Date a Cesare quel che è di Cesare

Ovvero: di chi sono i soldi?

Oggi vorrei parlare di soldi, danaro, moneta. Può sembrare antipatico e, certamente, è noioso parlare di soldi, tuttavia nella nostra civiltà il danaro è indispensabile, vitale. Per mangiare, vestirsi, avere un alloggio, avere un’istruzione, curarsi, viaggiare e fare qualunque cosa servono soldi. Anche quando ricevo qualcosa gratis, è perché qualcun altro l’ha pagata. Da quando la nostra sussistenza non è più basata sulla caccia e sulla raccolta, senza soldi non si può vivere. E poi, a ben pensarci, il danaro è uno strumento pratico, agevole, che facilita qualunque transazione, perciò ha soppiantato il baratto e le conchiglie.  Quindi, affrontiamo senza ipocrisia questo discorso, con una doverosa premessa: non insegno economia alla Columbia, non sono laureato alla Bocconi, non ho nessun titolo speciale per parlare di soldi; però, il danaro riguarda ogni uomo civilizzato ed io faccio mio l’aforisma di Terenzio: sono un uomo e credo che nulla di umano mi sia estraneo (homo sum, nihil humani a me alienum puto).  E, come uomo e cittadino, sto semplicemente cercando di orientarmi tra concetti come inflazione, banche centrali, Stato, PIL, finanza, borsa, tasse eccetera eccetera.

La prima domanda che mi sono posto è: di chi è il danaro? Sembra una domanda stupida e, per spiegare cosa intendo, farò un esempio. Quando Gesù insegnava lungo le strade della Galilea, per coglierlo in fallo alcune persone gli chiesero: dobbiamo pagare le tasse ai Romani? Data l’epoca, era una domanda subdola e pericolosa. Ma il Maestro, mostrando una moneta con l’effige dell’imperatore, rispose: date a Cesare quel che è di Cesare, date a Dio quel che è di Dio (cfr: Luca, Marco, Matteo, Tommaso). In quell’epoca più semplice c’era chiarezza: l’effige dell’imperatore serviva a chiarire che i soldi erano suoi. La gente comune poteva utilizzarli, ma la moneta era, per principio, del sovrano. È il sovrano che la fa coniare e la mette in circolazione per consentire alla gente comune di condurre i propri affari. È da qui che discende la potestà di imporre tasse: se il danaro è del sovrano, lui può chiederti una parte di quel che guadagni, per le sue necessità (date a Cesare, appunto, quel che è di Cesare). Con il passare dei secoli, però, furono le banche a soppiantare, progressivamente, il sovrano; anche se l’effige del re continuava a garantire il valore della moneta, erano le banche a prestargli i soldi per i lussi di corte e le guerre. Il “debito pubblico” nasce infatti così: per fare guerre e feste. Così i sovrani cominciarono a pagare degli interessi per avere dalle banche i soldi. I cordoni della borsa passarono alle banche, mentre al sovrano restava un possesso virtuale, rappresentato dall’effige. In secoli più recenti, questo tipo di rapporto si consolidò: nel Regno d’Italia, sulle monete trovavi il profilo barbuto di Vittorio Emanuele, ma dal 1893 era la Banca d’Italia a battere moneta; tuttora le sterline sono ornate dal regale profilo di Elisabetta, ma dal 1694 è la Banca d’Inghilterra a prestarle i soldi. Già, perché da quando esistono le banche centrali, sono queste che, per così dire, fabbricano i soldi e li prestano allo Stato, in cambio di congrui interessi. Di fatto, governano l’economia. Eppure, questa realtà coesiste con un principio che nessuno ha messo in discussione: cioè che il sovrano (sia esso un re o il popolo) è titolare non soltanto del potere di legiferare, ma anche di regolare l’economia: non si può avere “sovranità” se si chiedono soldi in prestito. Questo principio, del tutto ovvio, è nei fatti annullato dal potere delle banche non solo di battere moneta, ma anche, come nel caso della FED, di “stabilire la politica monetaria nazionale, supervisionare e regolare le istituzioni bancarie, mantenere la stabilità del sistema finanziario, fornire servizi di tesoreria … per il governo degli Stati Uniti … inclusa la supervisione del sistema dei pagamenti nazionale”. Se vi sembra strano, leggete che cosa c’è scritto sulle banconote. Le banconote in Euro, ad esempio, non riportano l’intestazione “Europa” o “Unione europea”, ma “BCE”: allora, di chi sono i soldi?

Questo discorso, che può sembrare filosofico ed astratto, ha risvolti pratici importanti. Ad esempio, la guerra d’indipendenza americana fu motivata dalla volontà di sottrarsi non soltanto al potere del re d’Inghilterra, ma anche (e forse soprattutto) al potere della Banca d’Inghilterra. I padri fondatori degli Stati Uniti non volevano soltanto l’indipendenza politica; essi ritenevano che solo lo Stato può battere moneta e che la libertà sostanziale è incompatibile con l’esistenza di una “banca centrale”. Tanto ne erano convinti, che lo misero nella costituzione. Ben oltre un secolo dopo, nel 1916, una legge istituì, tra molte polemiche, la Federal Reserve Bank, cioè la banca centrale USA, affidando così ad un’istituzione privata e indipendente non soltanto il compito di stampare moneta, ma addirittura quello di governare di fatto l’economia. Forse per non urtare la suscettibilità dei cittadini, lasciarono l’effige dei presidenti sulle banconote, ma è un pro forma: da allora il governo, a norma di legge, non governa più l’economia. Verrebbe da dire: quindi, non governa più. Certamente, non tutti sono stati sempre d’accordo: in particolare, un certo J. F. Kennedy riteneva che bisognasse tornare agli antichi principi costituzionali. Così, nel 1963, firmò un decreto (l’Ordine Esecutivo N° 11110) per vietare alla FED di prestare danaro a interesse al governo federale, preannunciando la chiusura della stessa banca centrale. Sembra che il presidente Kennedy ritenesse che l’uso delle banconote della FED come valuta legale fosse contrario alla Costituzione degli Stati Uniti d’America. Sembra anche che il decreto non gli abbia portato bene… 

Adesso, però, tranquillizziamoci. Non è che le banche siano poi onnipotenti! Il danaro, in fondo, non è tutto. Non soltanto perché, come Mazzarò, il personaggio di Verga, nessuno può portarsi dietro “la roba” quando muore. Ma anche perché, in realtà, non è vero che il danaro appartenga alle banche. «Il biglietto di banca rappresenta un debito dell’istituto che lo emette e naturalmente un credito per chi lo possiede… È un’idea che pare semplice, ma che ha richiesto alcuni secoli per essere messa a punto» (Alfredo GigliobiancoVia Nazionale, Donzelli, 2006, pag. 377). Cioè: la banca è in debito, il cittadino ha un credito! Proprio così! Le banche stampano moneta, controllano l’economia, ma non la possiedono. I cittadini sono i veri proprietari del danaro (d’altronde, non sono forse sovrani, in una democrazia?). Questa contraddizione è ben illustrata dal dialogo tra Benigni ed il direttore di banca nel film Tumiturbi. Come spesso accade, nei pezzi comici si nascondono importanti verità: noi cittadini prestiamo i soldi alle banche, affinché li custodiscano e li gestiscano, ma le banche non sono proprietarie di niente. Tutte le apparenti assurdità gridate da Benigni sono vere. Se avete conservato una vecchia banconota italiana in lire, troverete che questa è, sì, firmata dal Governatore della Banca d’Italia, ma porta la dicitura: “pagabile a vista al portatore”. Come per ricordare che quel pezzo di carta è un impegno della banca nei confronti del cittadino e che il vero titolare della somma è il cittadino. Il guaio è che viviamo in una sorta di “Matrix”, e scambiamo per realtà ciò che ci viene mostrato in un sogno artificiale. Forse per non farci svegliare dal sogno, quella dicitura adesso non c’è più.

Permettetemi, ora, di ricapitolare e chiarire questo noioso discorso. Primo. Il danaro, per principio, appartiene a chi detiene la sovranità: nel nostro caso, al popolo. Secondo. Il popolo non ha più alcuna voce in capitolo sulla gestione del danaro: tale funzione è stata delegata alle banche centrali, compresa la BCE. Terzo. Comunque, le banche non sono proprietarie dei soldi che gestiscono: solo che noi non lo sappiamo. Sembra un rompicapo; al confronto, Matrix è il paradiso terrestre. Tuttavia, come sempre, sapere come stanno le cose può esserci utile. Per esempio, serve a capire che quei politici che propugnano l’abbandono dell’euro per salvare l’Italia raccontano balle: che sia la BCE o la Banca d’Italia a governare l’economia non è una differenza sostanziale, è fumo negli occhi. Sarebbe diverso se qualche partito o movimento politico propugnasse la revisione del sistema delle banche centrali e spiegasse al cittadino che i soldi gli appartengono. Ma forse i politici si preoccupano, comprensibilmente, di non fare la fine di Kennedy. Serve a scoprire, poi, un fatto più sottile, meno attinente all’economia e più alla vita. Cioè che nessuno è proprietario di niente; al più, siamo amministratori di qualcosa, che ci viene prestata o affidata per un periodo breve, che comunque non supera la lunghezza della nostra vita; e questo accomuna il banchiere all’ultimo dei barboni, che accumula povere vecchie cose in una busta di plastica. Certamente, tutto ciò non ci consola delle ingiustizie sociali, non ci autorizza all’indifferenza. Forse, dobbiamo aver pazienza, lasciare che il seme della consapevolezza, piantato nel nostro intelletto, germogli, metta radici e poi fiori e poi frutti in una più diffusa coscienza civile. La verità ha una sua forza e sa trovare la strada per trasformare il mondo: ma bisogna parlarne. Dobbiamo, dunque, recuperare la consapevolezza di aver diritto al benessere: tutto il danaro ci appartiene già in quanto cittadini e sta a noi lavorare perché le istituzioni che provvisoriamente lo gestiscono lavorino per il bene comune; e perché i privati che ne accumulano molto, ne restituiscano una buona fetta con la fiscalità. Io non ho mai creduto che la proprietà sia un furto, ma credo fermamente che la proprietà è un prestito, che prima o poi tutti dovremo restituire.

Cesare Pirozzi

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