E i peones impongono il “Mattarella bis”

Forse per la prima volta registriamo una “quasi” elezione diretta del Presidente della Repubblica, sia pure mediata da un Parlamento che si è reso interprete della “reale” volontà del Paese bocciando gli estenuanti “giochetti” dei segretari di Partito, che rischiavano di mandarlo a casa e che da oggi non chiameremo più leader. Perché i leader sono un’altra cosa!

I primi segnali per una conferma di Sergio Mattarella al Quirinale, ignorati dai Vertici dei Partiti, si erano avuti a S. Ambrogio lo scorso 7 dicembre all’inaugurazione della Scala quando  dalla platea – tutta in piedi – e dai dai palchi si era levato, all’ingresso del Capo dello Stato, un lungo e prolungato applauso con la richiesta di una sua conferma al Colle.

E poco prima di Natale, il 21 dicembre, nuova ovazione e ancora richiesta di un bis per Mattarella – anche qui con applausi scroscianti – al teatro del Maggio di Firenze al termine del concerto inaugurale del nuovo auditorium. Ed ancora ovazioni e richieste di conferma un po’ da tutti i cittadini che il Capo dello Stato ha incontrato in questi mesi.

Un “comune sentire” che i Capi dei Partiti non hanno ascoltato ma del quale invece si sono fatti interpreti gli oltre mille Grandi Elettori che di giorno in giorno, nel segreto dell’urna, hanno aumentato i consensi per il Presidente uscente.

Allora tutto bene quel che finisce bene? Non proprio! La vicenda è destinata ad avere strascichi pesanti nelle due coalizioni e all’interno dei singoli Partiti che le costituivano. Usiamo l’imperfetto perché di fatto sono andate in frantumi

Intanto il bipolarismo, da oggi, non esiste più. Il centrodestra  si è frantumato con Forza Italia ed i moderati che di fatto si sono  staccati dagli alleati.

Giorgia Meloni ha fallito tutti gli obiettivi: portare Draghi  al Colle, far cadere il governo e andare ad elezioni anticipate. Soprattutto – non avendo i numeri – nel volere a tutti i costi candidati di centrodestra ed a spingere per una prova di forza.

Ma il maggiore sconfitto è soprattutto Matteo Salvini che ha trasformato la sua grande occasione in una catastrofe. Puntava ad essere il king maker  annunciando candidature di alto profilo, garantendo sulla compattezza della coalizione e ripetendo ad ogni occasione che per la prima volta il centrodestra aveva i numeri per imporre un proprio candidato. E, più grave ancora, ha intavolato trattative segrete con il Capo dei 5 Stelle per una riedizione dell’alleanza gialloverde.

E non è andata bene neppure ad Antonio Tajani che ha scontentato Silvio Berlusconi, una parte consistente del Partito e non è stato in grado di “contenere” il segretario della Lega nel carosello delle candidature flop.

Ma non è che nell’altro schieramento le cose siano andate meglio con i 5 Stelle sempre più divisi tra la leadership del Presidente e quella di Di Maio. Conte in sostanza ha dimostrato di non avere il polso dei suoi parlamentari ed ha il torto di aver “inciuciato” con Salvini per una nuova alleanza con la Lega.

Restano Letta e Renzi. Il segretario del PD, viste le divisioni fra le correnti del PD e i numeri risicati dei suoi Grandi Elettori, è stato costretto a giocare una partita “di rimessa”, senza iniziative personali, anche se è quello che ne esce meglio confermando Mattarella sul Colle e mantenendo Draghi a Palazzo Chigi. Anche se ha dovuto prendere atto dell’inaffidabilità dei 5 Stelle e della necessità di puntare ad una riforma del sistema elettorale ma in chiave proporzionale.

Quanto a Renzi, gli è fallito l’obiettivo di essere il regista dell’operazione Quirinale, come invece era avvenuto proprio con il primo Mattarella e con la sostituzione del Governo Conte con Draghi. Non ha mai fatto mistero di puntare su Casini ma non ci è riuscito. In compenso ha il merito di aver scoperto per primo l’inciucio del Capo dei 5 Stelle con Salvini e di averlo fatto saltare. Ha dimostrato di avere grande fiuto e potrebbe essersi guadagnato uno spazio nel “campo largo” del progetto di Enrico Letta. Non male per un segretario di un Partito al 2%.

Appuntamento allora fra sette anni per il nuovo Presidente della Repubblica? Non è detto. Terminata l’emergenza e conclusa la Legislatura, Sergio Mattarella di sua iniziativa potrebbe decidere di lasciare il Colle, consentendo così al nuovo Parlamento, peraltro ridotto sensibilmente nei numeri, di eleggersi un “suo” Capo dello Stato.        

Pietro de Angelis

Giornalista parlamentare collabora con importanti media nazionali. In Parlamento per oltre 40 anni ha seguito la storia politica del Paese, dalla prima repubblica ad oggi. Ha ricoperto l'incarico di caposervizio all'agenzia giornalistica Asca per la quale successivamente ha diretto, come redattore capo, il servizio politico-parlamentare. E' stato tra i fondatori di Mediaquattro ed è autore per Socialpolitik delle rubriche "Le pietruzze" e "Pillole... di saggezza?"

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