli slogan-guida di Roberto Gualtieri (“Roma. E tutti noi”) con una replica al vetriolo di Carlo Calenda (“Vorrei ma non posso”) che invece, per quanto riguarda la sua persona, punta su serietà (“Roma, sul serio”) e competenza. Una competenza forse ostentata e saccente che difficilmente, stando ai sondaggi, lo porterà al ballottaggio.

(PdA – 11 settembre 2021)

Nuova campagna elettorale e vecchie bacheche di latta
Andiamo nello spazio, giriamo con un piccolo computer/telefono in tasca, le auto a benzina cedono il passo a quelle elettriche, viaggiamo sui treni ad alta velocità, i gettoni del telefono sono un ricordo dei più anziani ma alle vecchie bacheche, travolte dalla tecnologia al tempo dei social, non sappiamo rinunciare o, meglio, non ci fanno rinunciare.
Tra meno di un mese, il 3 e 4 ottobre, si torna a votare in importanti città come Milano, Torino e Napoli, ed anche a Roma ricompaiono gli inutili tabelloni, un tempo affastellati di manifesti dei vari partiti ma oggi vuoti e tristi nella loro solitudine.
I partiti pagavano intere squadre di attacchini che, soprattutto di notte, si scontravano per incollare manifesti e locandine che poco dopo venivano staccati dagli avversari e sostituiti da quelli dei loro partiti. Così come le caselle delle poste dei nostri palazzi venivano riempite di “santini” colorati dei vari candidati con le loro foto e i relativi curricula.
Ed erano bei soldini per le tipografie che in quei mesi di propaganda elettorale lavoravano a ritmo incessante giorno e notte e i Partiti se le accaparravano, anche per creare disagi agli avversari. Una delle più note, allora, la A.BE.TE grafica si sviluppa in quegli anni e viene di fatto monopolizzata dalla DC.
La legge sulle affissioni risale al 1956, quando ancora non c’era l’autostrada del sole, la televisione era in bianco e nero e con un solo canale. Ma nessuno ha mai pensato di modificarla o, addirittura, di abolirla, ora che il confronto politico si è spostato sui talk e sui social.
E così per mesi (perché i tabelloni non saranno subito rimossi a consultazione avvenuta) i marciapiedi ed i parchi vengono bucati per piantare migliaia di tubi innocenti che sorreggono antiestetiche lastre di metallo ripulite alla meglio ma nude, oramai senza manifesti, che ingenerano ricordi e aloni di malinconia, ma anche sconcerto se si pensa che tutto questo materiale finisce, per esempio a Roma, in un enorme magazzino elettorale che a breve tornerà ad ospitare 44.751 traverse gialle, 37.470 pali anch’essi gialli, 25.180 staffe, 34.070 lamiere, 59.586 supporti metallici, 310.000 targhette di plastica e 16.000 fasce.
Ma a questo spreco di danaro pubblico nessuno ha pensato di mettere mano. C’è da augurarsi che finalmente lo faccia il Governo del “quasi tutti dentro”.

(PdA – 10 settembre 2021)

Salvini: leale con Draghi, ma vota con Giorgia Meloni
Questo “giochino” di stare al Governo nella maggioranza e di votare in Parlamento con l’opposizione non è semplice da mandare avanti alla lunga. Doveva arrivare uno statista (???) del Nord per giungere a tanto!
Certo, Salvini soffre maledettamente il pressing pro vax e pro-greenpass di governatori e imprenditori dell’ala più produttiva del Paese e la netta opposizione di Giorgia Meloni, che intanto gli ha già soffiato il primo posto e continua a erodergli consensi, soprattutto alla vigilia di un turno amministrativo destinato ad orientare la politica dopo la scadenza del settennato di Sergio Mattarella. E si rende conto, il Capitano, che questa “anomala” libertà di voto non giova alla Lega e condanna il Paese ad una delegittimazione della politica per cui, di fatto, un Partito (il suo) si disinteressa dei problemi, che sono molti e che dovrebbe contribuire a risolvere, tanto c’è a Palazzo … chi lavora per lui.
Il consenso comunque è ancora consistente ma forse il momento magico di Salvini è passato. I sondaggi sono impietosi con la Lega sotto il 20 per cento, a ben 14 punti in meno rispetto alle Europee del 2019 e ancora di meno rispetto ai sondaggi del Papeete. È stato allora che il Lumbard ha perso il treno del successo. Un po’ come l’altro Matteo, Renzi, con il referendum istituzionale del 2016.
Una soluzione potrebbe essere la Federazione di destra ed elezioni politiche a primavera con rinuncia, almeno per lui, al “pallino” di Palazzo Chigi. L’alternativa invece, se si votasse nel 2023, potrebbe essere con il Matteo toscano per la costruzione di un’area di centro, da costruire in questi due anni senza ulteriori tentennamenti.
È con queste scelte strategiche che si diventa leader non con i “giochini”!

(PdA – 9 settembre 2021)

“Non ho l’età…”: per il Quirinale Gigliola Cinquetti sì, Matteo Renzi no
Sgombriamo subito il campo da una voce corrente: Matteo Renzi per esempio – contrariamente a Gigliola Cinquetti – non ha l’età per essere eletto al Quirinale.Vero, si voterà per il successore di Mattarella (se ci sarà) nei primi mesi del prossimo anno, ma l’argomento da tempo non è più tabù e si rincorrono voci ed ipotesi su chi potrebbe andare al Colle. Bene, Renzi no. È nato l’11 gennaio 1975 e quindi a 46 anni non è candidabile.Sia detto per inciso, una contraddizione. La Costituzione prevede che si siano compiuti i 50 anni mentre un Presidente del Senato di appena 40 anni (età richiesta per sedere sugli scranni di Palazzo Madama) potrebbe svolgere, in caso di necessità, le funzioni suppletive del Presidente della Repubblica.Ma torniamo alle “voci” sul prossimo inquilino del Colle. Renzi, impossibilitato per età, è quindi fuori dei giochi? Sì e no.Pur non essendo candidabile, infatti, potrebbe diventare determinante nella scelta del nuovo Capo dello Stato. E il senatore toscano non lo dice, ma si sta già muovendo a fari spenti per non essere tagliato fuori dalla partita. Anzi! Le previsioni – ad oggi – sono oggettivamente difficili e, come si dice, spesso chi entra Papa esce Cardinale e se gli aspiranti sono tanti, quelli con reali chances si contano sulle dita di una mano: l’ecumenica Presidente del Senato Elisabetta Casellati e il ministro della Giustizia Marta Cartabia tra le donne. E sarebbe, questa, una novità di grande valore.
Tra gli uomini, due navigate personalità della politica: il ministro Dario Franceschini e il … sempreverde Pier Ferdinando Casini che esclude (scaramanticamente?) di essere in corsa ma è il nome sul quale – se si esclude una ricandidatura di Mattarella e quella di Mario Draghi – potrebbero convergere i Grandi elettori.
E non è un caso che ad una sua iniziativa istituzionale abbiano aderito tutti i “pezzi grossi” della politica italiana: da Giuseppe Conte ad Enrico Letta, da Matteo Salvini a Giorgia Meloni, a Matteo Renzi che sembra sia uno dei suoi grandi sponsor.
La cosa non dovrebbe stupire più di tanto. In Parlamento da 38 anni, Casini è stato Presidente della Camera dal 2001 al 2006 ed è in buoni rapporti con quasi tutti i Big italiani: di centro (essendo nato e cresciuto nella DC), di sinistra e di destra.
Quindi…
(PdA – 6 settembre 2021)

Reddito di cittadinanza: il bluff di Renzi sul referendum
Errare, humanum est. Perseverare… Come una mosca che si dibatte, di qua e di là, fra le pareti interne di un bicchiere rovesciato per evitarle di infastidire i commensali così Matteo Renzi, alla guida di un piccolo Partito del due per cento, si agita nella ricerca di quella visibilità persa da tempo, anche per colpa sua.
Peccato! Perché l’uomo è intelligente e, su di una scena politica affollata di nani, se non proprio un gigante potrebbe anche fare la sua porca figura. Solo che lo frega il suo Ego smisurato.
Ed eccolo di nuovo scivolare sulla buccia di banana di un nuovo referendum. Questa volta, in odio al Partito di Conte, da lui disarcionato con un’operazione da killer, il senatore fiorentino mette nel mirino del suo “schioppo” il reddito di cittadinanza. E annuncia in pompa magna un referendum abrogativo, come se la sua celebrazione fosse dietro l’angolo.
Ma non è così. Anche questa volta bluffa: sui tempi, mentre nel dicembre 2016 lo fregarono i contenuti per farne l’uomo solo al comando.
Ma vediamo il bluff.
“Venghino signori, venghino”, sembra dire il “Bomba” toscano in un italiano da venditore ambulante. Il reddito di cittadinanza non funziona e noi (io) lo togliamo: Come? Con un referendum. Quando, il prossimo anno? Non proprio. L’imbonitore lo sa ma non lo dice. Sicuramente non nei prossimi mesi, come sembra far credere. Comunque, non prima di 3 / 4 anni, al più presto nel 2024.  Possibile? Lo prevede la legge!
Ma Renzi continua a fare finta di niente e a sventolare nelle interviste televisive, a costo zero, il quesito in televisione e nelle piazze dove cerca di raccogliere consensi per la sua esangue creaturina politica.
Attenzione! Renzi, il referendum, lo ha annunciato ma non ha presentato il quesito in Cassazione. Perché? il segretario di Italia Viva è un furbacchione e sa – ma non lo dice – che le firme vanno raccolte per tre mesi consecutivi e debbono depositarsi, ogni anno, entro il 30 settembre.
E andiamo avanti. La legge stabilisce che tutto questo non può avvenire nell’anno precedente la scadenza di una delle due Camere. E il 2022 è infatti l’anno preelettorale visto che al più tardi si voterà per il nuovo Parlamento nel 2023.
Ma Renzi sa anche – o almeno dovrebbe sapere – che il “suo” referendum non si potrebbe tenere nemmeno in caso di scioglimento anticipato del Parlamento. Il 2023 prevede l’elezione del successore di Mattarella e il ricorso anticipato alle urne non potrebbe quindi svolgersi prima del 30 marzo. Ma la legge stabilisce anche che la richiesta di referendum non possa essere depositata “nei sei mesi successivi la convocazione dei comizi elettorali”.  E quindi verrebbe a cadere la data del 30 settembre, data ultima – come si è visto – per il deposito delle 500 mila firme necessarie.
Raccolta di firme, quindi, non prima di due anni, nel 2023, per votare il referendum renziano nel 2024? Non è detto. Ci si potrebbe trovare infatti dinanzi alla scadenza naturale della legislatura e tutto slitterebbe di un altro anno: nel 2025.
Se la legge è questa, e non ammette interpretazioni di comodo, che senso ha tutto questo agitarsi di Matteo Renzi?
A Napoli si direbbe: “per fare ammuina”!
(PdA – 5 settembre 2021)

Draghi indica i prossimi impegni e snobba la Lega
Mario Draghi stile Giulio Andreotti. Il Presidente del Consiglio evita di pretendere che la Lega chiarisca la sua posizione nella maggioranza ma coglie l’occasione di una conferenza stampa per assestare pubblicamente quattro sonori ceffoni a Matteo Salvini. Lamorgese? “sta lavorando bene” e risponde con due secchi “si”  a chi gli chiede l’orientamento del Governo sull’obbligo vaccinale e sull’eventualità di una terza dose annunciando anche l’estensione dell’utilizzo del green pass.
E Salvini? Stretto tra la competizione elettorale di Giorgia Meloni, contraria ai provvedimenti del Governo, e i Governatori del Nord favorevoli invece alla linea “interventista”, non replica: prende tempo e affida ad un’anonima “fonti delle Lega” il suo disappunto.
Ricorda molto quella gag di Totò che, preso a schiaffi da un signore che lo credeva “Giovanni”, rispondeva divertito: “…e che sono Giovanni, io?”. Quasi che le sberle di Draghi non lo riguardassero. Un po’ come è avvenuto quando Mattarella ha stigmatizzato l’ipocrisia di quanti, in Europa e in Italia, sono contrari all’accoglienza dei profughi afgani. “Non penso che il Presidente si riferisse a noi”, commentò allora Salvini facendo finta di niente.
Ma Draghi è “uomo di mondo” e, da politico “navigato”, concede al Segretario della Lega uno zuccherino  anticipando che tutto sarà a suo tempo esaminato in una cabina di regia, “come ha chiesto il senatore Salvini”. Come dire: dissentono? Affari loro!
(PdA – 3 settembre 2021)

Draghi chiarisca con la Lega: dentro o fuori dal Governo
Delle due l’una: o Salvini è un due di coppe, un’anatra zoppa, con Giorgetti che decide nel Governo e Claudio Borghi in Parlamento, oppure è un politicante ambiguo di cui non fidarsi che spergiura lealtà ma poi per calcoli di bottega si abbandona a comportamenti opposti.
A questo punto è necessario che il Presidente del Consiglio pretenda chiarezza dalla Lega sulle sue reali posizioni: dentro il governo o fuori con Fratelli d’Italia. E lo deve fare non nelle ovattate stanze di Palazzo Chigi ma pubblicamente, in modo che il Paese  e gli … alleati sappiano con chi hanno a che fare. Solo nel Paese di Pulcinella i ministri di un partito votano in un modo e i parlamentari dello stesso Partito votano il contrario, come è avvenuto sul decreto per il green pass
Enrico Berlinguer si rivolterebbe nella tomba nel vedere come la sua politica “di lotta e di governo” venga stravolta dal segretario della Lega.
Infatti, quando il leader comunista battezzò questa espressione, era mosso da finalità propositive (portare il PCI nell’area governativa) e non ostruzionistiche e distruttive come sta avvenendo ora.
A Draghi gli altri Partiti facciano sapere che sono disposti a seguirlo nella navigazione anche senza un compagno inaffidabile come la Lega. Sulla carta i numeri ci sono a meno che qualche “acrobata” circense non si chiami fuori. Ma in questo caso è bene che il Paese lo sappia.
Una cosa è certa: Con questi comportamenti ondivaghi della Lega non si può andare avanti: Per rispetto degli italiani “prima di tutto”, secondo la … giaculatoria del segretario leghista, ma anche per rispetto di Mario Draghi che su questa avventura ci ha messo la faccia.

(PdA – 2 settembre 2021)

Per coerenza e dignità, Salvini chieda a Molteni di dimettersi
Non c’è giorno che Matteo Salvini non critichi il ministro Lamorgese. E… passi. La nostalgia per quella poltrona “persa” e le posizioni della Lega sugli sbarchi degli immigrati si comprendono umanamente anche se politicamente non si giustificano. Nel governo del “quasi tutti dentro” il Carroccio è entrato liberamente, ben sapendo che avrebbe lasciato spazio a Giorgia Meloni che prontamente ne ha saputo approfittare.
Ma l’anomalia non è Salvini. L’anomalia è il permanere nel governo di Nicola Molteni.
In un Paese normale un sottosegretario agli Interni che non condivide l’operato del suo Ministro si dimette e se ne va a fare qualcos’altro. E il suo Segretario politico per coerenza lo dovrebbe invitare a lasciare l’incarico. Ma questo, in un Paese normale!
E l’Italia, dove nel governo convivono destra e sinistra con politiche diametralmente opposte, non è un Paese normale. E non è normale che la Lega si meravigli che due colleghe di governo, Gelmini e Carfagna, difendano la loro collega Luciana Lamorgese.
Ma la Lega è questa: di governo per “attenzionare” i soldi dell’Europa, di lotta per “frenare” l’espansionismo di Giorgia Meloni, in testa nei sondaggi.
Sì, la stessa Lega sotto indagine per i 49 milioni spariti. Una inchiesta che starebbe marciando verso l’archiviazione con un giallo: il computer che gli inquirenti liguri cercavano in Lussemburgo, con le prove dell’operazione, sarebbe stato trovato formattato a Bergamo.
Ma va là, che combinazione! E poi chi si ricorda più del “fuori onda” di Claudio Durigon quando si è lasciato scappare che “chi fa le indagini sulla Lega lo abbiamo messo noi…”. Andreotti, se ci sei batti un colpo!
(PdA – 30 agosto 2021)

Salvini a Lamorgese: non sai fare il ministro, impara da me
Salvini, con la nostalgia del Viminale e delle felpe che ogni giorno indossava, una diversa dall’altra, sale in cattedra e… bacchetta il ministro Luciana Lamorgese. “Sei inadeguata”, gli manda a dire dal palco della kermesse di Comunione e Liberazione, “impara da me che l’ho fatto bene”.
Vedi da che pulpito viene la predica…, verrebbe da dire! Sì, Matteo Salvini che per poco più di un anno è stato Ministro dell’Interno: dal 1 giugno 2018 alla … “sbronza” del Papeete nell’estate del 2019. Salvini, che con il chiodo fisso dell’immigrazione, ha disertato ben 7 vertici dell’Unione Europea su 8, non rendendosi conto che l’unica sede dove farsi sentire su di un problema complesso come quello degli sbarchi era – ed è –  proprio Bruxelles.
No. Il segretario della Lega preferiva in quei mesi fare campagna elettorale direttamente da casa sua, presidiando i porti siciliani o controllando che nelle piccole spiagge o nelle insenature non fossero approdati barchini, gommoni e agili pattini con a bordo qualche immigrato riuscito ad evitare, di notte, i pattugliamenti della nostra Guardia Costiera.
Invece, di andare in Europa ad alzare la voce, nemmeno l’ombra. Forse, dicono le malelingue, perché “conosce bene” il russo ma non l’inglese, il francese o il tedesco!
Poverino, nessuno gli aveva detto che a Bruxelles ci sono gli interpreti in simultanea!!!
(PdA – 25 agosto 2021)

Salvini e Dadone: tutto per il palcoscenico della politica
Fabiana Dadone, 37 anni di Cuneo con laurea in giurisprudenza, Ministro per le politiche giovanili e, nel Conte2, titolare del Dicastero per la Pubblica Amministrazione. Eppure, sono pochi gli italiani che la conoscono. Almeno fino a quando sui giornali non è nato il “caso Dadone”.
Andiamo con ordine. In Consiglio dei Ministri Mario Draghi chiede l’autorizzazione a porre la fiducia sulla riforma della giustizia. Si discute ma alla fine nessuno si oppone. Tutti votano a favore. E il Presidente l’annuncia in conferenza stampa.
La mattina dopo però la Dadone, ignota ai più, avanza l’ipotesi delle dimissioni dei ministri pentastellati “se non ci saranno miglioramenti” al testo della Cartabia. E poi, serafica, nel pomeriggio corregge il tiro: “non è nel mio stile minacciare ma dialogare e confrontarci…”.
Evidentemente le dovrebbe essere arrivata una telefonatina. Di Conte?
Ma veniamo a Matteo Salvini che secondo un’immagine piuttosto ambigua fatta circolare sui social dal suo ufficio stampa si sarebbe vaccinato.
Ma è così? Lo schiaffone assestatogli pubblicamente da Draghi in conferenza stampa ha convinto il battagliero segretario della Lega a farsi inoculare l’anti Covid? Uno schiaffone molto simile a quello che gli aveva dato Giuseppe Conte nel dibattito al Senato dopo la crisi annunciata nell’agosto di due anni fa al Papeete?
Effettivamente la foto è “volutamente” poco chiara: dice e non dice. Il colmo, per un personaggio come Salvini che ci ha abituati a parole forti e chiare, e che quindi ingenera non pochi dubbi: si è vaccinato o ci ha preso tutti in giro, e con noi … il Presidente del Consiglio che lo aveva … bacchettato?
E qui soccorre, ancora una volta, una vecchia volpe della politica della Prima Repubblica: A pensar male si fa peccato ma…
(PdA – 24 luglio 2021)

Vaccini e Giustizia, Salvini e Conte costretti a ingoiare il rospo
Alla fine – prima “compari” di governo e l’anno dopo “duellanti” – Matteo Salvini e Giuseppe Conte sono stati ridotti al silenzio.       Come due scolaretti che disturbano la classe lanciandosi aeroplanini di carta, il “maestro” Mario Draghi li ha messi al muro.
Il segretario della Lega si è dovuto mordere la lingua per non replicare alle bordate severe indirizzate dal Presidente del Consiglio a lui e a Giorgia Meloni contrari alla certificazione verde e ambigui sulla necessità di vaccinarsi.
Salvini si è limitato a far ringhiare qualche fedelissimo, attento però a tenerlo ben stretto al guinzaglio. Conte ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco ed accettare sulla giustizia solo qualche ritocchino – tanto per salvare la faccia a Bonafede e ai suoi Ministri che in Consiglio avevano votato la riforma della Cartabia – ma portando a casa l’importante riconoscimento di Capo dei Cinque Stelle. E per il Gruppo parlamentare più numeroso di questa Legislatura non è poco!
Se il vincitore indiscusso di questa prima vera prova di forza resta il Presidente del Consiglio, chi ne esce con le ossa rotte è Salvini che, con l’ingresso di Conte, rischia di vedersi appannata l’immagine di interlocutore privilegiato di un Governo del “quasi tutti dentro”.
Anche perché i numeri in Parlamento contano più dei sondaggi, comunque per lui sempre più impietosi, a favore della silenziosa ma rampante Giorgia Meloni.
(PdA – 23 luglio 2021)

Per Salvini esiste anche la legittima difesa “accidentale
Prima “guardiano” inflessibile dei porti contro i barconi dei migranti, poi “degustatore” a tempo perso (in agosto) del mojito, quindi “testimonial” di crocefissi e vangeli, di recente virologo ed ora anche “fine giurista”. La parabola, per ora solo ascendente, di Matteo Salvini, non finisce di stupire e ci si illudeva si fermasse all’anatema di una siringa che seguisse, come la nuvoletta di Fantozzi, i ragazzi recalcitranti al vaccino.
Ci si era sbagliati. L’uccisione ieri a Voghera di un marocchino, beccato dallo sceriffo-assessore della città a importunare i frequentatori di un bar, ci regala l’immagine di un Salvini “anche” fine giurista.
Molto presto il Parlamento – impegnato in questi giorni in una controversa riforma della giustizia – sarà chiamato a pronunciarsi su due nuove fattispecie giuridiche: la difesa è “sempre” legittima, senza se e senza ma, e la legittima difesa “accidentale”.
La tesi del segretario della Lega per il quale la “difesa è sempre legittima” era nota. La novità sta in quell’aggettivo che l’accompagna: “legittima”.  
Per la Bestia non ha alcuna rilevanza che lo sceriffo-assessore girasse per la città armato; non si chiede perché la pistola regolarmente denunciata avesse un colpo in canna; non ha importanza che il marocchino lo avesse spintonato e fatto cadere per terra. La difesa è stata legittima e soprattutto “accidentale” ed è ininfluente sapere perché l’omicida, prima di cadere, avesse in mano l’arma da cui è partito “accidentalmente” il colpo mortale.
Una curiosità può spiegare i nostri dubbi: l’assassino è della Lega e il morto un immigrato di colore!

(PdA – 22 luglio 2021)

60 bimbi in isolamento smascherano Salvini “falso medico”
“È dimostrato che l’obbligo vaccinale per i 12/15enni è una follia, va contro la scienza. Terrorizzare milioni di ragazzi è veramente meschino”. A parlare con questa sicurezza non è un virologo ma Matteo Salvini, evidentemente…desideroso di “arricchire” il suo curriculum con una cattedra in medicina, vista la sicurezza con la quale “pontifica” in un campo che lo trova del tutto estraneo alla sua attività.
Ma il segretario della Lega è così. Non usa mezzi termini. Non invita a non vaccinare i bambini ma va giù duro e dice: “non massacriamo i bambini”. Ricorda tanto i suoi “anatemi” contro i migranti che cercavano di sbarcare sulle nostre coste. Eppure, su quei barconi c’erano anche migliaia di bambini, molti dei quali venivano inghiottiti dalla furia delle acque. Ma per loro la Bestia non ha mai mostrato alcuna “pietas”. Non erano bambini “nostri”.
Bene, il “dottor” Salvini sostiene che la vaccinazione dei ragazzi “è una follia”. Peccato che a stretto giro sia stato smentito, nei fatti, da una notizia che giunge da Roma: “Dalla Balduina al Primo Municipio si moltiplicano i casi di contagio tra i piccoli che accusano febbre, spossatezza e mal di gola. Temiamo – dicono i pediatri – si tratti della variabile Delta”. E infatti l’andamento del virus, che da almeno due settimane ha colpito il Lazio, non risparmia i più piccoli. Sarebbe interessante sapere a questo punto cosa dice il “mancato” dottor Salvini di fronte ad episodi che a Roma si stanno moltiplicando.
In un botta e risposta con Zingaretti, la Bestia lo invita “a collegare il cervello alla bocca”. Un invito, visti i fatti, che farebbe bene rivolgere a sé stesso”.

(PdA – 21 luglio 2021)

La corsa ai “Civici” dimostra il fallimento della politica
Più che una moda è diventata una necessità. La politica, sputtanata, non fa più breccia nell’elettorato e si ricorre allora al “candidato civico” con la speranza che il nome o l’attività del “prescelto”, come specchietto per le allodole, attiri consensi che gli “Eletti” (per dirla con Grillo) in questi anni hanno perso.
Manca la controprova ma non è detto che nel 2020 in Emilia Romagna Stefano Bonaccini avrebbe ottenuto ugualmente il 51,42 per cento se per tutta la campagna elettorale non avesse “nascosto” il simbolo del Partito di appartenenza: quel PD che ottenne invece un più modesto 34,69 per cento. E la lezione l’hanno capita molti dei candidati sindaci alla tornata amministrativa del prossimo autunno.
Eclatante il caso di Roma dove i cartelloni pubblicitari di Gualtieri, Raggi, Michetti e Calenda “nascondono” il simbolo del Partito che li ha candidati.
Passi per il sindaco uscente che ha deciso di ripresentarsi in opposizione al suo Movimento che, solo in un secondo momento, ha deciso di appoggiarla, ma il discorso cambia per Roberto Gualtieri.
Ma come!!! Vinci le Primarie del PD, sei un suo iscritto, con quella maglietta sei andato al Parlamento Europeo, nel Conte2 hai ricoperto l’incarico di Ministro dell’Economia, e a Roma vuoi far credere che sei figlio di nessuno?
Roberto! Sei del PD. Lo sanno i giornalisti che per anni ti hanno intervistato, i talk dei quali sei stato ospite, i cittadini che si sono abituati al tuo bel faccione… Menomale che ti candidi a Roma perché a Napoli direbbero “Ccà nisciuno è fesso”!
(PdA – 14 luglio 2021)

Renzi, il ddl Zen e gli influencer: una battaglia senza storia
L’incauto Renzi non si è “tenuto” ed ha incrociato la spada della polemica con la Ferragni e Fedez. “Galeotto” il ddl Zan e il voltafaccia di Italia Viva: voto favorevole alla Camera ma non al Senato.
Alla nota influencer che aveva bollato il “no” dei renziani a Palazzo Madama con un “che schifo che fate voi politici”, il Bullo fiorentino è salito in cattedra per ricordare, come sempre afferma,  che “la politica è una cosa seria e faticosa” e che le parole della Ferragni hanno il sapore del “qualunquismo”.
Al vetriolo la replica di Fedez che fa suo lo storico “stai sereno” di Renzi al quale ricorda che “c’è tempo per spiegare quanto sei bravo, Matteo, a fare la pipì sulla testa degli italiani dicendo che è pioggia”.
Effettivamente Renzi nel “botta e risposta” con la Ferragni – alla quale si rivolge con il titolo di “dottoressa” – si era spocchiosamente esercitato in una specie di “lectio magistralis” invitandola a “studiare” e a confrontarsi sugli articoli 1, 4 e 7 del disegno di legge e sugli emendamenti di Scalfarotto, su come funziona il voto segreto al Senato ai sensi dell’articolo 113.4 del Regolamento, e ad un “dibattito pubblico dove vuole e come vuole”.
Uno sfoggio di cultura parlamentare, quello del segretario di Italia Viva, un po’ eccessivo. Ma quando il caratteraccio, da lui stesso più volte riconosciuto, non t’aiuta…
(PdA – 6 luglio 2021

Ddl Zan, ciambella di salvataggio per Renzi
Che cosa non si fa, anche in politica,  per rimanere a galla e la “commedia” grillina di questi giorni ne è una conferma! Ma a nuotare in acque agitate non sono solo i 5 Stelle. Il taglio dei parlamentari previsto dalla nuova legge elettorale costringe i più incerti a veri esercizi di acrobazia. Il semestre bianco è alle porte e quindi per molti il “redde rationem” ci sarà dopo l’elezione del nuovo Inquilino del Colle o, più verosimilmente, nel 2023. Ma…è meglio muoversi per tempo.
Al momento, in mare, ci sono solo due “ONG” in grado di raccogliere i possibili naufraghi: il Partito della Meloni e quello di Matteo Salvini. Ma c’è un altro Matteo (Renzi) che cerca di salvare il suo “barchino”. Ora, che ci sia chi salti dalla “zattera” di Forza Italia alla Lega, è plausibile. Ma che questo lo si tenti anche dalla “scialuppa” di Matteo Renzi ha dell’incredibile.
Sì. Quel Renzi che, solo due anni fa, spinse il PD ad un’alleanza “innaturale” con il Movimento di Grillo (salvo “ingegnarsi” poi ad affossarla) pur di evitare che l’altro Matteo (Salvini) andasse alle elezioni per trasferirsi, vincitore, dalla “Padania” a Palazzo Chigi. Ed invece – alla faccia della coerenza che nel Bullo fiorentino ha sempre fatto difetto – assistiamo ad un tentativo disperato di restare a galla.
Il Matteo di Rignano sta gettando le basi per un’alleanza con il Matteo lumbard. La ciambella di salvataggio è il ddl Zan votato dai renziani alla Camera ma messo in discussione al Senato, con un’intesa “politica” proprio con la Lega. Intesa prodroma della possibile creazione di un’area di Centro con Lega e FI, in grado di attirare i voti dei moderati.
Come dire: quando si sta per affogare, e sotto il 2 per cento è difficile restare a galla (a meno che…)  – ogni salvagente è buono!
(PdA – 5 luglio 2021)

Malika e i social, da osannata a condannata il passo è breve
Chi è Malika? Una operaia di Castelfiorentino in cassa integrazione che un giorno ha il coraggio di confessare la sua omosessualità. Una vicenda privata? Affatto. La storia finisce sui social. E così si viene a sapere che i genitori non l’hanno presa bene, per usare un eufemismo, e in meno di 24 ore l’hanno buttata fuori di casa senza un soldo e senza neppure un cambio di biancheria.
Della vicenda si occupa la Procura di Firenze e sulla rete si apre una gara di solidarietà che presto raccoglie ben 140 mila euro. Si vuole consentire alla ragazza, senza più punti di riferimento familiari, di non sentirsi sola e soprattutto metterla in grado di superare le inevitabili difficoltà economiche.
Ma la bella storia non finisce qui. Malika si trasferisce a Milano, viene invitata ad alcune trasmissioni televisive e in un video compare alla guida di una Mercedes. Usata, vero. Ma costata 17 mila euro.  Si viene anche a sapere che, come supporto psicologico, la ragazza che vive sola a Milano si è regalata un cane: non un bastardino trovatello bisognoso di affetto come lei, ma di razza, pagandolo 2.500 euro.
Si scatena il finimondo, sempre sui social, che pure l’avevano “eletta” a vittima di una storia familiare di discriminazione sessuale.
Vero che le donazioni di chi voleva aiutarla erano senza condizioni e che quindi Malika, con quei soldi, ci poteva fare quello che voleva. Ma la Mercedes e il cagnolino di razza, per un’operaia in cassa integrazione, anche se omosessuale, no. E da allora le espressioni di benevolenza si sono trasformate in indignazione. Sempre sui social.
(PdA – 4 luglio 2021)

Se la Meloni scavalca Salvini … (ma è un sondaggio!)
Chiariamo subito che i sondaggi restano sondaggi e lasciano il tempo che trovano. Ma quello che oggi assegna il primo posto a Fratelli d’Italia è una notizia. Anzi “la” notizia. E legittima qualche domanda a Matteo Salvini. Lui fa spallucce. Vero, domani potrebbe esserci un controsorpasso. E la verità la potremo appurare solo quando – verosimilmente – nel 2023 andremo a votare.
Eppure, chi perde nei sondaggi – in appena due anni – quasi venti punti, si dovrà pure interrogare sui motivi di questo “tonfo”. 
Furono proprio i sondaggi che, nell’estate 2019, lo portarono a mandare a casa il Conte1 con il miraggio di nuove elezioni e dei “pieni poteri”. Ma, dal Papeete fino ad oggi, la Lega di Matteo Salvini ha continuato a perdere punti fino a cedere il primo posto a Giorgia Meloni.
E forse l’improvvisa idea di federarsi con Forza Italia nasce proprio dal calcolo di qualche “ragiunatt” lombardo:se la federazione vincesse le elezioni, le toccherebbe esprimere il Presidente del Consiglio, cioè Salvini.
Se invece ciascuno rimanesse per suo conto e il voto confermasse i sondaggi di oggi, andrebbe a Giorgia Meloni l’incarico di guidare il governo.
D’accordo, sono sondaggi. Ma Salvini si deve mettere d’accordo con sé stesso e dirci se i sondaggi valgono sempre o solo quando sono a lui favorevoli. È stato sulla base dei sondaggi, che lo davano intorno al 37/38 per cento, che due anni fa ha deciso la crisi di governo per andare al voto. Se oggi i sondaggi gli assegnano il secondo posto, perché studiare l’escamotage della Federazione? Della serie: voglio Palazzo Chigi. E basta!

(PdA – 30 giugno 2021)

La “scudisciata” della Cartabia ai giudici
È passata quasi sotto silenzio, anche da parte di molti media e della stessa Magistratura, la “scudisciata” che il Ministro della Giustizia Marta Cartabia ha assestato ai giudici denunciando senza messi termini una “crisi di credibilità e di fiducia” da parte dei cittadini. Sono parole estremamente dure, soprattutto perché vengono da un ex presidente della Corte Costituzionale ed uno dei più autorevoli candidati alla successione di Mattarella al Quirinale.
Addirittura la Cartabia non chiede ai giudici di “avere statura”, il che sarebbe normale, ma  di “TORNARE” ad avere “quella statura che la Costituzione chiede loro nel momento del giuramento”. Sembrano lontani i tempi quando in via Arenula si alternavano esponenti di partito che non avrebbero avuto “titoli” per rivolgere un appello di questo tenore.
Anche la sede e l’occasione scelti dal Ministro non sono sembrati casuali: la Sicilia e il ricordo del giudice Rosario Livatino ucciso a soli 38 anni  e da poco proclamato Beato. Un magistrato assassinato per aver esercitato la professione con quella “dignità” e quell’ “onore” richiesti espressamente dalla Costituzione.
Ed è quello che il Ministro chiede ai giudici: di “essere e apparire sempre” magistrati “degni” della toga che indossano.
Un messaggio chiaro, quello di Marta Cartabia, in particolare quando ricorda alla categoria che l’indipendenza del giudice “è nella credibilità che il giudice riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni e in ogni momento della sua attività”.

(PdA – 23 giugno 2021)

Salvini, sì alla federazione, no al partito unico. Perché?
“Un conto è federare, fare emendamenti comuni, altro è mischiare partiti dalla sera alla mattina. Fondare un nuovo partito non interessa a nessuno”. Matteo Salvini non aspetta 24 ore per bocciare la proposta di Silvio Berlusconi ma, per non polemizzare direttamente con il fondatore di Forza Italia, butta la palla in tribuna e “attacca” Giuseppe Conte che in questa disputa, tutta interna al centro destra, non c’entra un fico secco. “I giochini come quelli dell’ex presidente del consiglio – dice – mi interessano poco”. Solo che Conte a Salvini non ha proposto alcun “giochino”. Il partito unico è un copyright del Cavaliere, e non da ora.
Ma perché, dopo aver proposto una federazione, che potrebbe essere l’anticamera del partito unico, Salvini respinge l’idea di una fusione con Forza Italia?
Molto probabilmente il mancato (per ora) Federatore si è fatto alcuni conti e si è accorto che la riforma elettorale decimerà di un terzo il nuovo Parlamento per cui è meglio non toccare gli attuali equilibri: ognuno pensi al proprio Partito.
Diverso il discorso sulla premiership: Se alle prossime elezioni la Federazione tra Lega e Forza Italia dovesse avere più voti,  Giorgia Meloni contribuirà alla nuova maggioranza ma non potrà avere la guida del Governo.
Ma c’è un altro motivo che ha sconsigliato Salvini dal partito unico. A gennaio si voterà per il nuovo inquilino del Colle e il segretario della Lega preferisce le mani libere per appoggiare questo o quel candidato.
Con il partito unico sarebbe invece più difficile stoppare un’eventuale candidatura di Berlusconi che, a partire dalla quarta votazione, avrebbe i numeri per essere eletto.
Salvini ha il diploma di liceo classico ma, se fosse un contadino, si direbbe “scarpe grosse cervello fino”.
(PdA – 16 giugno 2021)

Le scuse all’ex sindaco di Lodi? Un bel cambiamento
La Politica che chiede pubblicamente scusa è una novità, una sorprendente lezione di etica, anche per i media, dopo che per decenni abbiamo assistito, ben prima delle sentenze, all’utilizzo della gogna come strumento di campagna elettorale o, peggio, di lotta politica.
La lettera di scuse di Luigi Di Maio all’ex sindaco di Lodi, Simone Uggetti, assolto in appello dall’accusa di turbativa d’asta, va in questa direzione ma merita una triplice riflessione: sul linciaggio politico ma anche mediatico innanzitutto, sui tempi della giustizia e, infine, sugli errori di alcuni magistrati e sulle loro ricadute.
Basti pensare all’assoluzione, dopo ben nove anni, dell’ex Ministro della Giustizia Clemente Mastella. Era il 16 gennaio 2008 quando l’allora Guardasigilli rassegnò le dimissioni in un’aula trasformatasi in un Tribunale del Popolo, con i banchi del governo vuoti, quasi a prenderne le distanze, e i giornali e i talk televisivi ad anticipare sentenze di colpevolezza.
Ebbene, la Giustizia molto lentamente fece il suo corso e alla fine Mastella fu assolto. Ma nel frattempo un Ministro si era dimesso, un piccolo Partito (l’Udeur) venne sciolto, i suoi dipendenti finirono senza lavoro, cadde il Governo di centro-sinistra (Prodi2), si chiuse in anticipo la Legislatura e le elezioni anticipate ribaltarono le “forze” in campo portando alla nascita di una maggioranza di centro-destra.
Allora – e qui sta la differenza con l’iniziativa di Di Maio – nessuno chiese pubblicamente scusa a Mastella, ai parlamentari di quel Partito, ai dipendenti rimasti senza lavoro dall’oggi al domani. E tutto proseguì come se nulla fosse accaduto…
Sembra che il giustizialismo dei Davigo, che pensa non esistano innocenti ma solo colpevoli che non sono stati ancora scoperti, lasci il posto al garantismo. Come dire: meglio tardi che mai!
Ed ora è auspicabile un altro passo per una giustizia “più giusta”, cioè meno lenta: per tutti, ma soprattutto per chi ricopre cariche pubbliche. Il cittadino ha il diritto di sapere, non in tempi biblici, se un suo rappresentante è colpevole o innocente. E chi è stato eletto dal popolo deve essere messo in condizione di rispondere del suo operato senza la condanna di un tempo che tutto soffoca: responsabilità ma anche ingiustizie.
(PdA – 30 maggio 2021)

Salvini: dalle felpe al gilet
Matteo Salvini cambia look ma …solo quello. Il segretario della Lega ha dismesso le felpe e – da quando è entrato “da suggeritore esterno” nel Governo di supposta unità nazionale con ben tre ministri, sia pure di non sua stretta osservanza – è passato al gilet. Un capo di abbigliamento elegante se viene indossato sotto la giacca. Diversamente… Salvini infatti l’ama poco e, quando la porta, preferisce tenerla sportivamente su una sola spalla. Altro cambiamento, forse fino all’inizio ufficiale della campagna elettorale per le amministrative del prossimo autunno, riguarda l’abolizione del rituale di rosari, crocefissi e vangeli che accompagnavano i suoi comizi.
Per il resto, tutto come prima: faccione a tutto tondo tendente all’ovale, spesso inespressivo, che il Capitano muove leggermente in segno di approvazione o di diniego verso il suo interlocutore. Un po’ come quei cagnolini che in anni passati gli automobilisti mettevano davanti al lunotto posteriore della loro vettura. E poi due mani, grandi come pale, che nelle interviste il Nostro spalanca, o chiude davanti al petto, quasi in preghiera, con le solite frasi che meccanicamente ripete a mo’ di litania: “La Lega c’è e non si tira indietro…”, “Siamo leali con Draghi…”, “lo sosterremo con convinzione per il Quirinale”, “Noi uniti e centrosinistra diviso…”, “Io lavoro per l’Italia…”, “non sarà questa maggioranza a riformare giustizia e fisco…”. E poi frasi a difesa del Nord produttivo, stop alle cartelle esattoriali, priorità a lavoro e salute.
Salvini rientra in quella categoria di politici della cosiddetta seconda Repubblica abituati ad un solo schema di gioco che applicano in ogni situazione: clamore mediatico, strappi, stop and go, frasi fatte,  impermeabilità alle mediazione. Diversamente…. il nulla.

(PdA – 26 maggio 2021)

Zampa, uscita dalla porta e rientrata dalla finestra
Evidentemente a casa non sa restare. Sottosegretaria alla salute nel Conte2, non è stata confermata da Mario Draghi nel suo Governo di “supposta” unità nazionale. Ma il ministro Roberto Speranza l’ha riportata come Consulente nel suo Dicastero. Si tratta dell’onorevole Sandra Zampa, storica collaboratrice di Romano Prodi che, dal 18 marzo, è responsabile degli aspetti comunicativi relativi alle relazioni internazionali e alle attività istituzionali del Ministero della Salute. Una formula abbastanza complessa per dire più semplicemente che si occuperà di “comunicazione”. Ed è in questa veste che Sandra Zampa, intervistata dal Messaggero, ci dà due notizie: l’obbligo vaccinale con un milione di dosi al giorno e la ridefinizione dei rapporti tra Stato e Regioni.
Solo che la consulente di Speranza ce li annuncia in termini un po’… prodiani, meno ultimativi: “Se alla fine i dati delle somministrazioni non dovessero essere soddisfacenti, occorrerebbe aprire una riflessione sull’obbligo di vaccinazione senza nessuna caccia alle streghe”. Come conciliare l’“obbligo” evitando la “caccia alle streghe” però non lo dice, rinviando una possibile soluzione alla parola “riflessione”.
Anche sull’eventualità di ridefinire i rapporti tra Stato e Regioni, l’ex sottosegretaria alla Sanità ricorre al classico “bastone e carota”, escludendo un “processo” alle Regioni ma premettendo che con la pandemia alle spalle bisognerà rivedere il Titolo Quinto della Costituzione per riportare alcuni poteri a Roma.
Una riforma voluta dal centrosinistra alla vigilia delle elezioni del 2001 e studiata per togliere voti alla Lega, ma che si è rivelata un grosso errore accentuando tra l’altro la conflittualità con lo Stato centrale cui ora, checché dica la Zampa, sarà difficile porre rimedio.
(PdA – 23 maggio 2021)

Letta sbaglia a…”salvinizzarsi”
L’idea di Enrico Letta di una “dote” di 10.000 euro per i diciottenni di famiglie con reddito medio basso, da finanziare con un 1%  sulla tassa di successione, è tutt’altro da scartare come fa la Destra. Ma è sbagliata nelle modalità e nella tempistica.
Avanzata come ha fatto il segretario del PD, affidandosi ad un’intervista su Sette, sembra più che altro una “proposta-spot” che assomiglia tanto alle provocazioni di Matteo Salvini, abilissimo nella politica degli annunci come quando “anticipa” misure già decise dal Governo dandone notizia come una “cosa sua”. Sono “maramaldate” che Letta soffre e cerca di smascherare. Ma è un errore inseguirlo su di un terreno che l’avversario leghista conosce e sa gestire meglio di altri.
Tra le riforme necessarie a rilanciare il Paese c’è anche quella del fisco. Ed è in quella sede, quando se ne discuterà il testo, che Letta avrebbe dovuto avanzare la sua proposta.
Il segretario del PD ha inanellato solo un gelido stop di Mario Draghi (“non è questo il momento di prendere…”) , un  rifiuto scontato dei Partiti di destra e suscitato perplessità anche in una parte della componente renziana rimasta nel Partito.
Ma si è reso conto, Letta, che tra qualche mese si voterà in importanti capitali come Roma, Milano, Torino e Napoli e che il voto, più che amministrativo, sarà politico? Al segretario del PD, teso a contestare le bandierine identitarie di Salvini, evidentemente è scappato il piede dalla frizione non rendendosi conto di aver offerto un insperato “assist” agli avversari che ne faranno uno dei cavalli di battaglia della loro campagna elettorale. Davvero crede che così i diciottenni lo voteranno?
(PdA – 21 maggio 2021)

La Meloni “agita” i sonni di Salvini e Letta
Si dice che tra i due litiganti il terzo goda. Ed è quello che sta avvenendo tra Matteo Salvini ed Enrico Letta, intenti a piantare bandierine identitarie, apparentemente utili al proprio tornaconto elettorale, mentre indisturbata avanza Giorgia Meloni che nei sondaggi si posiziona, per ora, al secondo posto, dietro la Lega e davanti al PD. Di fatto nella Destra si è aperta una “guerra” di leadership tra chi è al governo e chi invece ha preferito restare all’opposizione.
Costretto ad entrare nell’Esecutivo di unità nazionale soprattutto dall’imprenditoria del nord, il Capitano ha mostrato di soffrire questa scelta “di governo di lotta” che in soli tre mesi gli ha fatto perdere due punti scendendo dal 23,7  al 21,7 per cento mentre il Partito della Meloni, sondaggio dopo sondaggio,  lo incalza finendo per rendere credibile l’ipotesi di un sorpasso.
È evidente che l’idea di perdere la leadership inquieta molto Matteo Salvini che potrebbe “sganciarsi” dal governo soltanto mandando Draghi al Quirinale e chiedendo, subito dopo, un ritorno anticipato alle urne.
Ma qui per il Lumbard si potrebbe aprire un altro e più serio  problema: nella nuova Camera arriveranno solo 400 deputati e a Palazzo Madama gli eletti saranno 200. Quanti parlamentari potranno assecondare la sua richiesta di lasciare il seggio con un anno di anticipo e senza la garanzia di essere rieletti?
Ma anche nel PD la situazione non è tranquilla e il sorpasso di Fratelli d’Italia apre molti interrogativi sulla strategia di Enrico Letta. Ci si chiede, per esempio, se questo continuo “botta e risposta” con il segretario della Lega non sia sterile. Anche perché a Palazzo Chigi siede un personaggio di grande carisma e “impermeabile” alle “lamentele” di questo o di quello. Draghi non si scompone, ascolta tutti ma poi, avendo una grande capacità di sintesi, decide. E decide esclusivamente per il bene del Paese.
Qualcuno nel PD osserva che con le buone maniere ed il parlar forbito non si va da nessuna parte. Se Salvini “mena” con la clava e ricorre a colpi bassi non gli si può rispondere con il fioretto.
Emblematico il tentativo della Lega di intestarsi le riaperture. Non è così. Va ricordato forte e chiaro che è risultata vincente l’impostazione del “rischio ragionato”, centrata sulla gradualità e sui vaccini, voluta dal Premier e sostenuta dal PD contro chi, proprio come Salvini, chiedeva da settimane di ignorare i dati scientifici per andare subito ad un “liberi tutti”.
Quel Salvini, va ricordato, che lo scorso anno contestava la linea della prudenza e girava ostentatamente senza mascherina e senza osservare le necessarie misure di distanziamento.
Queste, per molti al Nazareno, sono le cose da ricordare continuamente con forza, senza farsi irretire nell’estenuante pingpong leghista. “Le nostre proposte – dicono nel PD – portiamole avanti con fermezza, a testa alta e senza esitazioni”.
(PdA – 19 maggio 2021)

Al Colle si può esser eletti anche se non si è parlamentari, e Veltroni lo sa
Non tutti sanno – ma non Walter Veltroni – che alla Presidenza della Repubblica si può essere eletti anche da semplici cittadini. Oddio, non è che il dedalo di viuzze che a Roma fa da corona al Quirinale brulichino di cittadini … in corsa per il Colle. Ma non per Veltroni che vanta un curriculum di tutto rispetto, una segreta ambizione e un grande fiuto per la comunicazione.
Da ex politico navigato, Veltroni sa bene di non essere oggi in corsa “ma anche” (per usare una sua storica formula) sa che per andare al Quirinale bisogna prepararsi per tempo, cercando un consenso mediatico e bipartisan, senza però dare troppo nell’occhio, farsi quasi invisibili in vista dello sprint finale quando Mattarella avrà confermato la sua volontà di lasciare, e la situazione – tra veti e contro veti – s’impantanasse.
Di qui il suo attivismo letterario che ne supporta l’immagine in modo che, qualora i giochi politici di Palazzo andassero in stallo, il suo nome potrebbe rivelarsi quello giusto.
In questi ultimi dodici mesi, Veltroni ha scritto una sessantina di articoli per il Corriere della Sera sugli argomenti più vari, che si aggiungono ad una ricca produzione di film e documentari, e a ben cinque libri di editori diversi.
Con l’ultimo, “Il caso Moro e la prima Repubblica”, l’autore sta facendo il giro delle sette chiese, tra ospitate televisive e interviste sui giornali. Ne sorprende la… tempistica, “ma anche” la totale assenza di novità sul più efferato atto di guerra del terrorismo: Il sequestro e l’uccisione di Moro e della sua scorta. Nel senso che il libro non aggiunge nulla a quanto già non si conosca e tutti gli interrogativi restano ancora in piedi.
Veltroni ci ripete che Moro fu rapito “esclusivamente” da un comando delle Brigate Rosse e che furono le Brigate Rosse “materialmente” ad ucciderlo. Anche se nei 55 giorni di prigionia si inserirono soggetti esterni contrari alla liberazione dello Statista democristiano.
Per un motivo o per un altro – ma anche questo è noto – sovietici e americani erano contrari alla politica di Moro, alla solidarietà nazionale e al compromesso storico, e lo volevano morto.
E allora, qual è il valore aggiunto, di analisi e di notizie, di questo libro? Perché esce a pochi mesi dall’inizio del semestre bianco e senza nuovi elementi?
Se Mattarella si convincerà della necessità, in questa delicata situazione sanitaria ed economica, di dare una mano al governo, lo sforzo di Walter Veltroni si rivelerà solo un’ennesima fatica letteraria. In caso diverso i Partiti avranno un altro nome, di prestigio, su cui confrontarsi.
(PdA – 14 maggio 2021)

Il “rottamatore” Renzi rispolvera Casini per il Colle
Da non crederci! Matteo Renzi, il rottamatore di Massimo D’Alema e di una buona parte parte del vecchio PD, il “patron” del governo con i Grillini, l’inventore di “Italia Viva” oggi al 2%, il killer politico del Conte2, non riesce a restare nell’ombra soprattutto ora che al Nazareno è arrivato Enrico Letta.
Al grido “Noi facciamo politica”, il Bulletto toscano si sta ingegnando su come danneggiare ancora il suo (si fa per dire) vecchio Partito. L’assunto è che Mattarella insista nel non volere un secondo mandato per la Presidenza della Repubblica.
In questo caso, si chiede l’astuto Renzi, come far saltare i piani di Enrico Letta? Come frenare le ambizioni di Franceschini? Come “fottere” Walter Veltroni che si sta muovendo nell’ombra con il favore di giornali e televisioni? E soprattutto come sabotare un eventuale accordo PD – Cinque stelle?
Semplice per chi alla politica si è avvicinato giocando alla “Ruota della fortuna”. Tra un weekend con i Sauditi ed una sosta in un autogrill per gustare i Babbi (cioccolatini di cui si dice ghiotto), Matteo Renzi getta le basi per la candidatura di un politico di lungo corso: Pierferdinando Casini.
Un tempo, senza molti complimenti, lo avrebbe inserito tra i “suoi”… rottamand,i ma oggi gli fa comodo riesumarlo e buttarlo tra le gambe di Letta e di Conte. Poi magari, tra una votazione e l’altra, fa un salto in Arabia Saudita…..
“Noi facciamo politica”, ama ripetere a chi lo accusa di cinismo e di spregiudicatezza.

(PdA – 13 maggio 2021)

Blocco navale: dalla Meloni un aiuto a Draghi
Dall’opposizione Giorgia Meloni dà una mano al Presidente del Consiglio Mario Draghi per bloccare l’arrivo sulle nostre coste di 70 mila immigrati irregolari e, ad un tempo, dare lavoro a migliaia di giovani italiani in cerca di occupazione.
Da quest’estate migliaia di ragazzi o studenti in vacanza saranno impegnati in acque internazionali a controllare con gommoni, pattini e moto d’acqua i 1.800 chilometri delle coste libiche da dove salpano i “barconi della speranza” per approdare nelle nostre acque.
È la carta che la Presidente di Fratelli d’Italia, nei sondaggi sempre pericolosamente incalzante sulle spalle di Matteo Salvini, si gioca per dimostrare che, se realmente lo si vuole, il blocco navale da lei più volte invocato è possibile.
Ovvio, le navi della nostra Marina Militare sono insufficienti per “pattugliare” in maniera efficace le acque antistanti la Libia e non si farebbe in tempo, con i fondi del Recovery, a costruirne altre come si fece nell’ultima guerra. Aestas premit
La proposta verrà ufficializzata a Mario Draghi nei prossimi giorni, non appena il Presidente del Consiglio si sarà liberato dai ripetuti incontri che, su questo e su quello, continuamente gli sollecita il segretario della Lega.
Resta un problema che Palazzo Chigi sta cercando di risolvere: impedire che l’on. Meloni e il Sen. Salvini s’incontrino o, peggio, si scontrino.

(PdA – 11 maggio 2021)

Mara Cagol celebrata in un libro…e De Gasperi si rivolta nella tomba
“Figure femminili degne di nota e considerazione…”. Lo si legge nella prefazione di un libro della Provincia di Trento, “Trentatre Trentine”, destinato alle scuole medie.
Lo sfogliamo e leggiamo che una di queste donne “da celebrare” è Mara Cagol, moglie di Renato Curcio, una delle fondatrici delle Brigate Rosse e che creò la prima bandiera, inizialmente con stella gialla e la scritta “Portare l’attacco al cuore dello Stato”.
Allucinante!  De Gasperi si rivolterà nella tomba che, per sua fortuna, non è a Trento ma a Roma,  nella Chiesa di San Lorenzo fuori le Mura.
Alcune osservazioni:
– Con la Cagol, con Renato Curcio e con Alberto Franceschini  cominciò la storia più sanguinosa dell’Italia repubblicana.
– L’iniziativa è stata annunciata nello stesso giorno in cui si è celebrata la giornata della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi.
– Grave che Il  libro sia stato realizzato con soldi pubblici e da un’Università italiana.
– Della Giunta provinciale di Trento fa parte la Lega che ha contribuito a far vincere la Provincia agli autonomisti locali (Patt) e alla SVP.
– Tra le riforme necessarie vogliamo gettare un occhio a talune  “autonomie” di Regioni e Province?
(PdA – 11 maggio 2021)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: