Facce da gioia olimpica

Eccoli lì, dopo aver terminato la gara, davanti alla telecamera per rispondere alle domande. Ma non serve neanche chiedere. I nostri atleti (per brevità, inteso come neutro comprendente f e m, anche per il prosieguo) sprizzano felicità comunque sia andata perché la vittoria è esserci stati, l’affermazione è essersi comportati al meglio, il successo è essere stati competitivi, il trionfo è aver preso una medaglia e diventare campioni olimpici è l’apoteosi.

Sono diversi, fanno sport diversi, lo stress è diverso, il risultato è diverso ma sono lì, li vediamo e per un minuto sono finalmente i padroni della scena. Ognuno con la sua personalità. Li abbiamo visti contenti, entusiasti, finalmente liberi di esprimere tutta la felicità per anni sognata e tenuta in un angolo del cuore in attesa di schizzare via. Facce da gioia.

E’ stata un’Olimpiade dai molti record che il presidente Malagò ha ricordato nella conferenza stampa a chiusura dell’evento. Il numero di medaglie, 40, almeno una in ogni giornata di gara, un atleta vincente per ognuna delle regioni italiane, sportivi nati in tutti e cinque i continenti, medaglie in diciannove discipline diverse e numerose prime volte sul podio. Qualcuno è stato capace di imprese impensabili per un italiano, in alcuni casi nemmeno sperate. Decima nel medagliere di Tokyo 2020 con lo stesso numero di ori di Paesi Bassi, Germania e Francia ma con un totale maggiore.

Il CONI con la più numerosa spedizione mai inviata è riuscito a ottenere un risultato sensazionale che forse solo dopo aver smaltito l’ebbrezza della cronaca e con un’attenta analisi riusciremo a capire nella sua interezza. Una impresa storica, in un momento storico, con una valenza storica. Un’affermazione collettiva dello sport del nostro paese che travalica il recinto agonistico e ci porta dritti dritti in una visione plastica e clamorosa di quanto la politica e i suoi ristretti interpreti e epigoni siano lontani anni luce dalla vita reale delle persone.

Anche se oggi celebriamo certo non possiamo tralasciare i fragorosi flop degli sport di squadra. Chi non si è nemmeno qualificato, udite udite il calcio o la pallamano, chi ha più o meno clamorosamente fallito, la pallacanestro, la pallavolo, la pallanuoto, sia donne che uomini, tutti sport d’elite con seguiti di tifosi e attenzione dei media, naufragati senza lasciare tracce. Anche altre Federazioni, in passato straordinarie fornitrici di medaglie, dovranno leccarsi ferite e segni. Ma questo non è il luogo né il tempo di osservazioni tecniche. Come fosse un contrappasso gli sport di gruppo deludono quando il gruppo degli sportivi esalta.

Abbiamo visto un’altra Italia all’opera. Ragazzi che hanno messo l’impegno sportivo al centro della loro vita e che attraverso lo sport hanno cercato e ottenuto un riscatto personale fatto con volontà, abnegazione, sofferenza e carico personale praticando sport che non danno vetrine e ingaggi sontuosi e che vivono nel sommerso nella quotidianità ma che per questi giovani sono fucine di vita.

Belli che davanti a telecamere, microfoni e taccuini, dopo un’affermazione piangono di gioia per il successo, ricordano la fatica e le rinunce fatte per arrivare fin lì, ringraziano tutti quelli che li hanno aiutati e supportati, anche noi che li abbiamo solo tifati o ci siamo permessi di parlarne. Belli quando ci fanno ricordare sport trascurati e dimenticati ma di certo non meno faticosi. Belli nell’impaccio e nella naturalezza di chi non è abituato a tanto clamore. Belli che si vogliono far conoscere per come sono, per quello che fanno senza nascondersi dietro i paraventi di società onnivore di diritti e denari. Che impressione per chi si è abituato alla solfa del calcio e dei calciatori.

Belli quando con le parole lasciano trapelare le loro vite e quelle delle loro famiglie. Storie diverse ma così comuni, fatte di colori, religioni, origini, provenienze, scelte personali che ci mostrano un’Italia complessa e variegata molto più degli stereotipi, banali e standardizzati, che politici e loro fans, perbenisti del politicamente corretto, ultrà del merito, sempre altrui beninteso, ci vorrebbero far credere. Non vi massacrate i polpastrelli sulle tastiere, la realtà non è questa, è quella che vi hanno fatto vedere i ragazzi dell’Olimpiade. Visione, aspirazione, impegno, sudore, lacrime, gioia e riconoscenza.

Che contrasto con il Messi piangente che per sua volontà e senza bisogno, lascia il Barcellona che l’ha reso straricco e strafamoso per il PSG che aggiungerà pacchi di milioni a quelli già accumulati, una enormità che mezza sarebbe troppa.

Un pensiero vada anche a Mario Monti che nel 2012 non volle che oggi potessimo essere a Roma anziché a Tokyo e a Virginia Raggi che nel 2016 non ha voluto che oggi Roma potesse aspettare il testimone al posto di Parigi.

Eugenio Mataletti

Giornalista con due passioni, lo sport e l’ambiente, e la ventura di raccontarli da tempo in televisione, per radio, sulla carta stampata e online. Ma il meglio deve ancora venire

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