Coronavirus: polemiche pretestuose e … interessate

In questi giorni ci sono tre polemiche che disturbano più di altre e sono fuori luogo: quelle sull’impedimento delle funzioni religiose, l’insistenza  per far riprendere il campionato di calcio e le diverse prese di posizione sulla chiusura delle scuole.

C’è una esigenza che le accomuna tutte e tre: riapertura. Ed è su questo termine che una parte del mondo politico e diversi anche autorevoli commentatori si stanno confrontando con argomentazioni a volte sospette.

Sapevamo di essere un popolo di eroi, poeti e navigatori. Scopriamo di essere anche …molto religiosi. Un tempo, sicuramente. Oggi, è difficile crederlo. Oggettivamente il sentimento religioso …latita, le Chiese non sono più piene come una volta, e il nostro essere cristiani lascia molto a desiderare. Eppure, la decisione del Governo, suffragata dal parere del Comitato tecnico scientifico, ha sollevato un vespaio di polemiche. Non importa che il Papa abbia pubblicamente sconfessato i Vescovi invitando tutti alla prudenza e all’obbedienza. La politica continua a protestare vedendo nella decisione governativa una specie di lesione dei diritti del cittadino e di attentato alla Costituzione. E su questo si sono esercitati insigni giuristi.

E cosa dire del calcio, fermo praticamente da due mesi? Anche in questo caso da più parti, non disinteressatamente si moltiplicano le pressioni perché si riprenda a giocare sia pure con la formuletta “in sicurezza” e “a porte chiuse”. Si vuole evitare il precedente del 23 maggio 1915 quando il campionato si fermò per l’ingresso dell’Italia nella Prima Guerra mondiale.

Ma quando questa pandemia si è velocemente diffusa in tutto il mondo, con morti e contagiati che aumentavano spaventosamente, non la si era paragonata per i suoi effetti ad una guerra? E allora? Gli interessi economici che il calcio muove possono passare in secondo piano rispetto alla salute di tutti noi?

Il 35 per cento di spagnoli contagiati dopo aver giocato il 19 febbraio a Milano contro l’Atalanta per gli ottavi di Champions non insegnano nulla? E siamo sicuri che il “picco” registratosi in quei giorni ai Milano e in tutta la Lombardia sia del tutto estraneo alla decisione di giocare comunque, e addirittura senza la precauzione delle “porte chiuse”?

Ma veniamo alla scuola. Grandi polemiche anche qui per la chiusura anticipata dell’anno scolastico e per la soluzione-ponte escogitata per gli esami di maturità.

Ho messo insieme le funzioni religiose, il campionato di calcio e, appunto, la scuola perché sono tutte manifestazioni di massa, dove è assai difficile mantenere quei criteri di sicurezza necessari ad evitare eventuali contagi.

Lo sa il variegato mondo della Chiesa; lo sanno i dirigenti sportivi per i quali sembra che la salute abbia valore solo a parole; lo sanno presidi, professori e famiglie che evidentemente si affidano a “Santa Pupa”.

Ma soprattutto lo sanno quei politici e quei commentatori che, in buona fede o spesso strumentalmente, un giorno sì e l’altro pure continuano a criticare le decisioni del Governo nel fronteggiare una situazione che non ha precedenti.

Di una cosa sono certo. Avrebbero fatto lo stesso se, in maniera irresponsabile, si fosse deciso il “tana liberi tutti”.

Pietro de Angelis

Giornalista parlamentare collabora con importanti media nazionali. In Parlamento per oltre 40 anni ha seguito la storia politica del Paese, dalla prima repubblica ad oggi. Ha ricoperto l'incarico di caposervizio all'agenzia giornalistica Asca per la quale successivamente ha diretto, come redattore capo, il servizio politico-parlamentare. E' stato tra i fondatori di Mediaquattro ed è autore per Socialpolitik delle rubriche "Le pietruzze" e "Pillole... di saggezza?"

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