I picconatori del sistema

         È da una trentina di anni che la politica italiana, di per sé già fragile, viene sistematicamente picconata. Scomparsi quasi tutti i Padri nobili della cosiddetta Prima Repubblica, la guida del Paese è stata assunta dai loro portaborse, dai loro segretari, dai loro “convogliatori” di voti, in qualche caso dai loro autisti. E i risultati sono sotto gli occhi.

         Vero è che il sistema elettorale di quegli anni aveva prodotto, nella sua cattiva interpretazione, storture e degenerazioni, ma almeno aveva il “pregio”, tramite i Partiti, di aver mantenuto ancora in piedi il rapporto tra cittadino ed eletto.  E così… via anche i Partiti, grazie anche ad una parte della magistratura che si era sentita investita del compito di suffragare la Politica che nel frattempo se ne stava andando a ramengo.

Le prime picconate “parlano” in sardo e vengono nientemeno che dal Colle, da un Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, negli ultimi due anni del suo mandato quirinalizio, e sono il preludio dello sfascio della cosiddetta Prima Repubblica. L’interrogativo è se ne certificò la fine o se ne gettò le premesse. E soprattutto se ne fosse consapevole.

         Ed ecco che sulla scena irrompe silenziosamente un altro sardo, molto più giovane e – come Cossiga – “per bene”, ma in questo caso solo “per bene”, che assesta al sistema-Italia, forse anche lui senza rendersene conto (?), una prima “materiale” picconata. Sto parlando di Mariotto Segni, figlio del più navigato Antonio, che fu capo della corrente dorotea della DC, più volte Ministro, in due occasioni Presidente del Consiglio e Presidente della Repubblica, incarico – quest’ultimo – che mantenne per poco più di due anni per motivi di salute.     

         Ebbene, il “giovane” Mariotto fu tra i promotori di una riforma elettorale in senso maggioritario, che stravinse, dopo aver partecipato al referendum per l’introduzione della preferenza unica. Due meccanismi elettorali che di fatto contribuirono alla progressiva dissoluzione dei partiti e al crescente distacco tra elettori ed eletti.  E la magistratura, come si è detto, ci mise del suo.

         E che dire delle picconate date al sistema da Umberto Bossi? Non tragga in inganno, oggi che ha 80 anni, la sua aria bonaria anche per i postumi di una grave malattia che l’ha tagliato fuori dalla vita politica attiva. Prima con la Lega Lombarda e successivamente guidando l’unificazione nella Lega Nord di movimenti autonomisti delle regioni settentrionali, il Senatur fu il “padre” della attuale Lega, cui va riconosciuto il merito di aver incanalato, comunque su binari istituzionali, il malcontento del nord verso lo Stato centrale

         Il Bossi di oggi non è quello del cappio, il Bossi di Pontida che, in camicia verde o in canotta, al grido di “Roma ladrona”, trasformò un partito territoriale in partito con “premesse” di governo riversando in Parlamento – nel 1992 – un’orda di “ragiunatt” di piccole e modeste fabbrichette del nord, del tutto a digiuno di leggi e regolamenti ma sostenitori di una linea politica oscillante tra il secessionismo della cosiddetta Padania e il federalismo.

         Un po’ quello che, una ventina di anni dopo, è avvenuto con Beppe Grillo. Oggi il suo Movimento, affidato “pro tempore” alla guida di Giuseppe Conte, è attraversato da polemiche e lacerazioni interne difficilmente sanabili ed è avviato verso un inevitabile ridimensionamento. In appena 4 anni si è passati infatti dal 32 per cento di voti del 2018 al 14/15 per cento che gli attuali sondaggi benevolmente gli attribuiscono. E con il rischio di una pericolosa scissione. Come dire: al peggio non c’è mai fine!

         Si direbbe quindi un fallimento, quello dei 5 Stelle? Non proprio. Entrati in Parlamento, molti senza arte né parte, non lo avranno aperto “come una scatoletta di tonno”, come aveva annunciato il Comico, ma sono riusciti a condizionare fortemente la politica italiana passando indifferentemente da un governo con una Lega di destra ad uno con il PD, ed ora appoggiando l’Esecutivo di Mario Draghi.

         Ah, se Mariotto Segni avesse seguito le orme del più “navigato” Padre…!

Pietro de Angelis

Giornalista parlamentare collabora con importanti media nazionali. In Parlamento per oltre 40 anni ha seguito la storia politica del Paese, dalla prima repubblica ad oggi. Ha ricoperto l'incarico di caposervizio all'agenzia giornalistica Asca per la quale successivamente ha diretto, come redattore capo, il servizio politico-parlamentare. E' stato tra i fondatori di Mediaquattro ed è autore per Socialpolitik delle rubriche "Le pietruzze" e "Pillole... di saggezza?"

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