Conte e la fase 2: una scelta (politica) ragionata

Da domenica scorsa, quando alle 20,20 il Presidente del Consiglio ha dato notizia delle modalità in cui si sarebbe potuta gestire l’emergenza Covid a partire dal maggio prossimo, è stata una sequela di critiche e recriminazioni da parte sia di comuni cittadini, sia di politici, industriali e persino vescovi.

“Il Governo ha allentato troppo poco i freni, anzi, tutto è come prima”, hanno tuonato da più parti. “Perché quella categoria di lavoratori sì e la nostra no?”, lamentavano alcuni, mentre altri paventavano una crisi irreversibile per determinate attività economiche. Per non parlare degli appelli legati alle vicende calcistiche, alle funzioni religiose (non solo cristiane), alle carriere scolastiche e ad altre migliaia di questioni indubbiamente importanti, ma che presuppongono la ripresa – anche se “in sicurezza” – dei contatti sociali.

Lamentele motivate? Il Governo ha preso effettivamente una decisione troppo “morbida”? La realtà è che la cosiddetta fase 2 non può cominciare se la situazione generale non cambia drasticamente, pena la ripresa del contagio; un contagio quasi sicuramente fuori controllo che può mandare definitivamente in tilt il nostro sistema sanitario.

E a dare indicazioni in questo senso è stato quell’organismo appositamente costituito per non andare avanti ad occhi bendati, il Comitato tecnico scientifico, basandosi su studi statistici che hanno preso in considerazione vari casi che si potrebbero presentare a seconda delle scelte effettuate e delle categorie di persone interessate.

Il punto di partenza dell’analisi statistica è stato ovviamente la storia di quanto avvenuto finora sia in Italia (in particolare in Lombardia e nelle altre regioni del Nord) sia all’estero. Il modello ha tenuto conto della struttura demografica italiana, dell’eterogeneità dei contatti sociali a diverse età e nei diversi luoghi di aggregazione e del rischio di esposizione al contagio da coronavirus stimato per diverse categorie professionali. In particolare, sono state analizzate le varie possibilità di contatto a casa, scuola, sul posto di lavoro, durante l’utilizzo dei trasporti pubblici, nel tempo libero, e in altri luoghi nella comunità (come negozi, poste, banche). Il tutto basandosi su dati rilevati prima e dopo il lockdown, compreso il maggior ricorso al telelavoro.

“Il CTS – si legge nelle Raccomandazioni finali avanzate al Governo – ha analizzato i documenti che vengono presentati circa l’impatto sulla circolazione del virus dall’adozione di interventi di riduzione delle misure di lockdown. Il punto da cui si parte è che nella realtà attuale il valore di R0 (il rapporto tra una persona infettata e le possibilità di infettarne altre: ndr) è inferiore a 1.  Rimane il fatto che alla giornata odierna persistono nuovi casi di infezione in tutto il contesto nazionale che stanno ad indicare la necessità di mantenere elevata l’attenzione. Le stime che emergono dal modello esaminato richiedono comunque un approccio di massima cautela per verificare sul campo il reale impatto”.  

Massima cautela: ecco dunque il motivo per cui il Governo sta andando con i piedi di piombo. Perché malgrado le notizie di guarigione in aumento, le rilevazioni sostanzialmente stabili del numero di nuovi contagi, la riduzione  – purtroppo sempre troppi – dei decessi, non può fare altrimenti. Attualmente, sostiene ancora il CTS, le stime di R0 oscillano tra 0,5 e 0,7. Ma visto che basterebbe un valore “di poco superiore a 1 (ad esempio nel range 1.05-1.25) e l’impatto sul sistema sanitario sarebbe notevole, è evidente che lo spazio di manovra sulle riaperture non è molto”. 

Questo anche perché, sostengono i tecnici del Comitato (e la cosa, bisogna dire, suscita qualche perplessità), “ci sono delle incertezze sul valore dell’efficacia dell’uso di mascherine per la popolazione generale dovute a una limitata evidenza scientifica, sebbene le stesse siano ampiamente consigliate”; e poi vanno considerate altre variabili, come il comportamento della popolazione dopo la riapertura per quel che riguarda il distanziamento sociale, lo stesso uso delle mascherine, l’efficacia delle disposizioni per ridurre le possibilità di contagio sui mezzi di trasporto pubblici.

Insomma, tutti elementi per i quali il Comitato ha suggerito al Governo “di adottare un approccio a passi progressivi”. Ed ecco il perché dello slittamento di alcune aperture al 18 maggio e al 1° giugno, con qualche “allargamento”, rispetto alla fase 1 (la visita ai famosi “congiunti”, l’attività fisica di bambini ed anziani, l’allenamento sportivo, ecc.) il tutto purché vengano effettivamente adottate tutte le misure di igiene personale ed ambientale e quelle di distanziamento sociale.

In definitiva, dunque, la scelta politica del Presidente Conte e del suo Governo è stata solo quella di attenersi alle raccomandazioni del Comitato Tecnico Scientifico. Una scelta ragionevole e ragionata, nell’interesse dei cittadini e innanzitutto della loro salute, con buona pace di quanti lo vorrebbero mettere sulla graticola per questa decisione.

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