Globalizzazione, Ricerca e Next Generation Fund

Dal 2018 ogni anno il 15 aprile (data di nascita di Leonardo da Vinci) si celebra la Giornata della Ricerca Italiana nel Mondo, un evento volto a rafforzare e consolidare la vicinanza di chi opera all’estero con il sistema nazionale della ricerca. In occasione della prossima ricorrenza, pubblichiamo un articolo dell’ing. Maurizio Borghi su quello che è il ruolo, il significato e il futuro della Ricerca in Italia oggi, grazie anche alle nuove risorse messe a disposizione dall’Unione europea

La globalizzazione è lo spartiacque che ha chiuso l’Era moderna e ne ha aperta una nuova, piena di cambiamenti che incidono sul nostro modo di pensare, di essere, di organizzarci e di agire. Una rivoluzione copernicana che genera discontinuità, rotture di paradigmi e profondi disagi nella società, privata dei suoi punti di riferimento.

Già nel lontano 2000, al manifestarsi dei primi effetti della globalizzazione sulla competitività, a seguito delle prime difficoltà e dei rallentamenti registrati nella crescita, diventava evidente che, senza trasformare l’attuale modello economico in uno completamente nuovo basato sulla conoscenza, l‘Europa avrebbe difficilmente potuto riacquistare dinamicità e recuperare competitività.

Fu per questo che la strategia della Commissione Europea, prima ancora di proporre il nuovo programma Quadro per la Ricerca Horizon 2020, volle definire i pilastri da perseguire attraverso il documento strategico “Europa 2020”. In quel documento, già dieci anni fa, i Paesi Membri si erano impegnati a intraprendere le riforme necessarie ad introdurre un modello economico nuovo, basato sulla conoscenza, in grado di generare una “crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”. 

Come mai si era arrivati al punto di mettere la ricerca e la conoscenza al centro del nuovo modello di sviluppo? Per capire appieno è indispensabile ripercorrere le fasi, le aspettative e i vari tentativi che hanno coinvolto la ricerca a livello europeo.

Dal Trattato di Roma fino al Trattato di Lisbona del 2000, la ricerca ha avuto un ruolo piuttosto marginale se confrontato con quello degli obiettivi e delle risorse. Funzionale alla realizzazione del Mercato Unico, fu concepita a sostegno della competitività dell’industria al fine di evitare il costituirsi di posizioni dominanti e il prodursi di possibili distorsioni di concorrenza, in pratica una forma di sostegno alle imprese, cresciute nei mercati nazionali e protette dalle barriere doganali, per aiutarle ad effettuare le trasformazioni necessarie a competere in un mercato allargato.

Vennero così prodotti i primi cinque Programmi Quadro per la Ricerca, nell’ambito dei quali, a completamento delle attività di ricerca, furono finanziate le prime azioni di formazione, le borse “Marie Curie” e le infrastrutture. A partire dal terzo Programma Quadro si iniziò a distinguere la ricerca di base da quella applicata e si introdusse il concetto di “problem solving” che condurrà nei Programmi successivi all’esperienza dei progetti integrati e alle prime JTI (Joint Technology Initiatives) che oggi definiremmo piattaforme di collaborazione tra attori pubblici e privati, uniti da una visione strategica comune, disponibili a condividere risorse e risultati.

I Programmi Quadro per la Ricerca sono stati una grande conquista politica prima ancora che scientifica perché hanno permesso la creazione di una “casa comune”, di un embrione di Comunità scientifica europea, in cui tutti i ricercatori, superati gli steccati, i confinamenti nazionali, si sono sentiti per la prima volta membri di una famiglia più grande, dotata di strutture e risorse pluriennali in grado di garantire stabilità alla ricerca e il costituirsi di duraturi legami.

Dal 2000 ad oggi, il ruolo della ricerca è mutato radicalmente. Da strumento di sostegno all’industria è diventata traino e guida dell’intero sistema Europa. Da sostenitore di attività e bisogni (pre)-esistenti è diventata anticipatrice di attività e bisogni futuri.

L’articolo 179 del Trattato di Lisbona assegna alla ricerca e all’innovazione il compito di sostenere l’intero sistema Europa. Lì è stato sancito il bisogno di disporre di conoscenza di frontiera per sviluppare nuove tecnologie multifunzionali, in grado d’innovare i processi e la produzione di beni e servizi ad alto valore aggiunto, e questo ha giustificato la creazione del Consiglio Europeo della Ricerca e la realizzazione dell’Area Europea della Ricerca.  Due novità sulla scena europea che hanno permesso la trasformazione e il completamento della Comunità Europea della Ricerca.

Nel Settimo e Ottavo Programma Quadro (HORIZON 2020) furono introdotte tre importanti novità, necessarie per affrontare la complessità: 1) un approccio sistemico, 2) l’interdisciplinarità nella ricerca 3) un approccio sinergico tra i diversi strumenti finanziari, in particolare con i fondi strutturali.

L’attuale Nono Programma Quadro detto “Horizon Europe”, quello varato un mese fa circa, assegna alla creazione del Consiglio Europeo dell’Innovazione la soluzione per superare l’incapacità dell’Europa di trasformare in beni e servizi innovativi la sua produzione di conoscenza.

Per la prima volta si sono introdotti nuovi strumenti finanziari per la ricerca finalizzati ad aiutare le Start-up a cambiare il mercato attraverso prodotti fortemente innovativi.

In questo scenario evolutivo della Ricerca Europea qual è il sentire delle imprese italiane nei confronti della Ricerca?

Un recente sondaggio sull’impatto economico generato dal covid19 su un largo campione d’imprese grandi e piccole fa emergere la risposta a questi paradossi, chiarisce le ragioni che stanno alla base della nostra pesante crisi economica. Di fronte alla domanda “quali investimenti e spese siete obbligati a tagliare per superare la crisi?” la risposta corale ha indicato la ricerca. Se si considera che solo il 15-20 per cento dell’industrie italiane fa e usa la ricerca, la risposta assume ben altro peso. Diventa preoccupante constatare che il problema strutturale del nostro sistema economico è dovuto al perdurare di un modello quantitativo che non usa la conoscenza, non occupa ricercatori e personale creativo dotato di alta formazione e fa pochissima innovazione, quasi sempre innovazione incrementale e marginale, quasi mai rivoluzionaria. Pochissimo è stato fatto dalla Politica in questo ultimo quarto di secolo per cambiare questo modello. Nonostante i ripetuti segnali e le risorse messe a disposizione dall’Unione Europea, poche sono state le trasformazioni realizzate.

Forse sarebbe il caso di cominciare a convincersi che bisogna cambiare il modello economico. Non è certamente un’impresa facile perché implica in primis l’abbandono di molti principi economici ancora creduti validi e immutabili, e poi fare, in molti casi, tabula rasa dell’intera struttura produttiva per poterla riorganizzare. Da una parte c’è una evidente convinzione che il ritorno alla situazione precedente, agli anni della crescita facile è ormai impossibile, illusorio e ingannevole. Dall’altra si assiste ad una specie di accanimento terapeutico da parte della classe dirigente nel voler conservare la struttura industriale esistente, anche se dà segni importanti di obsolescenza, e nel voler insistere sulla necessità di ridurre i costi di produzione come unica via per ritrovare la competitività. Evidentemente la soluzione consiste nell’aumentare il valore dei prodotti e dei servizi. Un’operazione fattibile solo se si dispone di conoscenza e si ha la capacità di trasformarla in soluzioni innovative.

In questa prospettiva l’educazione, la formazione, la cultura e soprattutto la ricerca assumono un ruolo cruciale perché sono il capitale su cui investire per cambiare. Non si deve esitare a riconoscere questa alternativa e a prendere misure forti a sostegno della conoscenza, riconoscendone la centralità e il ruolo determinante e trainante. Molti cittadini, dopo l’esperienza della pandemia, sembrano convinti che la cultura e la ricerca non debbano più essere oggetto di tagli ma divenire un’area prioritaria d’investimento. È proprio nei momenti di difficoltà che si deve avere il coraggio di fare tagli selettivi in aree di scarsa rilevanza, ridurre gli approcci assistenziali a quei settori e attività senza futuro, per liberare le risorse da dedicare alle riforme e attività più promettenti che ci possono condurre nell’Era della Conoscenza con tutte le carte in regola.

L’Europa, dopo la suddetta lunga messa a fuoco del ruolo della ricerca e dopo i lunghi negoziati dei mesi scorsi fra gli Stati Membri, è riuscita per la prima volta a creare un “Next Generation Fund” con prestiti e finanziamenti a fondo perduto che si aggiungeranno a quelli già inscritti nella proposta di bilancio pluriannuale 2021-2027. Il nostro Paese potrà contare su una disponibilità doppia di quanto ha ottenuto finora con i fondi strutturali e i fondi per l’agricoltura. Dovrà riuscire ad utilizzarli, e utilizzarli bene, e non potrà permettersi di distribuirli a pioggia come ha fatto di recente; dovrà essere capace di guardare al futuro, di definire, in linea con la strategia di “Europa 2020”, un piano di importanti interventi, comportanti pochi progetti di grande impatto, coerenti con la visione del futuro per le generazioni a venire, in grado di cambiare radicalmente il nostro modello socioeconomico. Tutto sarà valutato sulla qualità e sul merito dei progetti e questo il nuovo Primo Ministro lo sa bene. Non potremo certamente utilizzare queste risorse senza un’idea chiara del domani e senza eliminare l’impalcatura burocratica che ne soffoca e ritarda l’utilizzazione.

Questo è uno dei nodi che l’Europa ci ha chiesto di sciogliere per poter utilizzare pienamente i fondi che ci verranno attribuiti. E questo spiega anche perché Draghi, naturalmente attento a capire il senso delle raccomandazioni di Bruxelles, è partito proprio dal tentativo di riformare la nostra Pubblica Amministrazione. Resta il fatto che, come si è cercato fin qui di dimostrare, la sfida, non solo progettuale e operativa, ma, prima di tutto, culturale, è immane e irta di ostacoli di ogni tipo.

Maurizio Borghi

Maurizio Borghi, ingegnere esperto di Teoria dei Sistemi, è stato fino al 2020 professore di Economia della Globalizzazione alla Università Link Campus. Dal 2001 è esperto nel Gruppo Innovazione all’OCSE rappresentando prima la Unione Europea e poi l’l’Italia. Ha insegnato all’Università di Tor Vergata. Ha lavorato alla Commissione Europea come Esperto Nazionale Distaccato per i nuovi strumenti finanziari per la Ricerca alle PMI.

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